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L’altro giorno mi è venuta in mente

la Storia de Sior Intento

 che dura poco tempo

che mai nol se destriga.

 Vuto che tea conta. O vuto che tea diga?

 E qualsiasi risposta dai la filastrocca si ripete in eterno.

E poi c’era anche:

 Questa lè a storia

dea vacca Vittoria

morta ea vacca

finia ea storia

E da li ho cercato di ricordare le filastrocche che mi porto in dote dalla mia infanzia; scrivo quelle che mi ricordo magari voi ne avete di altre ….

 

Caregheta d’oro                               

che porta el me tesoro                     

che porta el me bambin                    

caregheta, careghin.

 

Va’ el Conte

Coe braghe onte

Col capeo de paia

Conte canaia.

 

Manina bea

Fatta a penea dove sito stata

Daea mama ?

Cossa te aea dato?

Pan e latte

gatte… gatte… gatte

 

Reciéta bèa

so sorèa,

ociéto bèo

so fradeo,

cieseta del frate

campanèl che bate.

 

Dedìn bel

so fradèl

al pì longo

cura oci

peta pedoci.

 

Boca mia

Boca tua

Boca del can

AAHMMM!!

 

Nina nana, nina ò

‘sto bambino a chi gheo do?

Gheo daremo aea Befana

che seo tègna ‘na setìmana,

Gheo dareèmo a l’Omo Nero

che seo tegna un mese intéro,

ghe o daremo a so mama

chea ghe fassa fare nana.

 

 

Santa Rosa fammi sposa

Santa Agnese entro un mese

San Bastian anca doman

Omne Santi e Santi Dei

magari un vedovo pien de schei.

 

Furlan

magnene el to pan

no ho mia fam

magnene del mio

magneneo pur con Dio.

 

Siora Maria

coa pansa descusia

coe tette de veudo

Maria te saeudo.

 

Saeudi e basi

paga ea multa e tasi

se te vol saver chi sono io

cavete e scarpe e corame drio.

 

Din don campanon tre putee sul balcon.

Una fila, l’altra naspa

Una fa rafioi de pasta.

Una prega sior Iddio

che ghe mande un bon marìo,

che ‘l sia bel, che ‘l sia bon

e che no ‘l sia imbriagon!

 

More ea piegora

more l’agnel

more el muss

e anca el porsel

more la zente

piena de guai

ma i rompibae

no i more mai.

 

C’era na volta    (ha varie versioni)

Piero se volta                                 

casca na sopa Piero se copa            

casca un sopin                                 

Piero fa un Tomboin                        

casca un sopon                                

Piero fa un  rebalton.

tutti so per tera.

 

Batti Batti le manine

che arriverà papà,

che porterà i dolci

e “nome” li mangerà.

 

A befana vien di note       

Co le scarpe tute rote            

col vestito da furlana        

viva, viva la befana

 

Vàrda che màcia!

Péta potàcia!

 

O fame !

Magna curame.

Curame le duro

Magna mort

el mort sa da spussa

magna petoe de mussa.

 

Bau-bau-bau tete!

 

Alla larga, alla stretta

Pinocchio in bicicletta,

o de quà o de à

Pinocchio se a rabaltà.

 

e voi quali vi ricordate?

 

Alberta Bellussi

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Perché questo detto? “Veneziani gran signori, padovani gran dottori…”

L’hai sicuramente recitato un sacco di volte questo detto che prende in rassegna, in modo eccessivo e ironico, le caratteristiche delle province venete.

 “Veneziani gran signori, padovani gran dottori, veronesi tutti matti e vicentini magna gatti”.

In realtà la versione ridotta di una filastrocca ben più lunga che parla anche di altre città del nord come Brescia e Bergamo.

La versione completa è:

 “Veneziani, gran Signori;

Padovani, gran dotori;

 Vicentini, magna gati;

Veronesi … tuti mati;

Udinesi, castelani co i cognòmj de Furlani;

Trevisani, pan e tripe;

Rovigòti, baco e pipe;

 i Cremaschi fa coioni;

i Bresàn, tàia cantoni;

ghe n é ncora de pì tristi… Bergamaschi brusacristi!

E Belun? Póre Belun, te se proprio de nisun!”

Ma proviamo ad analizzare le caratteristiche delle città venete che la filastrocca enuncia e a capirne il significato storico e culturale.

 

Veneziani gran signori: Venezia, ai tempi della Repubblica Serenissima, era sicuramente una delle potenze commerciali più grandi del Mondo. La sua aristocrazia, i mercanti erano molto ricchi   e il mecenatismo che si viveva in città hanno dato a Venezia la fama, in tutto il mondo, dello splendore estetico, economico e culturale della stessa. Venezia città di fasti, lusso sia nell’architettura civile che religiosa ma anche privata.

Padovani gran dotori:  una delle più antiche università europee è proprio quella di Padova. Nel corso della sua lunga storia, l’Università di Padova fu luogo d’incontro di alcune tra le più importanti personalità europee ed italiane, tra le cui fila si annoverano personaggi del calibro di Leon Battista Alberti, Galileo Galilei, Niccolò Copernico, Giuseppe Colombo e molti altri. Qui si laureò anche la prima donna laureata in Italia, Elena Lucrezia Cornaro.

Vicentini magna gati: è probabile che questo detto  derivi  dalla povertà diffusa in territorio vicentino, quando trovare da mangiare non era sicuramente facile quindi ci si cibava anche di questi animali.

Veronesi tuti mati: sembrerebbe che il detto si riferisca all’aria frizzantina che soffia spesso dal Monte Baldo, non a caso un tipo originale o stravagante è definito “uno spirito montebaldino”. Un’altra versione fa risalire il detto alla presenza di due grandi manicomi, uno a San Giacomo e uno a Marzana.

Trevisani pan e tripe: a  differenza di oggi, ai tempi della Serenissima Treviso non era considerato un territorio ricco, infatti  il piatto pane e trippa era ritenuto  uno dei più poveri che si potesse portare a tavola.

Rovigoti bacco e pipe: Rovigo è famosa per essere patria di famosi bevitori e fumatori, ancora oggi la grappa è uno dei prodotti tipici della provincia.

E Belun? Póre Belun, te se proprio de nisun!

Belluno era ritenuto un luogo difficile da raggiungere, freddo e nevoso. Il detto sta proprio ad indicare questo fatto di essere agli estremi della Regione un po’ fuori dal giro.

I detti hanno sempre una spiegazione che spesso è affascinante ma soprattutto carica di valore storico  e culturale.

Alberta Bellussi

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“Mona” !  Avete mai pensato da dove deriva?

In questo mio viaggio attraverso quelle piccole cose venete che segnano l’appartenenza alla nostra terra, scoprire da dove arriva la parola “mona” era una mia curiosità.

“Mona” è uno dei termini che ci appartiene; possiamo dire che  è  di proprietà di tutti i Veneti; non ha nemmeno inflessioni o varianti in tutta la Regione,  lo si usa nella stessa forma ovunque ma ha molti significati dipende dall’uso e  dal contesto.

E’ una parola che continua ad essere molto usata e può avere  significato offensivo oppure semplicemente un intercalare.

Letteralmente indica l’organo genitale femminile.  In passato l’etimologia della parola “mona” era, sempre, stata collegata al termine latino “mea domina”, che significa mia signora, mia padrona, oppure Madonna, la seconda, accreditata dalla prestigiosa firma di Manlio Cortelazzo, faceva risalire il termine al greco “bunion”, e poi “muni” cioè monte, collinetta, da cui “monte di Venere”.

La parola, secondo altri storici, potrebbe essere di origine celtica, popolo che abitava la Regione, dove “mònes”  indicava la scimmia.

Ma la versione più accreditata, anche da un recente studio di Onghia (ricercatore della Normale di Pisa),  fa derivare questo termine  dall’arabo “maimun”, che vuole dire “scimmia” o “gatta”, simbolo del peccato o della lussuria, quindi utilizzato per riferirsi anche all’organo sessuale femminile.  Era stato d’altronde lo stesso Marco Polo a raccontare del “gatto mammone” che in realtà era una scimmia che assomigliava a un felino. Scimmia in quanto animale peloso, come l’”oggetto” in questione, ma anche simbolo del peccato di lussuria, nell’iconografia cristiana. Il termine “maimòne” si ritrova anche nei più antichi dizionari di italiano ad indicare infatti un particolare genere di scimmia, appartenente alla famiglia dei cercopitechi.

Un’ipotesi questa che allineerebbe l’uso dialettale veneziano al francese (“moniche/ mouniche”), al castigliano (“maimón”), al catalano (“maimó”) e alle voci di gergo statunitensi “monkey” e “monkey box”. Ma la metafora animale per indicare l’organo sessuale femminile è largamente diffusa, in Italia e fuori: basti pensare a “passera”, “farfalla”, o al francese e all’inglese, con “chatte”, “cat” e “pussy”.

Ma ancora più curiose sono le molte espressioni e frasi fatte che usano questo termine.

“Te si mona” viene spesso usato con l’accezione di uomo che fa lo stupido come una scimmia;.

Mandar tuto in mona” è traducibile con un mandare tutto a rotoli.

“Va in mona” equivale al nostro va’ a quel paese o qualcosa di più volgare. Questo ha anche un’altra espressione “Va in mona dea Daria” questa signora povera sentirà ogni giorno fischiare le orecchie.

Na monada” è un’espressione che significa scemenza, cosa di poco conto, stupidaggine. “Monade” sono i gesti leziosi compiuti dall’animale e nel dialetto diventano appunto le stupidaggini.

‘Ndar in mona”, infine, si usa per quelle cose o quelle persone che si sono rincitrullite.

Alberta Bellussi

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Ma chi è il  SIGNOR DA VIDOR?

Nella Sinistra Piave, e forse non solo, si usa un’espressione di stupore o di sorpresa che è “ Ih signor da Vidor” come per dire “Mamma mia”, “Maria Vergine”.

L’altro giorno l’ho sentita pronunciare da una signora e ho pensato chissà mai da dove deriva.

Ho chiesto a uno storico di cultura locale  e ho fatto qualche ricerca ed eccoci svelato il mistero.

Esiste anche un’antica  filastrocca che parla di questo Signor da Vidor che recita:

Oh Signor da Vidor ciol  su la barca e vegnéme a cior;

 

Ma chi è sto Signor da Vidor?

L’area  adiacente all’Abbazia di Santa Bona di Vidor in epoca medievale era diventata  un porto fluviale nel quale c’era il  servizio di traghetto delle persone e merci da una sponda all’altra del Piave.

Il signor da Vidor era il barcaiolo  che a Vidor, con la barca, portava le persone dalla sinistra Piave alla destra; e se non c’era il signor da Vidor rimanevi lì,  non potevi traghettare perché l’acqua del fiume era alta e con molta corrente.

Il servizio di traghetto, in quest’area,  funzionò fino al 1871 quando venne inaugurato il primo ponte di legno sul Piave.

Per molti anni in questo luogo si era conservata l’antica casa  dei barcaiolo  o traghettatori addetti al passo barca, che fu distrutta poi durante la guerra del 1915-18. Nella roccia è ancora visibile un anello di ferro detto in dialetto “la sciona”” per l’attracco delle imbarcazioni.

Lungo il corso del Piave c’erano altri  punti di traghettamento perché  all’epoca questo corso d’acqua aveva una portata molto elevata e impetuosa che rendeva quasi impossibile guadarlo a piedi.

Le rivalità tra i numerosi passi barca del Piave sono, appunto,  menzionate nel detto:

Oh Signor da Vidor ciol  su la barca e vegnéme a cior;

che quel da Zian l’é’n poro can;

quel da Bigolin l’é massa picinin;

quel da Col nol me vol e de quel da Onigo no me fido!

 

Traduzione  (o Signore da Vidor, prendete la barca e venitemi a prendere;

che quello di Ciano è un poveraccio;

quello da Bigolino è troppo piccolino;

quello di Covolo non mi vuole e di quello di Onigo non mi fido!).

Alberta Bellussi

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La parola SCHEI… dove ha origine?

Ma lo sai che origine ha la parola SCHEI… che tutti i veneti usano quando parlano di denaro?

L’origine della parola schei poggia le sue radici nella storia vicina.

Per giungere all’origine etimologica del termine veneto indicante il denaro dobbiamo guardare alla prima metà dell’Ottocento, all’epoca del Regno Lombardo-Veneto (1815-1866). In quel periodo il  Veneto si trovava sotto la dominazione austro-ungarica. La parola schei deriva,   infatti, dall’abbreviazione di Scheidemünze, ossia i centesimi della moneta dell’Impero Austro-Ungarico.  I veneti avevano accorciato nel linguaggio ora questa lunga parola per loro impronunciabile; quindi schei e, di riflesso, scheo al singolare.

Schei è una parola che appartiene al nostro linguaggio e fa parte della nostra quotidianità. Il termine è utilizzato tutt’oggi anche per indicare qualcosa di piccole dimensioni (“ceo fa un scheo”) o di breve lunghezza (“sposteo de vinti schei”).

C’è poi un’altra parola che in Veneto si usa per indicare il denaro ed è la parola “franco” andata però in disuso con l’entrata in vigore dell’euro. Secondo alcuni sarebbe un retaggio dell’epoca napoleonica. Altri sostengono che sia   un’altra moneta austriaca, che riportava l’abbreviazione ‘Franc.’, indicante il nome dell’allora imperatore Francesco Giuseppe.

Proverbi

Chi no ghe fa cont de un scheo no val un scheo.

Schéi e amicìsia òrbise a giustìsia

I schei fà balare i sorzi.

I schei no i ga ganbe ma i core.

I schei porta l’oca al paron.

I schei vien de passo e i va al galopo.

Alberta Bellussi