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In autunno, negli scaffali dei fruttivendoli e nei banchi del mercato, appaiono come d’incanto i rossi radicchi di Treviso, ormai si trovano in tutta Italia ma in Veneto li aspettiamo con l’acquolina in bocca. Con questo ortaggio si possono fare ottimi antipasti, primi piatti, secondi e anche dolci; insomma permette a qualsiasi appassionato di cucina di dare sfogo alla sua fantasia culinaria.

In botanica la specie spontanea è chiamata “Cichorium Intybus L.”  e si trova nel territorio da sempre, conosciuta volgarmente come cicoria selvatica. Sono stati i continui esperimenti e prove per conservarlo meglio: gli innesti, le variazioni fatte in modo inconscio che lo hanno fatto diventare il pregiato e famoso radicchio rosso di Treviso che è oggi, e che qui ha trovato il suo terreno e clima ideale.

La sua storia è un po’ incerta ma nel 2007 Tiziano Tempesta del Dipartimento TESAF, Università di Padova, si è accorto che nelle Nozze di Cana (1579-82) di Leandro da Ponte detto Bassano, vi sono degli ortaggi e tra questi un cespo di radicchio rosso trevigiano.

Però la storia del radicchio rosso identificato come pregiato ortaggio invernale simbolo di Treviso, avviene per opera di Giuseppe Benzi che era un agronomo lombardo trasferitosi in città, nel 1876, come insegnante all’istituto tecnico Riccati e che divenne responsabile dell’Associazione Agraria Trevigiana con la quale il 20 dicembre 1900, inaugurò la prima mostra dedicata alla rossa cicoria proprio sotto la  Loggia di piazza dei Signori.

La mostra del radicchio da quella data in avanti venne sempre fatta a Treviso; fu interrotta solamente in due occasioni: durante la grande guerra, quando Treviso verrà, di fatto, a trovarsi in prima linea, e negli ultimi due anni della seconda guerra mondiale.

A partire dal 1970 alla mostra di Treviso si aggiungeranno tutta una serie di mostre periferiche: di Santa Cristina, Preganziol, Zero Branco, Mogliano, Lughignano, Dosson, Rio San Martino di Scorzè, Martellago.

Come si arriva dalla cicoria al radicchio croccante di Treviso?

In realtà non esiste una vera e propria storia scritta e non ci sono testimonianze precise ma come accade spesso  la leggenda si confonde con la realtà.  Ci sono molte storie che, ancora oggi, i vecchi contadini amano raccontare. C’è chi parla di uccelli che hanno lasciato cadere il seme di questa pianta speciale sul campanile del paese di Dosson in tempi lontanissimi; chi parla di frati che hanno saputo trovare e conservare con cura questo seme; chi ancora racconta di una piantina che cresceva spontanea lungo i fossi e ai bordi degli orti finché un contadino non scoprì la possibilità di trasformarla nel croccante radicchio grazie alla tecnica dell’imbianchimento.

L’eclettico Giuseppe Maffioli, studioso di cultura veneta nella sua rivista “Cucina Trevigiana” (1983)  diede una sua personale spiegazione che però si rivelò un falso storico. Egli ipotizzò una partecipazione della nascita del radicchio  (1860-1870) di Francesco Van Den Borre, specializzato nell’allestire parchi e giardini, che giunse a Treviso dal Belgio, a villa Palazzi, per realizzare uno dei più bei complessi di verde annesso a una villa veneta, secondo un prototipo di giardino all’inglese. La sua esperienza anche nelle tecniche di imbianchimento già da molto in uso per le cicorie belghe, avrebbe potuto essere utile allo sviluppo del prodotto trevigiano. Il figlio di Francesco, Aldo, continuatore della sua opera e benemerito personaggio trevigiano, escluse tuttavia questa ipotesi a suo tempo.

C’è poi la tradizione orale dai racconti di  Silla Bovo, un pensionato di Treviso che da ragazzo frequentava gli Artuso e i Reato, vecchi agricoltori di S. Angelo, di aver sentito dire da loro che tutto era iniziato quando qualche contadino della zona un inverno portò a casa dei radicchi di campo ammassati in una carriola. I radicchi furono dimenticati in un angolo finché una sera, durante il filò, uno della famiglia avvicinatosi alla carriola estrasse dal mucchio una piantina e, tolte le foglie esterne ormai appassite e guaste, si trovò fra le mani con sua grande sorpresa un bel radicchio dal cuore sano e dal colore rosso vivo. E’ molto probabile, infatti, che la scoperta di trasformare la cicoria invernale nel rosso e croccante radicchio di Treviso sia dovuta a un fatto puramente casuale, come peraltro è avvenuto non di rado in molte altre branche dell’attività umana.

Come avviene l’imbianchimento?

La ragione di questa pratica però non risiede solamente nella variazione di colore, con l’imbianchimento infatti, il radicchio perde gran parte del suo sapore amaro, fino ad acquisire un retrogusto dolce, mentre le sue foglie risultano più morbide e meno fibrose.

L’imbianchimento del radicchio tardivo di Treviso, si effettua da novembre in poi. Si estirpano le piante dal suolo, stando bene attenti a non lesionare le radici della pianta. Si prende una cassetta di plastica o di legno. Si buca il fondo della cassetta e si riempie per un quarto con della sabbia umida e si piantano i cespi di radicchio, addossandoli l’uno all’altro per farli restare in piedi e in modo tale che il colletto (punto di passaggio tra radici e foglie) non sia a contatto con il materiale sabbioso. Si copre la cassetta con un materiale schermante (cartone o teli scuri) e si deve mantenere sempre la sabbia sempre umida.

Dopo massimo tre settimane il radicchio sarà perfettamente imbianchito e pronto per essere gustato.

 

Risotto radicchio e salsiccia

INGREDIENTI (4-6 persone)

300 g di radicchio rosso di Treviso I.G.P. tardivo o precoce

200 g di salsiccia magra trevigiana

1 cipolletta

400 g di riso nano vialone veronese I.G.P.

olio extra vergine di oliva

1 noce di burro

formaggio Grana

sale, pepe

acqua calda qb

 

PREPARAZIONE

Si prepara un leggero soffritto di cipolla affettata finemente. Quando si mostrerà leggermente imbiondita, si uniranno la salsiccia sminuzzata e il radicchio rosso di Treviso ridotto a piccoli tranci. Si lascia un po’ coperto in modo che gli ingredienti rilascino la loro acqua naturale, quindi si fa restringere il sugo fin quasi a rosolarlo. Solo allora si aggiunge il riso. Lo si rimesta per qualche minuto per farlo tostare e insaporire, aggiungendo di tanto in tanto un po’ di brodo (per mantenere l’umidità necessaria ed impedire un’eccessiva e dannosa temperatura di cottura). Verso la fine si aggiunge il resto del brodo in modo da rendere il riso assai morbido aggiungendo, inoltre, una noce di burro e una spolverata di formaggio grana grattugiato di fresco, che lo renderanno definitivamente cremoso.

 

Alberta Bellussi

 

 

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La “sopa coada“, tradotta in italiano “zuppa covata”, è uno dei piatti tipici della tradizione e della storia della Marca Trevigiana.

Per chi non è del posto è, in parole povere, un pasticcio di piccione, anche se definirlo così è altamente riduttivo. È un piatto molto asciutto, tanto che a volte si accompagna con una tazza di brodo bollente da consumare a parte o da versarvi sopra. ‘Coada’, perché doveva ‘covare’, ovvero sobbollire per ore e ore concentrando il sapore.

Questo piatto può essere preparato con due tipi di carni, quella di piccione in gran parte della provincia o quella di polli nella zona di Motta.

L’arrivo in Veneto della colombicoltura va attribuito ai Longobardi, che abitavano in nuclei sparsi dominati da torri che avevano sia una funzione difensiva che quella di rifugio per questi uccelli. Secondo altri, invece, l’allevamento dei piccioni, inizia, proprio nel Cinquecento, come dimostrato dalla frequenza con cui gli architetti, Palladio per primo, dotavano le ville di colombaie monumentali. In dialetto si parla di colombo ‘torresan’.

I trattati di cucina e i vari ricettari scritti dal 1300 al 1700 erano, quasi sempre, stampati a Venezia. I nobili veneziani conoscevano tutte le ricette realizzate dai grandi cuochi nelle corti italiane. La ricetta della sopa coada di Cristoforo da Messisbugo, cuoco degli estensi, tra i migliori del Rinascimento, fu presto conosciuta a Venezia e già nel corso del ‘500 era arrivata lungo il Sile a Treviso, la versione cittadina coi piccioni   e lungo la Livenza a Motta, la versione campagnola con i polli. A Motta c’erano alcune locande, lungo il porto sulla Livenza, s’impossessarono della ricetta e cominciarono a prepararla per i lavoratori del porto – soprattutto buranei – che arrivavano a Motta con i barconi trainati da cavalli lungo il margine del fiume. Da allora la sopa coada si prepara a Motta di Livenza nella ricetta con carni bianche, in particolare, galline, polli, capponi.

 

INGREDIENTI

2 piccioncini novelli completi di fegato; circa 1,5 l di ottimo brodo di carne sgrassato; circa 300 g di pane casareccio non condito; 2 cucchiai d’olio extravergine d’oliva; 2 dita di vino bianco secco; 100 g di grana grattugiato; 60 g di burro; 1 cipolla; 1 carota; 1 costa di sedano; sale e pepe.

Togliete testa e zampe ai piccioni e fiammeggiateli. Svuotateli, divideteli in quarti, lavateli e asciugateli. Lavate e asciugate i fegatini.  Scaldate l’olio e la metà del burro in una casseruola e fate rosolare dolcemente i pezzi di piccione insieme a un trito di sedano, carota e cipolla. Girateli spesso e quando avranno preso un colore, salate e pepate e bagnate con il vino. Quando è sfumato, coprite e proseguite la cottura, a fuoco dolce per circa tre quarti d’ora, aggiungendo poco brodo quando necessario. Negli ultimi dieci minuti aggiungete i fegatini. A cottura ultimata, quando i piccioni saranno tenerissimi, disossateli con le mani, riducendo la carne a filettini.  Rimettete la carne nel fondo di cottura insieme ai fegatini affettati e fate bollire le ossa nel brodo per una mezz’ora.

Tagliate il pane a fettine di 1/2 cm, tostatele e fatene uno strato in una pirofila a bordi alti con il fondo ben imburrato. Bagnate il pane con un mestolo di brodo e spolveratelo con il formaggio.

Distribuitevi la metà dell’intingolo di piccione e coprite con un altro strato di pane.

Ancora brodo, formaggio e carne e infine un ultimo strato di pane e formaggio.

Versate un mestolo di brodo caldo e mettete la casseruola nel forno a 140° per un paio d’ore. Unite ogni tanto un mestolo di brodo ripetendo l’operazione cinque o sei volte, via via che la sopa si asciuga. Alla fine la sopa coada avrà l’aspetto di un pasticcio di pane e carne e si serve, caldissima, come sostanzioso piatto unico. Accompagnate il piatto con una tazza di brodo bollente con il quale si può rendere più morbida la zuppa. (Gambero Rosso).

Alberta Bellussi

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Caro Veneto,

in questi giorni ti vedo soffrire e soffro anche io con te.

Pensare di vivere in Veneto mi ha sempre dato un enorme senso di protezione.

Mi ha sempre fatto sentire al sicuro.

Ho sempre pensato al Veneto come a un Paese forte, maschio, pieno di storia e bellezza che sa proteggere i suoi figli, che si prende cura di loro con amore e passione.

Ora ti vedo ferito nel tuo cuore che è la bellezza e la molteplicità del paesaggio: montagne, fiumi, laghi, città d’arte, mare…tutti feriti.

Ti vedo fragile e vulnerabile   piegato alla potenza della natura che non perdona.

Sei devastato in quello che è sempre stato ciò che ha affascinato il mondo: le Dolomiti, Venezia, il Piave…

Però sono certa che ti rialzerai presto e tornerai ad essere BELLISSIMO.

Perché tu sei tanto.

Sei di più.

Vivo in provincia di Treviso, in quel Veneto che da sempre è stato motore e traino della storia, della cultura e dell’arte ma soprattutto dell’economica del nostro paese.

Vivo nel Veneto dello splendore della Serenissima, di personaggi la cui genialità è conosciuta in tutto il mondo da Palladio a Canova, da Tiepolo a Tintoretto, da Tiziano a Canaletto, da Cima da Conegliano a Palma il Giovane.

Vivo nel Veneto di Venezia del cui splendore e valore non si trovano parole nel vocabolario per definirla; di Verona e della sua splendida Arena; di Vicenza e il Palladio;  di Rovigo e del suo legame con il Po; di Padova città del Santo ;  di Belluno e delle splendide Dolomiti; di Treviso piccola preziosa bomboniera tessuta dall’acqua .

Vivo nel Veneto del mare, dei monti, delle piccole e grandi città d’arte, dei borghi, dei paesi con i campanili, delle colline, dei laghi, dei fiumi e delle splendide campagne.

Vivo nel Veneto del fiume Piave, dove i nostri avi hanno conosciuto la miseria, la distruzione della guerra e la dolorosa invasione del nemico.

Vivo nel Veneto primo in Italia per la raccolta differenziata, per le energie rinnovabili, per l’innovazione.

Vivo nel Veneto del volontariato, delle Pro Loco, delle sagre e del piacere dello stare insieme.

Vivo nel Veneto delle grandi aziende vitivinicole e gastronomiche, dei prodotti agricoli, dell’asparago, del radicchio, delle ciliegie, del formaggio e molto molto ancora.

Vivo nel Veneto degli orti, delle galline sul cortile, del maiale e della mucca in stalla.

Vivo nel Veneto delle case ordinate, dei giardini curati, dei fiori sui davanzali.

Vivo nel Veneto dei mille dialetti, delle tradizioni secolari.

Vino nel Veneto delle osterie a gestione familiare.

Vivo nel Veneto dei grandi ospedali e delle eccellenze mediche.

Vivo nel Veneto dei grandi campioni dello sport.

Vivo nel Veneto delle grandi fabbriche manifatturiere, delle grandi eccellenze dell’artigianato e delle grandi industrie.

Vivo nel Veneto delle piccole imprese, delle aziende a conduzione familiare, del padre che lavora con il figlio e con i nipoti.

Vivo in un Veneto di gente che meno di 70 anni fa era nella miseria, che con dignità coraggio e rispetto si è rimboccata le maniche e si è data da fare.

Vivo nel Veneto della gente che si alzava all’alba e andava a letto a notte inoltrata con l’orgoglio di lavorare per un progetto, per un investimento sul quale aveva creduto ma soprattutto per quel futuro certo da lasciare ai figli.

Vivo nel Veneto del miracolo economico.

Vivo nel Veneto di brava gente, gente onesta, gente con i calli nelle mani e le rughe in viso.

PER QUESTI MOTIVI SONO SICURA CHE IL VENETO TORNERA’ PRESTO AD ESSERE MERAVIGLIOSO E SUPERERA’ QUESTO DISASTRO;

un Veneto di gente che si asciuga le lacrime dello smarrimento e trova subito una soluzione;

un Veneto di gente coraggiosa che non si lamenta;

un Veneto di gente che si alza le maniche e si dà da fare;

un Veneto di persone con grande cuore che aiutano il prossimo;

un Veneto che con coraggio difende quello che ci appartiene.

un Veneto che ha carattere, dignità, tradizione, cultura, storia, passione, amore.

È, ora, il momento per esprimere l’amore per la nostra terra, per confermare la nostra appartenenza, per aiutare quel Veneto ferito nel cuore a rialzarsi e a riavere un futuro sereno.

Con Amore.

Alberta Bellussi

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Acqua, Piave, Livenza, Monticano …. ansia…paura…. esondazioni, piena, acqua alta, torrenti, evacuare, stato di allerta, unità di crisi … parole che sentiamo incessantemente in questi giorni… immagini alle tv locali che colpiscono.

Un territorio quello italiano che rivela ogni giorno la sua fragilità e la sua vulnerabilità, che mette paesi e cittadini a dura prova.

Il Consiglio Nazionale dei Geologi afferma “L’Italia è un Paese MORFOLOGICAMENTE FRAGILE perché è GEOLOGICAMENTE GIOVANE. E la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti attraverso l’intensa attività sismica e vulcanica ed i continui e ricorrenti fenomeni erosivi (frane, alluvioni, valanghe, ecc.) che si verificano con tempi di ritorno sempre più brevi e anche dopo solo poche gocce d’acqua. Ma l’Italia è anche un Paese ANTROPICAMENTE malato. Anche in questo caso la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti: urbanizzazione selvaggia; scellerato consumo del suolo; disboscamenti senza programmazione; quartieri costruiti negli alvei; disprezzo e violazione di ogni norma di pianificazione; rinvii di spese indispensabili; taglio progressivo dei fondi per il rischio idrogeologico”. Il passato e il presente tragico dovrebbero farci riflettere e farsì che la politica imbocchi delle scelte programmatiche che abbiano come priorità la salvaguardia dell’Italia e degli italiani. Il Veneto ha imboccato questa strada con i nuovi bacini di laminazione dopo le piene del 2010 che ora si sono dimostrati utilissimi; la programmazione di tenere vuoti i laghi alpini per le emergenze, le unità di crisi con esperti e volontari…servono risorse per poter programmare la salute del proprio territorio e l’Autonomia permetterebbe tutto ciò.

La natura è forte e impetuosa e non perdona.

Il Veneto è colpito al cuore nella sua bellezza, nel suo paesaggio.

Un Veneto forte ma vulnerabile.

Un Veneto di grande dignità oggi come allora che non si lamenta ma si alza le maniche e si da da fare per risolvere l’emergenza. Una sinergia di persone e mezzi che non si abbattono mai.

Vi ripropongo un pezzo che avevo scritto per ricordare l’alluvione del 1966… sperando che i mezzi di oggi e le capacità siano capaci di far si che la forza della natura non porti a tutte quelle perdite umane..

 

Mia nonna Maria, molte volte, mi ha raccontato, quella giornata del 4 novembre del 1966, con parole che rendevano tangibile, anche dopo anni, il senso di disperazione che l’alluvione le aveva portato. Lei, giovane donna vedova, aveva cresciuto la sua bambina facendo tutti i lavori che riusciva per rendere bella e confortevole la sua casetta di Negrisia.  Era il suo punto fermo dopo la sofferenza.

Pioveva da diversi giorni.

Il cielo rimase grigio-scuro per tutta la giornata, carico di nubi, basse e veloci spinte da Sud-Est, da un vento di scirocco tiepido ed impetuoso che soffiò facendo sì che la piena travolgente del Piave si scontrasse contro un’alta marea mai vista prima.  Le piogge persistenti del  2 e 3 novembre, precipitate sul Nordest, dalle Alpi al mare, ingrossarono i fiumi a livelli di sei-sette metri sopra il livello di guardia.

Fu così il Piave a Negrisia e a San Donà.

Si aggiunsero altre concause a rendere un evento meteorologico  eccezionale in un evento drammatico.

Gli impianti della Bonifica furono tutti attivati al sollevamento, i collettori delle acque alte, su cui si sarebbe dovuto pompare l’acqua dell’esondazione, erano già in piena per l’effetto delle straordinarie precipitazioni a monte.

Le torbide acque del Piave e del Livenza, già nelle prime ore del giorno 4, raggiunsero la pianura.

Infine, la violenta mareggiata e la conseguente piena eccezionale, impedirono ai due fiumi e ai canali emissari delle Bonifiche il deflusso a mare, determinando ritardi che aggravarono la pericolosità della situazione.

Il Piave continuava  a rimontare impetuoso e con un suono sordo e violento.  Era controllato in molti punti.

La paura della catastrofe si leggeva  nei volti pallidi delle persone e  nei loro sguardi smarriti e impotenti.

Quella notte fu lunga perché ci si apprestava a vegliare  avendo la certezza che qualcosa di drammatico sarebbe successo.

Gli altoparlanti dalle strade  gridavano ripetutamente agli abitanti di non dormire, di tenersi pronti all’evacuazione e di stare calmi in attesa di ordini.

I parroci suonano le campane nel modo più forte possibile per avvisare i paesani, per tenerli svegli .

La notte avanzava  e il livello delle acque continua a crescere raggiungendo i 7 metri e mezzo.

Alle 21,30 il Piave rompe a Negrisia sull’argine sinistro.

Ecco! Ciò che si aspettava con paura era arrivato. La piena travolgente del Piave si scatenò con una furia enorme.  La nonna e la mamma mi raccontarono che scapparono tutti ai piani superiori delle case lontane.

Nel loro ricordo,vivo il senso di miseria e freddo che lascia l’acqua che attraversa una casa e travolge tutto. L’umidità che penetra i muri e le ossa delle persone lasciando dolore nel corpo e nell’anima.

Nel frattempo uomini e militari cercavano di arginare con sacchi di sabbia l’impeto dell’acqua.

L’acqua proseguiva la sua furia e finirono sotto acqua centinaia di migliaia di ettari San Donà, Noventa di Piave e Cessalto compresi, si trasformano in un unico, immenso lago.

 

Nella campagne buie e annientate dalla furia dell’acqua si sentono urla  di persone, bambini, animali cani, maiali, mucche che erano insieme ai campi erano il sostentamento delle famiglie rurali venete.

Gli anziani non vogliono lasciare le loro case; faticano a staccarsi.

In questo grande lago che va da Negrisia a San Donà fino a Jesolo le persone e gli animali vengono portati in salvo con le barche.

Non c’è coordinamento! Ognuno si arrangia come meglio può. Arriva l’esercito ma non c’è coordinamento degli aiuti.

La lunga notte lascia lo spazio alle luci dell’alba che mostrano uno scenario tremendo: persone sopra le case, animali che hanno cercato di salvarsi come potevano, oggetti personali, piatti, vestiti, cornici con le foto dei racconti di una vita che galleggiano… tutto travolto dall’impeto dell’acqua.

Era il 1966 la tivù facevano vedere solo l’alluvione a Firenze.  Ma della zona del Piave e di Venezia non si parlava.

Arrivò in visita il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Visita i luoghi alluvionati, si commuove incontra gli sfollati ma  viene contestato e gli tirano addosso fango. La gente è arrabbiata, si sente abbandonata, lasciata sola. Saragat rimane bloccato e deve tornare indietro, con la macchina finalmente tutta infangata.

La conta dei danni è drammatica. Le perdite sono ingentissime nessuno pensava che la piena raggiungesse quelle misure. La catastrofe commuove tutti e arriveranno aiuti dall’Italia e dal mondo.

Lo Stato elargisce dei risarcimenti e quasi tutti ci hanno guadagnato. Sono pochi quelli che ci hanno rimesso veramente: sono soprattutto quelli che hanno avuto la casa sott’acqua per tanto tempo. Non c’è controllo si ottiene anche senza chiedere.

I tempi dopo l’alluvione saranno tempi duri per la campagna, le fattorie agricole e per il ritorno alla vita normale”.

Una tragedia che è rimasta impressa nei ricordi di chi l’ha vissuta e quando il Piave si carica d’acqua e si fa impetuoso ritorna la paura della piena.

Alberta Bellussi

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Il Raboso!

È il vitigno che sento più appartenermi perché vino della zona del Piave per eccellenza; perché quando nasci qua, del Raboso senti sempre parlare come una sorta di vino maschio; o forse perché abito a Tezze di Piave , e  a inizio ‘900 proprio in questo paese,  il Raboso rappresentava, pressoché, l’unico vitigno coltivato.  Gli anziani, ancora in vita, qualsiasi cosa tu abbia, influenza, fiacchezza,  ti dicono un “bicer de Raboso e te fa bon sangue”, addirittura alcuni ne mettevano un bicchiere nel brodo come ricostituente.

I “vecchi di casa”, avendo noi una cantina che da 2 secoli produce il Raboso, mi raccontavano che quando una puerpera aveva appena partorito ed era fiacca o una persona aveva avuto un operazione, alcuni medici dell’Ospedale di Conegliano prescrivevano due bicchieri di Raboso al giorno. Addirittura raccontava che nelle zone di bonifica a Cinto Caomaggiore, gli operai dell’Azienda Zacchi, si fossero malati di malaria e il titolare venne in azienda a comprare un carro pieno di damigiane e dopo qualche mese di Raboso, guarirono; magari non fu per quello ma questi racconti orali dimostrano come fosse importante il ruolo che veniva dato a questo vino.

La vite del Raboso, vitigno autoctono e rustico, è la prima a germogliare e l’ultima a concedersi alla raccolta del proprio frutto. Il suo segreto è nel terreno: in quei terreni ghiaiosi e argillosi, in quegli antichi greti, in quelle golene tra il fiume e i suoi argini, dove maturano sotto il sole ardente.

La vendemmia dell’uva rabosa   avviene ad autunno inoltrato. E’ forse, l’unica vendemmia che mantiene ancora il sapore antico della tradizione e della vendemmia totalmente a mano perché quasi tutti i vitigni sono piantati con il sistema a bellussera che sembra pensato per rendere al massimo questa varietà.

Il Raboso viene descritto con gli stessi aggettivi che si usano per descrivere le genti del Piave: forte, robusto, pieno di carattere. Un vino maschio a tutti gli effetti.

La sua vite, che vanta un origine antichissima, accompagna il lungo viaggio degli Heneti, in seguito denominati Paleoveneti, dalle terre di origine fino alle pianure dell’alto golfo Adriatico.

Dopo la caduta dell’Impero Romano, il Raboso del Piave è tra i vini più richiesti e graditi nel vasto mercato che ruota attorno alle attività commerciali e alla vita stessa della Serenissima Repubblica di Venezia, almeno fino dal 1500, poiché quando veniva portato nelle navi restava perfetto, a differenza degli altri vini che deperivano. Che fosse anticamente presente nella zona del Piave lo conferma anche Jacopo Agostinetti, conoscitore di cose agricole nato e morto a Cimadolmo (TV), che alla fine del ‘600, già ottuagenario, nelle sue memorie che intitola “Cento e dieci ricordi che formano il buon fattor di villa”, scrive: “Qui nel nostro paese, che per lo più si fanno vini neri per Venetia di uva nera che si chiama recandina, altri la chiamano rabosa per esser uva di natura forte….”

Diventa tanto importante questo vitigno da essere, agli inizi del ‘900, il dominatore in due aree viticole: l’area compresa tra Conegliano e la strada Callalta ed i fiumi Piave e Livenza, chiamata “zona del Raboso Piave”. In quel periodo nell’area del Raboso Piave si producevano complessivamente 100.000 ettolitri di vino di cui circa 80.000 erano di Raboso Piave.

Sono anni duri quelli di inizio secolo segnati dall’arrivo delle malattie devastanti (l’oidio, la peronospora e la filossera) e dalla desolazione delle campagne nell’ultimo anno della grande guerra, il vitigno Raboso, proprio perché rustico e forte, è riuscito a sopravvivere, restando il più diffuso nella pianura trevigiana e soprattutto del Piave.

Nel secondo dopoguerra però il Raboso del Piave inizia a vacillare sul trono e la tendenza si inverte portando, per molti anni, la sua coltivazione dal 90% al 5%.

 Solo a metà degli anni ’90 la terra del Piave accompagna una nuova stagione del suo Raboso.

Si riparte dalle radici mettendo a frutto le intuizioni di capaci e coraggiosi vignaioli, sempre sostenute dal mondo dello studio e della ricerca: La Scuola Enologica di Conegliano, L’Università di Padova e il Centro di Ricerca di Viticoltura.

Il Raboso vanta una Confraternita e un inno a lui dedicato.

Il Raboso è stato protetto con il disciplinare DOC Piave e Malanotte DOCG.

Il vino ottenuto dalle uve di Raboso con le tecniche tradizionali, è di colore rosso intenso, con un gradevole profumo particolare che ricorda la marasca, non molto alcolico; il sapore è acido, aspro, dotato di molto corpo. Il suo profumo è inebriante, davvero ricco e complesso.

È un uva che si presta a molte possibilità; può diventare ottimo vino robusto di corpo, con invecchiamenti in botte e in barrique come descrivono i disciplinari del Doc e del DOCG. Può essere appassito, diventando un vino prezioso, per la resa bassissima in vino, ma soprattutto per le caratteristiche organolettiche che assume. La sua austera struttura è così ammorbidita dal naturale dolce degli zuccheri residui. Può essere vinificato in rosato e diventare una piacevole bevanda, che si presenta di un bel colore rosè caratteristico per la sua acidità, stemperata da un sapiente equilibrio tra dolce e frizzante: servito ben fresco è un ideale vino per l’estate Se vinificato in rossissimo, e diventare correttore di colore e di acidità. Infine può essere vinificato in bianco, senza le bucce, e presentarsi neutro all’olfatto, da utilizzare in soccorso di vini bianchi, anche pregiati, difettosi di acidità.

In alcune osterie viene bevuto, ancor oggi, nelle “scudee” dove lasciava ben definito il contorno rosso deciso del Raboso; indimenticabili quelle dell’osteria Ciao Bei.

È un vino che per le sue mille varianti si presta ad accompagnare nella versione del rosato gli antipasti e gli apertivi e nella versione del passito i dessert. Però nella sua forma più classica di vino rosso corposo è lo sposo preferito della carne rossa, la cacciagione, i formaggi, ma è anche adatto ad accompagnare le serate tra amici.

Gli anziani della zona del Piave dicevano: “Bevi Raboso e campi 100 anni” e vedendo gli ultracentenari che ci sono nella nostra zona credo proprio che sia così.

 

Alberta Bellussi

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Ed è così o almeno per Fabrizia è così!

Nei momenti più duri della vita trovare conforto nella religione è quasi una chance naturale alla quale Fabrizia è ricorsa più volte   oppure no, è semplicemente un bisogno che ha dentro di sé e si acutizza nelle difficoltà.

Fabrizia, donna forte ma fragile, occhi verdi e capelli biondi, sguardo tenero, ha sempre visto nella madre di Gesù la figura più vicina a lei con la quale dialogare e alla quale raccontare la sua vita, le sue battaglie quotidiane, le gioie e le sue tristezze… lei è sicura che la Vergine la capisce e che, se può, una mano tenera gliela allunga anche stavolta, come ha sempre fatto in passato.

Le accade però che, nei momenti nei quali ci vuole coraggio, non le basta un dialogo superficiale con la Madonna ha bisogno di andare in uno dei luoghi dove la sua presenza si è fatta viva e il suo passaggio ha lasciato una grande energia tangibile. Insomma in uno di quei luoghi definiti mariani. Lei ha un legame tutto suo con la religione; è credente ma non strettamente praticante, rispetta tutti i credo e non è estremista ma, una cosa è certa, la sua confidente è quella Maria di Nazaret che lei ama.

Era accaduto tanti anni fa, ormai ventuno, lei aveva perduto, strappata da una perfida malattia, la nonna… quella persona genuina, fragile e autentica che le aveva insegnato le cose semplici della vita: cucinare, piantare i fiori, fare il giardino, … ma soprattutto ad amare le persone.

La nonna aveva una bontà quasi spiazzante non riusciva ad essere cattiva nemmeno con chi non si comportava bene con lei. Lei aveva avuto una vita difficile, tanto difficile, forse per quello era buona, tanto buona.

Aveva perduto il suo principe azzurro per una strana e immediata malattia, quando lei era bella e giovane con gli occhi azzurri e i riccioli neri, aveva immolato la sua vita a questo amore velando il suo sguardo di tristezza…ma la mamma di Fabrizia, con amore e pazienza aveva ridonato a Maria, questo era il nome della nonna, lo sguardo allegro e solare.

Maria era una nonna birichina, nella vecchiaia si era liberata dalle paure e dai blocchi che la società, a quel tempo, imponeva a una vedova ed era sempre pronta allo scherzo, al gioco e alle cose allegre. Maria cucinava benissimo; era bravissima in tutte le ricette venete e Fabrizia, bimba curiosa assorbiva tutto ciò che la nonna faceva.

Ancor oggi dopo 21 anni solo Fabrizia custodisce i segreti culinari della nonna, in un quadernetto, a cui nessuno può accedere: la Pinza, la selvaggina, la peverada, le trippe… ecc. ecc. e, nei momenti dell’anno che lo richiedono, si cimenta nelle ricette che le sono state tramandate.

Ma la Pinza è il momento più emozionante.

Aspetto con ansia l’Epifania; è un momento che non mi lascerei scappare per nulla al mondo. Io e te, come tanti anni fa, che facevamo un casino in cucina tremendo e che eravamo come il cane e il gatto ma se non c’ero io, tu con gli altri la Pinza non la facevi, perché io ero la tua nipote vivace e tu peggio di me. Che risate, piene di farina, di zucca. E da 21 anni quando faccio la Pinza  ti ritrovo tra i fornelli che mi guardi. Sento la tua voce tra le pentole che mi dice:” si la zuca la e bona, tien un po’ de sugo, no massa fenoci che sennò la pica, le uvete metteghen tante, ancora farina che la e poentina”.  Sento che sei orgogliosa che sia io a portare avanti la tua ricetta e che in questa giornata ti sfoghi a saltellare tra i fornelli che erano il tuo regno. E poi se la Pinza riesce bene ne ridarò un pezzetto a tutti quelli che facevano la coda per venire ad assaggiarla perché per te era motivo di orgoglio.  Vorrei che non finisse mai questo nostro incontro perché sento la tua carezza di bene vero su di me. Le due teglie di Pinza le ho infornate come ogni anno.  La casa profuma di buono e d’antico per tutte le stanze…anche quest’anno sarò buonissima.  È un dolce speciale e mentre mi scende una lacrima… ti dico grazie anche per quest’anno per queste emozioni che ritornano” racconta Fabrizia.

Mille sono le finestre sentimentali che la giovane donna ricorda dei bei momenti con nonna Maria…è stato per questo che quando una malattia ha strappato, ancora giovane la nonna a Fabrizia, lei era arrabbiatissima. Aveva tenuto la mano per ore alla nonna, in quei difficili momenti di commiato alla vita, in quella cameretta scura dell’ospedale… e mentre le raccontava splendide storie di principesse che con i loro principi nei cavalli bianchi solcavano le strade del mondo per rendere più dolce il passaggio, Fabrizia si era arrabbiata con la Madonna perché non capiva il senso di quello che stava accadendo.

Quella della giovane donna bionda era un’incazzatura davvero grande alimentata dal dolore enorme e dal senso di smarrimento che stava provando.  La perdita improvvisa ha bisogno di tempo per essere compresa e metabolizzata.

A Fabrizia accadeva qualcosa di strano… ogni volta che si avvicinava ad un’icona mariana avvertiva un senso di disagio come quando hai litigato con un amico e pensi di avere ragione… provi un naturale senso di allontanamento, di irritazione. Questo non faceva star bene la ragazza, perché era naturalmente portata ai rapporti sereni ma qui non si trattava di un rapporto normale, era il rapporto con la Madonna che era entrato in crisi.  Fabrizia, che per sua natura si mette in discussione sempre, anche oggi, in quel tempo cercò di trovare una via per risolvere questo forte attrito.

Decise di partire da sola per il Santuario di Lourdes. Fu per lei un’ esperienza sconvolgente. Era ancora arrabbiata ma sentiva una voce dentro che la spingeva a mettersi alla prova.

Una mattina, Fabrizia, si alzò prestissimo e andò nel Gave au Pau,  fiume di montagna freddissimo, per rivivere il rito del battesimo. Fabrizia era molto bella, magra e solare anche se aveva la malinconia negli occhi. Negli spogliatoi dove si lasciano i vestiti per essere messo nell’acqua fredda del fiume, nudi come siamo nati, c’erano donne giovani, anziane, ragazze con gravissime malattie e disabilità. E lei iniziò a piangere; i suoi occhioni chiari erano ormai rossi e il fiato singhiozzava. Aveva un bellissimo corpo senza nessuna imperfezione. Fabrizia provava quasi un senso di disagio ad essere lì a chiedere una grazia lei che stava bene; era bella.

Improvvisamente si girò e incrociò gli occhi di una ragazzina in carrozzina che non poteva camminare che le tendeva le mani e  le disse: “Non piangere sei bella io se fossi come te sarei felice e sorriderei ma soprattutto regalerei i miei bellissimi sorrisi alle persone che non ce l’hanno”.

Fabrizia si fermò. Il pianto si interruppe. I lembi della bocca come per magia furono sollevati da una mano delicata e la malinconia diventò un bellissimo sorriso. Sparì la tristezza.

Maria, così si chiamava la ragazzina, entrò prima di Fabrizia nell’acqua fredda del fiume… si salutarono con un sorriso bellissimo quasi a sfiorarsi l’anima, e poi sparì dietro la tenda del battistero. Da quel momento Fabrizia aveva fatto pace con la Madonna… chissà chi era quella ragazzina…forse era proprio lei che voleva far capire alla giovane donna come anche le prove difficili della vita non possono farci perdere l’amore e la gratitudine per questo dono. Il pianto si tramutò in sorrisi e abbracci regalati a quei bambini ammalati e alle loro famiglie che le avevano insegnato il potere immenso che può avere l’amore.

Era il 2013 Fabrizia era di fronte ad un bivio. La vita le aveva proposto una nuova prova da superare ma lei sapeva che varcata quella porta ne sarebbe uscita rinata, una persona bella, migliore capace di tirar fuori il mondo bello che aveva dentro e che per mille motivi aveva soffocato e soppresso.   Sentiva che era il tempo di fare una scelta ma aveva bisogno di trovare un segno forte. Necessitava di fare carica di energia positiva che le desse il coraggio di vivere la sua decisione nel modo più sereno e giusto possibile. Scegliere una strada e lasciarne un’altra non è mai cosa facile. Fabrizia sapeva quello che volevano il suo cuore e la sua testa e sapeva quale era la sua priorità in assoluto. Sentiva che era giusto che quella meravigliosa farfalla capace di dare amore che era chiusa in un bozzolo rigido regalasse al mondo i suoi colori. Lei è amore.

Partì per Medjugorie con un’amica non sapendo bene cosa cercare ma con tutta se stessa pronta a ricevere qualsiasi messaggio. Li trovò un luogo strano poco in sintonia con la sua spiritualità e sensibilità. Non c’era la dolcezza di Lourdes ma una grande frenesia, rumore, gente coinvolta quasi in trans. Fabrizia ama i piccoli segnali, le azioni forti che fanno vibrare la sua emotività non è impressionabile e nemmeno condizionabile …i vari percorsi nei luoghi delle apparizioni hanno regalato momenti autentici di preghiera ma nulla più. A Fabrizia  sembrava strano che la sua richiesta di un segnale in un momento così delicato della sua vita non fosse stato percepito dalla sua amica “Maria”.

E girava per i negozietti curiosa delle cose e delle persone.

Aveva in mano una strana calamita, una delle raccolte che Fabrizia ama fare e le si avvicinò un ragazzo alto dall’aspetto italiano. La guardò, le sorrise. Lei un po’ imbarazzata rispose al sorriso e tra sé e sé pensò: ”Chissà che vuole da me”.

Tu sei della zona di Conegliano “disse il ragazzo.

“Sì” rispose intimorita Fabrizia.

Ti chiami Fabrizia vero?”.

Sì sono io” impaurita.

Il ragazzo con gli occhi gonfi di felicità si avvicinò a Fabrizia e le disse: “Ti volevo ringraziare perché se ho deciso di uscire dalla droga e di darmi una nuova possibilità di vita è anche grazie a te. Eri una bella ragazza bionda e passavi alcune ore della tua settimana, la vigilia di Natale con noi tossici, che avevamo deciso di buttare la nostra vita nel cesso, e tu con altri venivi nella Comunità a farci compagnia quando potevate fare mille altre cose bellissime.  I volontari come te non ci hanno mai giudicato anzi eravate ragazzi della nostra età belli, puliti e ci davate la mano, ci abbracciavate sorridendoci anche se noi eravamo delle larve umane ma soprattutto ci raccontavate che la vita era una bella cosa e la droga uno schifo. Io ho pensato a voi e ho pensato che volevo anche io essere bello come voi. Sono partito; sono venuto a vivere qui e ho trovato una donna che mi ama e io amo lei. Penso che la vita sia una cosa bella. Grazie Fabrizia”.

Fabrizia e Andrea si abbracciarono in un segno enorme di gratitudine reciproca. A guardarli emozionate c’erano l’amica di Fabrizia e la compagna di Andrea… occhi rossi di gioia per chi ce l’ha fatta e ha avuto coraggio. Il cuore della donna vibrava di emozione e la pelle d’oca non cessava di essere tale. Ricordava, Fabrizia, di aver fatto la volontaria per aiutare quei ragazzi ma molte volte aveva prestato il suo tempo per regalare un po’ d’affetto a chi era in difficoltà. Era felice, finalmente, aveva ricevuto il segnale che voleva che è diventato, da quel giorno un po’, il karma della sua vita: tu semina sempre amore raccoglierai prima o poi i suoi frutti.

Quel amore seminato con tanta semplicità e naturalezza, tanti anni fa, aveva dato quel segnale forte e quell’energia che Fabrizia avidamente aspettava.

Era un segnale fortissimo e per l’ennesima volta la dimostrazione che l’amore vince sempre su tutto e tutti. Fabrizia ora era pronta per percorrere la sua scelta e la vita le ha regalato una bellissima rinascita. La crisalide è una farfalla colorata che vola per il mondo e porta positività.

Alberta Bellusi

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. Prosecco… sono giorni che è su tutti i giornali più famoso di una star: prime pagine, reportage, servizi… a causa di questa annata anomala di eccessiva produzione che segue però quella del 2017 che era di scarsa.

Bolla di sapone o solido diamante? …. amatissimo o criticato ?

Vero è che da sempre quando una cosa funziona si cerca un po’, in tutti i modi di attaccarla, per un costume tutto italiano ma è innegabile che questo vino bianco brioso ha dimostrato di avere in sé potenzialità tali da contribuire con i suoi numeri a battere nelle vendite i consolidati cugini d’oltralpe.

Infatti le esportazioni hanno raggiunto il record di 360 milioni di litri nel 2017, le bottiglie di spumante italiano consumate all’estero sono risultate praticamente il doppio di quelle di Champagne francese. È quanto emerge dal bilancio tracciato dalla Coldiretti che stima per il 2017 un aumento dell’11% delle spedizioni oltre frontiera delle bollicine italiane che consente di doppiare i cugini francesi. Nella classifica delle bollicine italiane preferite nel mondo ci sono il Prosecco, l’Asti, e il Franciacorta.

Non vi voglio parlare dell’aspetto economico bensì della sua origine storica per cercare di fare un po’ di ordine in mezzo a un mare di informazioni.

Il Prosecco è un vino di origine antica ma un vino per essere “grande” deve essere intimamente legato al territorio di produzione valorizzandone la storia, la cultura, la tradizione.

Il vitigno del Prosecco ha origine, in territorio triestino, e ha preso il nome dal Comune di Prosecco; frazione del Comune di Trieste, sull’altopiano carsico (quasi in Slovenia), che raccoglie nel suo territorio gli splendidi vitigni da cui si ricava l’omonimo vino. Tra questi, quello delle uve Glera, dai lunghi grappoli e dagli acini dorati, che costituiscono in genere l’85% delle bacche utilizzate nella produzione del Prosecco; una piccola frazione, comunque non superiore al 15% del totale, può essere costituita da verdiso, bianchetta trevigiana, perera, glera lunga, chardonnay, pinot bianco, pinot grigio e pinot nero vinificato in bianco.

Verso la fine del 500 l’identificazione del castellum nobile vino Pucinum con il Castello di Prosecco, sito nei pressi dell’omonimo comune portò alla denominazione definitiva del vino in Prosecco.

A questo proposito lo storico  Villafranchi, nel 1773, nel suo saggio “Enologia Toscana”, scriveva “… Tra quelli d’italia era dai Romani infinitamente gradito il vino Puccino, latinamente Puxinum, oggi giorno detto Prosecco, che tuttora si raccoglie nel pendio del monte di Contuel in faccia al Mare Adriatico, poche migliaia distante da Trieste…”.

La nascita storica del vino con questo nome, quindi, ci riconduce al Friuli-Venezia Giulia.

Non si conosce quando e in che modo l’antenato del Prosecco sia giunto dal Carso alle terre di Conegliano – Valdobbiadene, ma questa data è stata fissata negli ultimi decenni di vita della Repubblica di Venezia, intorno al 1750. Mentre la Serenissima era ormai al tramonto sorgono nelle colline di Conegliano-Valdobbiadene nuovi fermenti proprio in quel settore che da molto tempo appariva il più trascurato quello enologico.  Qui il vitigno trovò il suo habitat naturale;  ha dato e continua a dare il meglio di sé.

Infatti, agli inizi del ‘800, Francesco Maria Malvolti, in sede all’Accademia di Conegliano, notava “… chi non sa quanto squisiti siano i nostri Marzemini, Bianchetti, Prosecchi, Moscatelli…”.

In seguito al Congresso di Vienna del 1815 l’imperatore dell’Austria-Ungheria, succeduto al governo del Lombardo Veneto, alla Repubblica di Venezia e poi a Napoleone, spinto dalla necessità di conoscere il patrimonio viticolo della regione da incarico al Conte Pietro di Maniago di formulare un catalogo dei vitigni coltivati, che questo gli consegnerà nel 1823.

Maniago cita per le colline di ConeglianoValdobbiadene la Perella, la Pignoletta bianca, la Verdisa lunga, dell’Occhio, Marzemino nero e Prosecco.

Verso il 1850, quando queste terre appartenevano ancora all’Impero Austro-Ungarico, lo studioso Gian Battista Semenzi a proposito dei vini prodotti nel  Conegliano-Valdobbiadene afferma:” Nelle colline le uve producono i squisitissimi vini bianchi sono: la Verdisa, la Prosecca e la Bianchetta. Questi vini venivano venduti in Carinzia e in Germania cioè in quella Mitteleuropa di cui il Veneto faceva parte integrante”.

Alcuni anni dopo la nascita dello stato Italiano(1861) il parlamento decide di redigere un’indagine sulle condizioni dell’agricoltura italiana chiamata  “Inchiesta Jacini”.

Per il territorio di Conegliano-Valdobbiadene i ricercatori consigliano di estirpare i vecchi vigneti e sostituirli con altri di qualità superiore. All’epoca si producevano nel comprensorio di Conegliano-Valdobbiadene 25000 hl di Verdiso, 6600 di Bianchetta, 3800 di Boschera e 3200 di Prosecco che quindi era un vitigno del tutto secondario.

Alcuni anni più tardi, nel 1868, grazie all’impegno del Dottor Antonio Carpenè e dell’Abate Felice Benedetti, presidente del Consorzio Agrario di Conegliano, viene fondata sempre a Conegliano la Società Enologica Trevigiana. Questa nuova istituzione fu di portata dirompente per l’ancora stagnante viticoltura Trevigiana innescando una rivoluzione vitivinicola i cui frutti positivi iniziano ben presto a farsi vedere, specie per il Prosecco che verrà allevato sempre più in purezza, mentre prima era misto con altre varietà.

I meriti di aver dato inizio alla storia moderna del Prosecco vanno al Conte Marco Giulio Balbi Valier che negli anni successivi al 1850 aveva isolato e selezionato un clone di Prosecco migliore degli altri, individuato ancora oggi come “Prosecco Balbi”.

Va ricordata la Scuola di Viticoltura ed Enologia di Conegliano nata nel 1876 come erede della Società Enologica Trevigiana. Questa scuola concepita da Antonio Carpenè insieme a Gian Battista Cerletti ha avuto tra i suoi docenti più noti, personaggi di altissimo prestigio internazionale come Arturo Marescalchi, Giovanni Dalmasso e Luigi Manzoni i quali posero le basi per la moderna Scienza viticola ed enologica.

Ma è nell’ultimo dopoguerra che il Conegliano-Valdobbiadene esprime al meglio le sue grandi potenzialità. E’ concluso da poco il Secondo Conflitto Mondiale quando i più attenti viticoltori di Valdobbiadene si organizzano per difendere, valorizzare la viticoltura collinare e l’antica tradizione vitivinicola, costituiscono il 14 agosto 1945 la Confraternita dei Cavalieri del Prosecco.

Nasce così il 7 giugno 1962 il Consorzio di Tutela del vino Conegliano-Valdobbiadene Prosecco con sede a Villa Brandolini presso Solighetto di Pieve di Soligo. Da allora il Consorzio opera con grande intelligenza e determinazione per difendere, valorizzare e promuovere l’immagine del Prosecco facendolo conoscere non solo in Italia ma anche all’estero offrendo agli estimatori di tutto il mondo caratteristiche inimitabili proprie soltanto della terra d’origine ossia ConeglianoValdobbiadene.

Il risultato dell’impegno dei produttori e del Consorzio di Tutela si fanno subito vedere tanto che nel 1963 Valdobbiadene diventa ufficialmente capitale non solo del Prosecco ma dell’intero mondo dello spumante italiano con la Mostra Nazionale degli Spumanti che ogni anno a settembre, organizzata dalla Confraternita dei Cavalieri del Prosecco, ha luogo nella prestigiosa Villa dei Cedri di Valdobbiadene. Punto d’incontro tra tutti gli spumantisti italiani fra cui quelli di Prosecco occupano un posto di tutto rilievo.

Alcuni anni più tardi, nel 1969 il Conegliano-Valdobbiadene conquista un altro prestigioso risultato quando il comprensorio collinare ottiene la DOC e il vitigno Prosecco il maggiore riconosciuto dal disciplinare di produzione. Questo riconoscimento viene osservato sempre con maggiore interesse anche lontano dalla zona di produzione e comincia ad essere richiesto nei ristoranti ed enoteche più esclusive di tutto il mondo. In questi anni il Conegliano-Valdobbiadene Prosecco DOC è divenuto il vino bianco più richiesto in italia e nel mondo

Lo straordinario successo ottenuto dal Prosecco a partire dal secondo dopoguerra ha creato una serie di tentativi di imitazione: vini denominati “Prosecco” sono stati prodotti in Sudamerica (“Prosecco Garibaldi” in Brasile), in Croazia (“Prošek”), in Australia (“Prosecco Vintage”) eccetera.

Diventando quindi urgente una regolamentazione legislativa che arginasse il fenomeno ed essendo vietato dalle norme internazionali proteggere il nome di un vitigno (era invalso infatti l’uso di chiamare “Prosecco” il vitigno produttore del vino), si rese necessario ricollegare la produzione veneta col nome della località originaria del Prosecco, e cioè la località omonima presso Trieste, nel contempo ripristinando gli antichi nomi – “Glera” e “Glera lunga” – dei vitigni.

Si decise quindi di creare un’area di produzione contigua costituita dalle province del Veneto e del Friuli Venezia Giulia ove il vitigno era autorizzato o era stato avviato il procedimento autorizzativo. L’iter venne concluso il 17 luglio 2009, con la promulgazione del decreto di riconoscimento della DOC “Prosecco”, delle due DOCG “Conegliano Valdobbiadene – Prosecco” e “Colli Asolani – Prosecco” (o “Asolo – Prosecco”) e del relativo disciplinare di produzione. La riorganizzazione di tutta la produzione ha avuto luogo a partire dalla vendemmia iniziata il 1º agosto 2009.

 

E che anche quest’anno le bollicine di Prosecco DOCG e DOC  portino momenti di convivialità e allegria tra amici di tutto il mondo.

 

Alberta Bellussi

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La bellussera

Siamo in periodo di vendemmia, uva e vigneti.

Approfitto per raccontarvi la storia di una scoperta che appartiene alla mia famiglia: “la bellussera”, sistema di allevamento della vite diffuso in Veneto da fine ‘800.

Magari girando per la nostra Regione e soprattutto per la pianura trevigiana avete visto quell’antica forma di viticoltura, particolarmente scenografica e molto interessante sia dal punto di vista storico che sociale.

Vista dall’alto, “la bellussera”, sembra un merletto ricamato o un alveare tanto è precisa e perfetta: un’opera d’arte.

“La bellussera” fu inventata per andare incontro a varie esigenze; in primis cercare di produrre una grande quantità di uva ma l’aspetto più affascinate è il valore sociale e economico che ha avuto nella civiltà contadina da fine ‘800 in avanti.

Questo sistema di allevamento fu così realizzato principalmente per due motivi; in primo luogo perché così disposte le viti rendevano più facile combattere la peronospora, malattia della vite molto diffusa, e in secondo luogo permetteva di sfruttare al massimo le risorse della terra sotto al vigneto.

Nell’Ottocento, le campagne della zona del Piave erano coltivate tutte in regime di mezzadria e ai contadini restava solo 1/3 del raccolto. I vigneti a “bellusera”, tenendo i tralci vitati a oltre due metri d’altezza, evitavano che l’umidità delle terre del Piave, ricche di risorgive, potesse creare le condizioni per lo sviluppo della peronospora e producevano, così, grandi quantità d’uva per ettaro per la felicità dei contadini. Nei corridoi dell’interfilare, poi, si potevano coltivare ortaggi di ogni tipo; sotto le viti si faceva il fieno per le mucche e l’erba per i conigli o gli altri animali da cortile.  Quando le viti venivano maritate ai gelsi, si potevano utilizzare le foglie delle piante per allevare bachi da seta. “La bellussera” era un bellissimo esempio di piccolo eco-sistema di coltivazioni agricole integrate garantiva in questo modo la sussistenza delle famiglie molto numerose dei contadini e la cospicua produzione di uva rendeva lieti i mezzadri.

L’abbandono della mezzadria, i nuovi metodi per combattere la peronospora e la concezione moderna della viticoltura di qualità, indirizzata verso le basse rese e la vendemmia meccanica, hanno di fatto decretato la fine delle vigne a “bellussera” anche se in questi ultimi anni c’è un ritorno per alcuni tipi di uva come il Raboso o i rossi perché rende una qualità migliore.

Questo sistema così interessante e ricco di risorse fu ideato dai fratelli Bellussi alla fine dell’800 nel Comune di Tezze di Piave, in provincia di Treviso. Le prime applicazioni di questo sistema furono sperimentate dai fratelli Girolamo e Antonio, agricoltori di Tezze di Piave (TV) partendo da un’idea del padre Donato.

La prima fase di tale sperimentazione consistette nell’alzare le viti a m. 2.50 circa da terra, a fianco di un tutore vivo e piegandole in guisa da formare capi a frutto che venivano fissati per le estremità a pali di legno posti alla metà dell’interfilare. In tal modo era data la possibilità ai tralci fruttiferi della vite di rimanere al di fuori della zona d’ombra prodotta dal tutore vivo.

Senonché, essendosi dimostrato tale sistema assai ingombrante e di non troppa solidità, fu successivamente modificato dagli stessi fratelli Bellussi, ponendo un palo in legno, alto 4 metri, accanto al tutore vivo, quasi per rinforzo. Questo palo aveva la funzione di sorreggere alcuni fili di ferro disposti a raggio congiungentisi ad altri pali in corrispondenza ad ogni capo a frutto. I Bellussi collocarono una piccola frasca che aveva lo scopo di dare la possibilità ai germogli di affissarsi. I cordoni, così sistemati, riuscivano ad assumere direzione obliqua.

Una terza modificazione fu apportata quindi dai Bellussi al loro sistema che per maggior solidità ed anche per risparmio di pali subì una trasformazione nella disposizione dei fili di ferro che furono collocati a tre: uno orizzontale e due obliqui su di un piano verticale; le frasche vennero fissate al filo superiore. In riconoscimento di queste benemerenze, Antonio Bellussi venne nominato Cavaliere del Lavoro. Vittorio e Guerrino continuarono le nobili tradizioni familiari, mantenendosi all’avanguardia nella coltivazione della vite e nella produzione del vino e poi i figli di loro Agostino e Lamberto, e i nipoti Vittorio, Enrico e Alberta.

Nei primi del ‘900 fu anche esportata in Sud America a Mendoza.

Scrive Gianni Moriani:   ”trattasi di una ingegnosa soluzione che si mostra agli occhi sorprendentemente preziosa, come un pizzo realizzato con il famoso punto in aria, specialità di certe merlettaie del nostro estuario. Entro in questa verde “chiesa”, attraverso una porta sempre aperta, in una luminosa giornata, mossa da uno zefiro che fa dondolare le foglie: la scena richiama alla mente l’arte cinetica delle installazioni create da Alexander Calder. Credo che i fratelli Antonio e Matteo Bellussi, geniali realizzatori di questo originalissimo sistema di allevamento viticolo, partendo da un’idea del padre Donato, vadano a pieno titolo iscritti tra gli anticipatori dell’arte cinetica. Come le più ardite opere architettoniche, anche la Bellussera si regge su ferrei principi geometrici. Da ogni sostegno i tralci si dipartono a raggiera, per catturare più raggi di sole possibile. Si può dire che tolti i tutori, tutto sia appeso alla leggerezza di un filo”.

Alberta Bellussi

 

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In questa estate, più che mai, a qualsiasi ora del giorno, se metto il piede fuori di casa divento il bocconcino preferito di una quantità innumerabile di quelle assurde bestioline nere o tigrate, che appena si appoggiano su un millimetro di pelle ti lasciano un fastidiosissimo bozzo sulla pelle; esse sono  chiamate volgarmente ZANZARE

Amo gli animali ma questi insetti credo di averli insultati con una  varietà esagerata di epiteti e  picchiati con ogni mezzo a portata di occhio, procurando  ogni tipo di violenza a loro e  ai miei arti felicemente scoperti dal caldo estivo ma infelicemente preda degli attacchi dall’alto di questi animaletti con gusti vampireschi.

E poi se per caso di notte ne hai una che gira per la camera, perché ti sei dimenticata la finestra aperta, decide sempre di iniziare a volare quando spegni la luce e lo spazio di volo preferito è sopra l’orecchio che non hai schiacciato sul cuscino…grrrr… Potrebbero vincere il premio nobel per i dispetti, questi piccoli “adorabili grrr” insetti.

Grrr… finisci di grattarti la spalla, ti prude la gamba, il piede, il ginocchio e qualche zanzara più audace si spinge fino ai glutei …. bastaaaaaaaaaa….che fastidio!

Grrr…..uno dei primi mezzi inventati dall’uomo per affrontare il conflitto uomo-zanzara si chiama zampirone.

Ma lo sai che lo zampirone è un’invenzione tutta veneta, con una correzione in corsa Made in Japan nella  forma.
Una volta era usatissimo…e nelle sere estive eravamo tutti assuefatti da questa strana essenza che emana il fumetto dello zampirone…che come l’effetto di uno strano sortilegio saliva da sotto le tavole imbandite perché veniva messo ai piedi dello stesso, sopra un piattino di ceramica che ne raccoglieva anche la cenere della parte che bruciava. Non mancava mai la scatola quadrata che conteneva le spirali verdi di zampironi nelle case venete d’estate.

Essere vicina allo zampirone a me dava conforto; mi sentivo protetta da quei piccoli “vampiri”. Ora ci sono mille spray e aggeggi elettronici in supporto al caro vecchio zampirone ma viene ampiamente utilizzato, soprattutto in Asia, Africa e Australia, paesi dove gli insetti sono davvero molto pericolosi per la salute.

Lo zampirone è realizzato con polveri compresse di Tanacetum cinerariifolium che bruciando molto lentamente sprigionano un fumo nocivo per zanzare, pappataci  ecc

Il primo a capire le caratteristiche del piretro fu Zacherl, inventore austrico che  sviluppò un efficace prodotto contro le falene realizzato naturalmente con i fiori di Piretro. A tal scopo, si accordò con i capi dei villaggi caucasi per la raccolta delle piante e la loro spedizione a Tiflis, dove Zacherl macinava i fiori essiccati per ottenere la polvere di piretro, che poi veniva imballata in sacchi di pelle di pecora e esportata in Europa.

La notizia varcò le Alpi e giunse a Giovanni Battista Zampironi, valente farmacista, veneziano laureato a Padova in Chimica farmaceutica che, nel 1862, perfezionò la formula. Il suo insetticida chiamato “fidibus insettifugo” composto al 50% da polvere di piretro, 35% di nitrato di potassio e 15% di segatura o qualcosa che legasse il tutto. Il successo commerciale portò all’utilizzo del termine “zampirone” dal nome dell’inventore. I primi insetticidi erano fatti come dei coni trapezoidali alti circa 35 cm.

Alla fine del XIX secolo, l’imprenditore giapponese Eiichiro Ueyama produceva bastoncini lunghi circa 20 cm di incenso mescolati con polveri di amido, bucce secche di mandarino e piretro, che bruciavano in circa 40 minuti. Nel 1895, la moglie Yuki (ispirata dalla visione da un serpente attorcigliato) gli propose di fabbricare bastoncini più spessi e che durassero più a lungo, ovvero di piegarli a spirale. Nel 1902, dopo una serie di prove ed errori, venne perfezionato un prodotto simile ad incenso da bruciare con la forma a spirale, che veniva realizzato tagliando una serie di strisce di incenso che poi venivano riavvolte  manualmente.

Lo zampirone è un rimedio che non passa mai di moda. Anni e anni di onorato servizio contro le zanzare testimoniano la sua efficacia.

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Alberta Bellussi

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Ormai chi mi segue nella pagina del Ilcuoreveneto lo sa che sono affascinata e attenta a quei modi di dire che erano nel parlare dei nostri nonni e che, ogni tanto,  escono, anche a noi,  in mezzo ai discorsi del vivere quotidiano.

Ascolto il linguaggio dei ragazzi e mi rendo sempre più conto che il loro disquisire manca di questi detti coloriti e carichi di veneticità e un po’ mi dispiace.

L’altro giorno ero in Posta e mi piace parlare con gli anziani, mentre attendo il mio turno, e un signore di 86 anni  mi raccontava della sua Cinquecento parcheggiata fuori, mi ha detto: “ la e dei tempi de Marco Caco ma la se mantien come na signorina”.

Uè! mi si è accesa la lampadina, anche mia nonna parlava spesso di sto Marco Caco per dire che una cosa era tanto ma tanto vecchia, in modo ironico, ma non solo e allora ho provato a cercare per capire chi fosse.

Di notizie sul signor Caco ce ne sono davvero poche, sembra, però, che il nome con il quale è “comunemente” conosciuto sia la storpiatura di Marco Cacamo. Lui era un  valoroso condottiero che si contraddistinse nella lotta tra veneziani e padovani alla Torre delle Bebbe, nel 1214.

Si tratta della “guerra del castello d’amore”. La vicenda ha inizio a Treviso, il 19 maggio 1214, festa di Pentecoste, dove era stato allestito, secondo la tradizione popolare di quella città, un castello di legno, addobbato a festa, dagli spalti del quale si affacciavano per difenderlo le fanciulle più belle della città.

Erano accorsi giovani anche dalle città vicine: Padova, Venezia e Chioggia. Avanzavano nell’impresa tenendosi uniti attorno al vessillo della propria città. Nella finzione le armi della contesa sarebbero state innocue, ovvero fiori, dolci, confetti e battute spiritose.

Ben presto si venne alle mani e la gara degenerò in zuffa, quindi in una vera e propria battaglia quando i padovani ebbero la malaugurata idea di stracciare e vilipendere lo stendardo veneziano.  Davanti allo sfregio del gonfalone di San Marco, veneziani e chioggiotti sfoderarono le armi e non ci fu una sanguinosa carneficina solo grazie all’intervento del sovrintendente della gara, Torello Salinguerra.  Ma la lotta, momentaneamente interrotta venne ripresa su iniziativa dei padovani che, alleati con un gruppo di trevigiani, si presentarono ai confini del territorio di Chioggia per riprendere le ostilità, guidati dal capitano Geremia da Peraga, decisi ad ottenere la rivincita ma anche i vantaggi sulle saline.

Ottennero risultati positivi scendendo d’improvviso nei territori di Cavarzere e Cavanella d’Adige, riuscendo anche ad occupare la Torre di Bebe, a Chioggia,  che pure era stata difesa strenuamente dai chioggiotti capitanati dal coraggioso Marco Cacamo detto Caco.

Il contrattacco, con l’appoggio di un contingente veneziano, ebbe inizio il 21 ottobre 1214 e fu coronato da una serie di successi.

La compagnia di trevigiani accorsi in aiuto dei padovani venne sconfitta e si procedette al recupero dei castelli, nei quali si erano annidati i nemici, compreso Geremia da Peraga, che cadde nelle mani alleate.

La pace venne siglata il 9 aprile del 1215 e le clausole rivelarono la vera natura della contesa: la restituzione dei territori sottratti alla Repubblica di Venezia e il divieto ai padovani di avvicinarsi alla laguna.

Quindi essere dell’epoca di Marco Caco significa avere circa 800 anni.

Alberta Bellussi