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Avio De Lorenzo: il tronco è già statua

Una delle frasi più famose di Michelangelo recita:  “Ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla”.

Trascorrendo qualche ora con lo scultore del legno Avio De Lorenzo di Costalta di Cadore, nel Simposio di Cordignano, ho avvertito dalle sue parole appassionate e partecipate che  quando parla del legno che plasma ne parla come di una materia  viva dotata di un carattere,  un profumo, un colore ma soprattutto della possibilità latente che porta con sè;  ha già una forma che prende vita da un’idea. Il tronco nel pensiero creativo dell’artista è già statua.

Nella mia mente, il lavoro di uno scultore mi è sempre sembrato estremamente affascinante e parlando con lo scultore Avio De Lorenzo ne ho avuto la riconferma.

Se ci pensate per un momento: da un pezzo grezzo unico, in questo caso un tronco, poco a poco, comincia ad apparire una “forma”, quel tronco che aveva una sua vita nell’albero viene   ad avere un  nuovo “significato”. Forma e significato rappresenteranno la materializzazione di un’idea che si trovava nella mente dello scultore.

Se ci pensate la statua si trova già dentro il tronco;  l’atto creativo sta nell’eliminare tutto ciò che di superfluo   impedisce alla statua di venire alla luce e di manifestarsi. Lo scultore con il suo agire  di sega, sgorbie e scalpelli “libera” la statua che è dentro quel tronco di legno o blocco di pietra. Lo scultore dà vita.

“ Ogni tipo di  legno ha una sua durezza e una sua plasmabilità- afferma Avio” ed è proprio quella che permette all’idea dell’artista di essere liberata. Il legno ha una sua vita nuova oltre l’albero ma ne conserva il profumo del bosco.

I soggetti “liberati” da Avio de Lorenzo sono molto spesso soggetti sacri ma ci sono anche  molte figure di  donne realizzate con linee morbide e volti protesi verso l’alto che richiamano l’ideale di bellezza classica.  La sinuosità con cui plasma le sue statue e le linee armoniose, mai spezzate o violente, fanno sì che  le creazioni  di De Lorenzo diffondano dolcezza e serenità.

Nelle sue ultime produzioni l’artista esprime nell’arte la contrapposizione tra le forme naturali del materiale e la geometria astratta del suo pensiero abbandonando la linea realista per entrare in una dimensione più astratta quasi onirica.

Avio De Lorenzo  vive e lavora a Costalta di Cadore (BL), un paese magico abbarbicato sulle Dolomiti Orientali il cui senso di appartenenza è molto forte nell’artista, sottolinea spesso le sue origini cadorine.

Da parecchi anni lo scultore partecipa a Simposi di sculture su legno ma anche su neve e ghiaccio; espone in mostre personali e collettive. Le sue opere sono presenti in diverse città dell’ America del Nord.

Mauro Corona dice spesso “Vivere è come scolpire, occorre togliere, tirare via il di più, per vedere dentro ”.

Scolpire è come una metafora della vita; abbiamo un grande tronco e siamo noi a plasmare la statua della nostra vita; siamo gli scultori della nostra esistenza come Avio De Lorenzo lo è della materia a cui da vita.

Alberta Bellussi

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 Il Veneto è ricco di cose molto interessanti, i labirinti sono una di queste.

Nella nostra Regione ce ne sono diversi e ben conservati; sono davvero delle   straordinarie architetture vegetali.

Il primo e anche il più famoso   quello di Strà, è sito nel giardino di Villa Pisani. La sua forma è circolare, inscritta in un quadrilatero irregolare. È un labirinto a scelte, cioè un irrigarten; l’ingresso uscita è sulla base del quadrilatero. Si tratta di un tipico labirinto d’amore, le cui prime forme compaiono in Francia tra la fine del ‘300 e l’inizio del ‘400 con il nome di Maison Dèdalus.

Il secondo è a Valsanzibio, nei Colli Euganei, nella Villa Barbarigo. Ha forma quadrata con belvedere centrale a cui si accede direttamente; l’ingresso e l’uscita non coincidono e si trovano al centro, alla base del belvedere.

A Verona, nel giardino di Palazzo Giusti, si trova il terzo labirinto veneto, più piccolo degli altri e con le siepi che non superano il metro d’altezza. La forma è quadrata, a 11 spire, con sala quadra al centro, senza torretta o belvedere e con un solo percorso, con andata e ritorno per la stessa via.

Uno molto grande si trova a Socchieva, alle porte di Belluno, nella Villa Paganigaggia. Il labirinto è la copia di quello di Strà per la forma, le dimensioni e la torretta centrale; il percorso è invece estremamente semplificato.

L’ultimo arrivato è il Labirinto Borges della Fondazione Cini, un labirinto arboreo creato per celebrare e ricordare lo scrittore argentino Jorge Luis Borges a 25 anni dalla morte. Il Labirinto Borges, ricostruzione del giardino-labirinto che l’architetto Randoll Coate progettò in suo onore. L’immagine del labirinto è centrale nella poetica di Jorge Luis Borges. Essa costituisce un’allegoria della complessità del mondo, la cui intelligibilità non è afferrabile attraverso la sola ragione.

L’opera è stata realizzata dalla Fondazione Cini, che si trova sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia. Il Labirinto è stato pensato come un terzo chiostro, dopo il Chiostro del Palladio e il Chiostro dei Cipressi. Il giardino, che davanti a sè ha il bacino di San Marco, occupa un’area di 2.300 metri quadrati, per quasi 3 km lineari di sviluppo delle siepi. Le piante di bosso sono tagliate ad un’altezza di 75 centimetri da terra.

Se pensiamo al passato, il primo labirinto che conosciamo è quello legato al mito di Cnosso.  Apollodoro, scrittore del I secolo a.C., ci descrive la storia di Teseo il quale, grazie alla complicità di Arianna, riesce a uccidere il terribile Minotauro (il mostro metà uomo e metà toro), nascosto al centro del dedalo di Cnosso, a Creta, e a trovare poi la via d’uscita.

Il labirinto è un simbolo che ricorre con enorme frequenza nella storia dell’umanità. Esso è presente in culture, miti e religioni più disparate, ma anche nell’arte e nella filosofia. La storia dei labirinti è complessa, intricata e affascinante, così come lo sono i percorsi che li strutturano. Essi compaiono in civiltà ed epoche diverse ed in luoghi lontani come il Perù, Creta, l’Egitto, l’India, la Grecia, la Cina, e l’Europa.

Alla fine, poi, a livello simbolico ciascuno di noi si rapporta con il proprio labirinto.

Incontrando numerosi ostacoli nel corso della vita e tentando di superarli, non facciamo altro che iniziare un percorso di crescita entrando e uscendo di continuo da labirinti quotidiani.

Il messaggio iniziatico del labirinto è presente in ogni istante del nostro vivere.

 Ma, tra i molti interrogativi che possiamo porci, uno merita particolare attenzione: qual è la via di uscita del labirinto?          

Alberta Bellussi

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Alvisopoli!

Non sapevo né dov’era e non ne conoscevo i segreti e le curiosità.

 

Un libro regalato mi ha aperto una finestra su una piccola pagina di storia veneta che non conoscevo.

Mi è parso strano perché da sempre sono curiosa delle cose bizzarre del Veneto e del mondo. Ma Alvisopoli mi è è è proprio sfuggita.

Sulle Tracce di una rosa perduta” di Andrea di Robilant, erede di Lucetta Memmo, è il titolo del libro che mi ha permesso questa nuova conoscenza.

Beh la storia rocambolesca di questa rosa mi ha intrigato e ho pensato di raccontarvela.

E’ una rosa antichissima di una specie quasi sicuramente estinta, sopravvissuta allo stato inselvatichito nel bosco ultra bisecolare di Alvisopoli.

La pianta, secondo precise testimonianze documentate nel libro, da Parigi era stata portata ad Alvisopoli dalla  nobildonna veneziana Lucietta Memmo, consorte di Alvise, e impiantata nel bosco-giardino di Alvisopoli, nel primo decennio dell’Ottocento.

Alvisopoli era stata realizzata nei primi anni dell’Ottocento dal nobile veneziano Alvise, un cultore degli ideali illuministici del tempo, che aveva fatto costruire in un ampio possedimento di famiglia, nelle vicinanze di Fossalta di Portogruaro, una mitica città utopica, autonoma sul piano istituzionale, sociale, economico, culturale, architettonico e religioso.

Per dare un cenno della sua importanza basti dire che ad Alvisopoli era stata impiantata una tipografia gestita inizialmente dal mitico tipografo Niccolò Bettoni, più tardi editore della celeberrima traduzione dell’Illiade (1810) di Vincenzo Monti e nel 1807 della prima edizione dei “Sepolcri” l’immortale capolavoro di Ugo Foscolo.

Nel bosco di Alvisopoli  è stata rinvenuta questa  interessante “rosa antica”. Sfuggita, con l’abbandono del parco, alla coltura giardiniera, si comporta oggi come una specie di sottobosco, con una discreta presenza di esemplari anche in zone molto ombreggiate. Questa rosa appartiene al cosiddetto gruppo delle “Rose cinesi” e assomiglia molto a un’antica rosa denominata “Le Vesuve”, importata da Parigi per l’appunto da Lucietta.

E’ una rosa molto particolare  il fiore varia di colore da un rosso intenso del bocciolo al rosa, per diventare da ultimo bianco e candido. Fiorisce due volte all’anno, in inverno e in primavera.

Secondo molti botanici  potrebbe trattarsi di esemplari unici.

 La rosa non ha un nome ma molti l’hanno battezzata “Lucetta” dal nome della nobildonna che ebbe cura di trasportarla da Parigi, assieme a tante altre piante di fiori, fino al bosco di Alvisopoli. Sarebbe un modo appropriato per ricordare questa nobildonna veneziana dal “pollice verde”, innamorata della natura.

Nel 1813 muore Alvise, poi è rimasta a Lucetta la gestione dell’area, come è scritto nel libro dell’ultimo erede di Lucia Memmo, Andrea di Robilant, il quale racconta la storia di questa rosa pregiata.

Il WWF aveva una concessione con l’Ater proprietario dell’area e anche del bosco che gestiva a sue spese, in cambio dell’affitto di alcune stanze all’interno della Villa Mocenigo. Quando il WWF non potè più utilizzare gli obiettori di coscienza che lavoravano gratuitamente per il WWF al posto del servizio militare non riuscì più a tenere in ordine il bosco e tutto andò in degrado.

Pare che adesso intervenga il Comune che ha ottenuto un finanziamento per il recupero e la gestione del bosco che potrà di nuovo essere riaperto al pubblico.

 La rosa ha resistito dall’Ottocento ad oggi passando attraverso la storia, i passaggi di proprietà e gli eventi del mondo e  continuerà  a sbocciare anche in futuro. Meriterebbe di essere valorizzata, conosciuta, anche riprodotta.

Alvisopoli e la rosa rarissima erano inserite in un circuito nazionale, per cui ogni anno avevamo migliaia di visitatori. Uno strumento di conoscenza del territorio, una vera e propria eccellenza.

A Fossalta di Portogruaro c’è l’unico esemplare al mondo di una rosa fantastica che abbiamo chiamato  “Lucetta”e Alvisopoli,città utopistica, con le sue mille cose interessanti cadute in degrado, sempre per il solito motivo, la mancanza di risorse.

Speriamo davvero ci sia un intervento che renda, di nuovo, visitabile questo luogo e che protegga questa rosa dal vestito delicato e bizzarro  ma al tempo stesso forte e coriacea da resistere nei secoli.

Alberta Bellussi

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Segreti e curiosità sulla Chiesetta dei Templari di Tempio di Ormelle

L’Ordine dei Cavalieri Templari nasce in occasione delle Crociate intorno al 1120, subito dopo la prima crociata nel 1096. Fu fondato allo scopo di aiutare i cristiani che si recavano in Terrasanta a completare il loro pellegrinaggio senza essere torturati ed uccisi  perché le  strade verso quella meta  erano infestate da ladri e  predoni . Ugo di Payns,  proprio nella città santa di Gerusalemme, aveva fondato insieme ad altri otto compagni, tutti cavalieri francesi dotati delle armi tipiche della loro condizione sociale, spada lancia e scudo, un nuovo ordine religioso-militare, detto dei “Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio”, prefiggendosi di proteggere la Terrasanta dai saraceni. Analogamente agli ordini religiosi, i cavalieri pronunciavano i voti solenni di povertà, obbedienza e castità. L’ordine venne ufficialmente proclamato, il 29 marzo 1139, dalla Bolla Omne Datum Optimum di Innocenzo II e definitivamente dissolto tra il 1312. Nel corso della sua esistenza l’Ordine Templare svolse sostanzialmente tre azioni, oltre a quella religiosa: l’attività militare, la coltivazione delle terre, la gestione di sistemi economici e finanziarie.

 

I templari entrarono nelle attività bancarie quasi per caso. I nuovi membri che si univano all’Ordine erano nobili e ricchi; donavano ingenti somme di denaro o proprietà all’Ordine, poiché tutti dovevano prendere il voto di povertà. Grazie anche ai vari privilegi papali, la potenza finanziaria dei Cavalieri fu assicurata fin dall’inizio. Poiché i templari mantenevano denaro contante in tutte le loro case e templi, fu nel 1135 che l’ordine cominciò a prestare soldi ai pellegrini spagnoli che desideravano viaggiare fino alla Terra Santa e di seguito anche agli altri. Sembra che la “màson” di Tempio di Ormelle fosse proprio una di queste “cassaforti” dei Cavalieri edificata nella metà del XII secolo.   La màson ossia un’enclave templare isolata, costruita lontano dal centro abitato di Tempio.  Era una piccola cittadina fortificata, da una cinta muraria,  dove dentro vivevano i Templari e tenevano custoditi i loro tesori, che spesso erano le monete d’oro e i loro segreti Vi sono due elementi importanti che caratterizzano quest’area e sono il rapporto con l’idrografia locale e la simbiosi con il territorio rurale: acqua e natura. La chiesa originaria, un rustico in stile romanico,  infatti, sorge sopra i canali di due piccoli corsi d’acqua il Lia e la Piavesella e l’altare sorgeva proprio sopra l’incrocio degli stessi .  La posizione e la struttura degli edifici erano, un tempo, studiate in funzione dell’effetto energetico ricercato: l’architettura serviva a creare una sinergia tra le emissioni telluriche (naturali o modificate artificialmente) e le radiazioni cosmiche.  Le chiese romaniche furono costruite, spesso  sulla verticale di un corso d’acqua sotterraneo o  sull’incrocio di due corsi d’acqua;  la Chiesetta di Tempio ne è un esempio. Le antiche chiese, i templi, i luoghi di guarigione, erano tutti posti in luoghi che emettevano una grande quantità di radiazioni benefiche. I sacerdoti, gli aruspici, i costruttori sapevano dove erigere  gli edifici per ottenere il massimo beneficio: soprattutto sapevano come costruire per esaltare gli effetti positivi. Accadeva spesso nei restauri che queste caratteristiche venissero snaturate e non rispettate e anche nel caso di Tempio è avvenuto ciò.  La chiesa fu restaurata nel 1628, al principio del ‘800, nel 1903 – fu ampliata e modificata nel 1923; verso gli anni cinquanta l’edificio fu oggetto di un infelice ampliamento nella zona del portico che turbò l’impianto originario. Possiamo, comunque,  godere di alcuni interessanti  affreschi che il tempo e l’azione dell’uomo non hanno rovinato.  L’edificio è localizzata vicino agli antichi tracciati stradali  romani come la via Postumia  e la  via Tridentum e dalle diverse e parallele vie  che attraversavano la pianura ed  era, in origine,  composto di un casamento con campanile sulla sinistra. La muratura  laterale è costituita da un grande portico basato su pilastri  rotondi e ottogonali con capitelli a forma di foglia che accoglieva i pellegrini. Le colonne di sezione rotonda rappresentano il mondo femminile e e quelle ottogonali il mondo maschile; dall’unione dei due scaturisce la vita.

Dopo la soppressione dell’Ordine nel 1312, la chiesa di S. Giovanni del Tempio passò agli ospedalieri di S. Giovanni più comunemente chiamati Cavalieri di Malta e dipendenti dal Granpriorato di Venezia. Questo Priorato aveva il diritto di eleggere e presentare all’Ordinario diocesano, per l’approvazione, il sacerdote (che a Tempio fu curato o rettore dal 1565 e parroco dopo il 1684), al quale doveva essere affidata la cura delle anime della “villa”. Dagli atti della visita pastorale del 1544 risulta che  possedeva in commenda la chiesa,  il rev. mo e ill.mo Rainuccio Farnese nipote del Papa Paolo III ed arcivescovo di Napoli. Nel 1797, per le leggi napoleoniche, i beni del Priorato furono demaniati e venduti all’asta; da quell’epoca, la giurisdizione ecclesiastica passò completamente al vescovo di Ceneda. all’esterno campeggia sul sagrato la croce simbolo dei Templari. Le mura furono salvate dalla Soprintendenza agli inizi degli anni ’50, quando il valore della chiesa, ormai fatiscente, si era conservato solo nelle storie dei contadini.

Alberta Bellussi