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Caro Veneto,

in questi giorni ti vedo soffrire e soffro anche io con te.

Pensare di vivere in Veneto mi ha sempre dato un enorme senso di protezione.

Mi ha sempre fatto sentire al sicuro.

Ho sempre pensato al Veneto come a un Paese forte, maschio, pieno di storia e bellezza che sa proteggere i suoi figli, che si prende cura di loro con amore e passione.

Ora ti vedo ferito nel tuo cuore che è la bellezza e la molteplicità del paesaggio: montagne, fiumi, laghi, città d’arte, mare…tutti feriti.

Ti vedo fragile e vulnerabile   piegato alla potenza della natura che non perdona.

Sei devastato in quello che è sempre stato ciò che ha affascinato il mondo: le Dolomiti, Venezia, il Piave…

Però sono certa che ti rialzerai presto e tornerai ad essere BELLISSIMO.

Perché tu sei tanto.

Sei di più.

Vivo in provincia di Treviso, in quel Veneto che da sempre è stato motore e traino della storia, della cultura e dell’arte ma soprattutto dell’economica del nostro paese.

Vivo nel Veneto dello splendore della Serenissima, di personaggi la cui genialità è conosciuta in tutto il mondo da Palladio a Canova, da Tiepolo a Tintoretto, da Tiziano a Canaletto, da Cima da Conegliano a Palma il Giovane.

Vivo nel Veneto di Venezia del cui splendore e valore non si trovano parole nel vocabolario per definirla; di Verona e della sua splendida Arena; di Vicenza e il Palladio;  di Rovigo e del suo legame con il Po; di Padova città del Santo ;  di Belluno e delle splendide Dolomiti; di Treviso piccola preziosa bomboniera tessuta dall’acqua .

Vivo nel Veneto del mare, dei monti, delle piccole e grandi città d’arte, dei borghi, dei paesi con i campanili, delle colline, dei laghi, dei fiumi e delle splendide campagne.

Vivo nel Veneto del fiume Piave, dove i nostri avi hanno conosciuto la miseria, la distruzione della guerra e la dolorosa invasione del nemico.

Vivo nel Veneto primo in Italia per la raccolta differenziata, per le energie rinnovabili, per l’innovazione.

Vivo nel Veneto del volontariato, delle Pro Loco, delle sagre e del piacere dello stare insieme.

Vivo nel Veneto delle grandi aziende vitivinicole e gastronomiche, dei prodotti agricoli, dell’asparago, del radicchio, delle ciliegie, del formaggio e molto molto ancora.

Vivo nel Veneto degli orti, delle galline sul cortile, del maiale e della mucca in stalla.

Vivo nel Veneto delle case ordinate, dei giardini curati, dei fiori sui davanzali.

Vivo nel Veneto dei mille dialetti, delle tradizioni secolari.

Vino nel Veneto delle osterie a gestione familiare.

Vivo nel Veneto dei grandi ospedali e delle eccellenze mediche.

Vivo nel Veneto dei grandi campioni dello sport.

Vivo nel Veneto delle grandi fabbriche manifatturiere, delle grandi eccellenze dell’artigianato e delle grandi industrie.

Vivo nel Veneto delle piccole imprese, delle aziende a conduzione familiare, del padre che lavora con il figlio e con i nipoti.

Vivo in un Veneto di gente che meno di 70 anni fa era nella miseria, che con dignità coraggio e rispetto si è rimboccata le maniche e si è data da fare.

Vivo nel Veneto della gente che si alzava all’alba e andava a letto a notte inoltrata con l’orgoglio di lavorare per un progetto, per un investimento sul quale aveva creduto ma soprattutto per quel futuro certo da lasciare ai figli.

Vivo nel Veneto del miracolo economico.

Vivo nel Veneto di brava gente, gente onesta, gente con i calli nelle mani e le rughe in viso.

PER QUESTI MOTIVI SONO SICURA CHE IL VENETO TORNERA’ PRESTO AD ESSERE MERAVIGLIOSO E SUPERERA’ QUESTO DISASTRO;

un Veneto di gente che si asciuga le lacrime dello smarrimento e trova subito una soluzione;

un Veneto di gente coraggiosa che non si lamenta;

un Veneto di gente che si alza le maniche e si dà da fare;

un Veneto di persone con grande cuore che aiutano il prossimo;

un Veneto che con coraggio difende quello che ci appartiene.

un Veneto che ha carattere, dignità, tradizione, cultura, storia, passione, amore.

È, ora, il momento per esprimere l’amore per la nostra terra, per confermare la nostra appartenenza, per aiutare quel Veneto ferito nel cuore a rialzarsi e a riavere un futuro sereno.

Con Amore.

Alberta Bellussi

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Acqua, Piave, Livenza, Monticano …. ansia…paura…. esondazioni, piena, acqua alta, torrenti, evacuare, stato di allerta, unità di crisi … parole che sentiamo incessantemente in questi giorni… immagini alle tv locali che colpiscono.

Un territorio quello italiano che rivela ogni giorno la sua fragilità e la sua vulnerabilità, che mette paesi e cittadini a dura prova.

Il Consiglio Nazionale dei Geologi afferma “L’Italia è un Paese MORFOLOGICAMENTE FRAGILE perché è GEOLOGICAMENTE GIOVANE. E la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti attraverso l’intensa attività sismica e vulcanica ed i continui e ricorrenti fenomeni erosivi (frane, alluvioni, valanghe, ecc.) che si verificano con tempi di ritorno sempre più brevi e anche dopo solo poche gocce d’acqua. Ma l’Italia è anche un Paese ANTROPICAMENTE malato. Anche in questo caso la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti: urbanizzazione selvaggia; scellerato consumo del suolo; disboscamenti senza programmazione; quartieri costruiti negli alvei; disprezzo e violazione di ogni norma di pianificazione; rinvii di spese indispensabili; taglio progressivo dei fondi per il rischio idrogeologico”. Il passato e il presente tragico dovrebbero farci riflettere e farsì che la politica imbocchi delle scelte programmatiche che abbiano come priorità la salvaguardia dell’Italia e degli italiani. Il Veneto ha imboccato questa strada con i nuovi bacini di laminazione dopo le piene del 2010 che ora si sono dimostrati utilissimi; la programmazione di tenere vuoti i laghi alpini per le emergenze, le unità di crisi con esperti e volontari…servono risorse per poter programmare la salute del proprio territorio e l’Autonomia permetterebbe tutto ciò.

La natura è forte e impetuosa e non perdona.

Il Veneto è colpito al cuore nella sua bellezza, nel suo paesaggio.

Un Veneto forte ma vulnerabile.

Un Veneto di grande dignità oggi come allora che non si lamenta ma si alza le maniche e si da da fare per risolvere l’emergenza. Una sinergia di persone e mezzi che non si abbattono mai.

Vi ripropongo un pezzo che avevo scritto per ricordare l’alluvione del 1966… sperando che i mezzi di oggi e le capacità siano capaci di far si che la forza della natura non porti a tutte quelle perdite umane..

 

Mia nonna Maria, molte volte, mi ha raccontato, quella giornata del 4 novembre del 1966, con parole che rendevano tangibile, anche dopo anni, il senso di disperazione che l’alluvione le aveva portato. Lei, giovane donna vedova, aveva cresciuto la sua bambina facendo tutti i lavori che riusciva per rendere bella e confortevole la sua casetta di Negrisia.  Era il suo punto fermo dopo la sofferenza.

Pioveva da diversi giorni.

Il cielo rimase grigio-scuro per tutta la giornata, carico di nubi, basse e veloci spinte da Sud-Est, da un vento di scirocco tiepido ed impetuoso che soffiò facendo sì che la piena travolgente del Piave si scontrasse contro un’alta marea mai vista prima.  Le piogge persistenti del  2 e 3 novembre, precipitate sul Nordest, dalle Alpi al mare, ingrossarono i fiumi a livelli di sei-sette metri sopra il livello di guardia.

Fu così il Piave a Negrisia e a San Donà.

Si aggiunsero altre concause a rendere un evento meteorologico  eccezionale in un evento drammatico.

Gli impianti della Bonifica furono tutti attivati al sollevamento, i collettori delle acque alte, su cui si sarebbe dovuto pompare l’acqua dell’esondazione, erano già in piena per l’effetto delle straordinarie precipitazioni a monte.

Le torbide acque del Piave e del Livenza, già nelle prime ore del giorno 4, raggiunsero la pianura.

Infine, la violenta mareggiata e la conseguente piena eccezionale, impedirono ai due fiumi e ai canali emissari delle Bonifiche il deflusso a mare, determinando ritardi che aggravarono la pericolosità della situazione.

Il Piave continuava  a rimontare impetuoso e con un suono sordo e violento.  Era controllato in molti punti.

La paura della catastrofe si leggeva  nei volti pallidi delle persone e  nei loro sguardi smarriti e impotenti.

Quella notte fu lunga perché ci si apprestava a vegliare  avendo la certezza che qualcosa di drammatico sarebbe successo.

Gli altoparlanti dalle strade  gridavano ripetutamente agli abitanti di non dormire, di tenersi pronti all’evacuazione e di stare calmi in attesa di ordini.

I parroci suonano le campane nel modo più forte possibile per avvisare i paesani, per tenerli svegli .

La notte avanzava  e il livello delle acque continua a crescere raggiungendo i 7 metri e mezzo.

Alle 21,30 il Piave rompe a Negrisia sull’argine sinistro.

Ecco! Ciò che si aspettava con paura era arrivato. La piena travolgente del Piave si scatenò con una furia enorme.  La nonna e la mamma mi raccontarono che scapparono tutti ai piani superiori delle case lontane.

Nel loro ricordo,vivo il senso di miseria e freddo che lascia l’acqua che attraversa una casa e travolge tutto. L’umidità che penetra i muri e le ossa delle persone lasciando dolore nel corpo e nell’anima.

Nel frattempo uomini e militari cercavano di arginare con sacchi di sabbia l’impeto dell’acqua.

L’acqua proseguiva la sua furia e finirono sotto acqua centinaia di migliaia di ettari San Donà, Noventa di Piave e Cessalto compresi, si trasformano in un unico, immenso lago.

 

Nella campagne buie e annientate dalla furia dell’acqua si sentono urla  di persone, bambini, animali cani, maiali, mucche che erano insieme ai campi erano il sostentamento delle famiglie rurali venete.

Gli anziani non vogliono lasciare le loro case; faticano a staccarsi.

In questo grande lago che va da Negrisia a San Donà fino a Jesolo le persone e gli animali vengono portati in salvo con le barche.

Non c’è coordinamento! Ognuno si arrangia come meglio può. Arriva l’esercito ma non c’è coordinamento degli aiuti.

La lunga notte lascia lo spazio alle luci dell’alba che mostrano uno scenario tremendo: persone sopra le case, animali che hanno cercato di salvarsi come potevano, oggetti personali, piatti, vestiti, cornici con le foto dei racconti di una vita che galleggiano… tutto travolto dall’impeto dell’acqua.

Era il 1966 la tivù facevano vedere solo l’alluvione a Firenze.  Ma della zona del Piave e di Venezia non si parlava.

Arrivò in visita il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Visita i luoghi alluvionati, si commuove incontra gli sfollati ma  viene contestato e gli tirano addosso fango. La gente è arrabbiata, si sente abbandonata, lasciata sola. Saragat rimane bloccato e deve tornare indietro, con la macchina finalmente tutta infangata.

La conta dei danni è drammatica. Le perdite sono ingentissime nessuno pensava che la piena raggiungesse quelle misure. La catastrofe commuove tutti e arriveranno aiuti dall’Italia e dal mondo.

Lo Stato elargisce dei risarcimenti e quasi tutti ci hanno guadagnato. Sono pochi quelli che ci hanno rimesso veramente: sono soprattutto quelli che hanno avuto la casa sott’acqua per tanto tempo. Non c’è controllo si ottiene anche senza chiedere.

I tempi dopo l’alluvione saranno tempi duri per la campagna, le fattorie agricole e per il ritorno alla vita normale”.

Una tragedia che è rimasta impressa nei ricordi di chi l’ha vissuta e quando il Piave si carica d’acqua e si fa impetuoso ritorna la paura della piena.

Alberta Bellussi

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Caro Babbo Natale,

sono tantissimi  anni che ti mando la mia lettera. Credo che accada da quando ho imparato a tenere in mano un pastello. Nelle mie letterine di bimba sognatrice  ti raccontavo, emozionata,  i miei sogni, le mie senzazioni, le mie passioni come se volessi, anche io, regalare a te i miei preziosi segreti in cambio dei tuoi doni. Mi ricordo l’emozione che provavo nello stendere la mia missiva, che proteggevo con la mano, quasi per nasconderla da occhi indiscreti perché solo a te e al mio diario, chiuso dal lucchetto, io volevo raccontare i miei segreti.

Sono sempre stata una bambina molto allegra e dotata di una grandissima fantasia… Quanti Natali sono salita con te sulla slitta e Oh Oh Oh via per la notte stellata a portare un sorriso ai bimbi del mondo. Le renne le conoscevo tutte per nome…e anche la cometa che segnava la grotta.

Ma la cosa bella è che ho sempre continuato e   continuo a scriverti, anche ora che sono  “grande”, perché io ci credo davvero e non mi è neanche mai sfiorata l’idea di mettere in dubbio che Babbo Natale esiste.  La sera di Natale, quasi quasi,  sento nell’aria la melodia degli scampanellii che accompagna il tuo veloce viaggiare per il globo terracqueo ad esaudire le richieste di piccini e grandi di tutto il mondo.

E come si fa a non credere a un uomo così buono e rassicurante? Infatti io ci credo.

Le mie lettere si fanno ogni anno più impegnative perché i “doni” che ti chiedo non sono oggetti ma valori, sentimenti e cose belle per il mondo e per le persone a cui voglio bene.

E’ un momento storico nel  quale faticano, spesso, le parole  ad uscire per dire qualcosa perché i fatti quotidiani sono così eccessivi e estremi che la sola voce che riesce a uscire è il silenzio.

Natale e Fine Anno sono periodi di bilanci dell’anno trascorso e un po’ il punto della vita fino a questo momento. Mi viene un nodo alla gola e la tristezza mi prende per tutte quelle cose che vorrei, che mi mancano, che … che…che…  poi un colpo di spugna pulisce la mia malinconia e sorrido. Sono una persona fortunata per mille piccoli motivi e non solo, anche per qualcuno  più grande. In questi giorni particolari dove tutto è esagerato mi metto a pensare, a riflettere, a ripensare ai consigli, ai dialoghi, ai momenti no a quelli si… boh mi piace  mettermi in difficoltà,  mettermi alla prova per vedere a che punto del cammino della vita sono … strada da fare ce n’è sempre tanta e motivi per migliorare ancora di più.

I pensieri si mettono in fila come le carte di una mano  a Scala e aspettano di essere svelati.

E Caro Babbo Natale mi accade come la prima volta che andai a Lourdes che al bagno battesimale nel Gave, imbarazzata, infreddolita, spostavo il mio sguardo sempre più inumidito e emozionato a destra e a sinistra e  non riuscivo a chiedere nulla per me, volevo solo ringraziare; anche se ero andata lì arrabbiata e piena di dolore per la perdita di una persona a me cara, non sono riuscita a dire nient’altro che Grazie.

Anche ora, Caro Babbo Natale,  che ti scrivo penso a quei miei 2/3 piccoli desideri  che  timidamente provo a mettere nella lista prima delle altre cose importanti che le carte del mazzo spingono per far uscire.

Li ho posti, quasi furtivamente,  nei primi tre posti e poi al quarto  lascio la mano a una carta molto pesante che è quella di questa società … società che a volte mi trova emotivamente impreparata a vivere il suo cinismo.

Ho pensato di scriverti perché, in questo mondo popolato di tante cose tristi e negative, il Natale è  e rimane una festa magica.

Sì!

La gioia che esprime va oltre i drammi della vita. Anche la povertà, la miseria più estrema, a Natale, sembrano vivere l’illusione di un attimo di dignità.

Sembra che il mondo improvvisamente si accorga che tutte le persone hanno il diritto, anche se solo per un giorno,  di essere felici.

In questi giorni di sentimenti estremi che hanno il bisogno di essere espressi c’è una sorta di tregua delle cose brutte. Da sempre ci dicono a Natale bisogna essere tutti più buoni forse proprio perché è giusto che ci sia per tutti un time-out dalle difficoltà, dalle amarezze, dalle tristezze.

Il Natale è quella bacchetta magica che, per qualche giorno, scuote le coscienze, riaccende i cuori, rimette in gioco la speranza, è il momento della bontà. E’ anche una sorta di bilancio personale dell’anno trascorso che diventa  l’occasione di dire grazie a chi vuoi bene con un piccolo pensiero o gesto.

In questo mese dove le piazze, le vie, le case, i balconi, i cespugli, gli alberi si vestono di luci con l’abito migliore di tutto l’anno, tutto ci  porta a riflettere sui valori, sui sentimenti.

Forse davanti a certi fatti di cronaca ci sorge spesso la domanda ma valori e sentimenti esistono ancora in questa società distratta, veloce ?

Io spero e credo che  siano ancora la benzina che muove le azioni e le scelte della società e non solo parole usate per darsi un tono, per essere a la page.

Eppure se apriamo  un giornale, se ascoltiamo  il TG non sempre sembra che siano i valori buoni a trionfare in questa società.

Anche  questo non sarà un Natale facile credo  e avrai davvero tanto tanto da fare.

Sarà, di nuovo un Natale, di gente che non sorride, di persone arrabbiate, di povertà diffusa, di truffe,  di una politica che si è dimenticata della gente.

Vorrei chiedervi tante tante cose per questo mondo: ritrovare l’armonia di vivere, l’equilibrio perduto, il rispetto di persone e ambiente, il tempo di dare e di amare, lasciare il tempo a chi è caduto per qualche motivo di rialzarsi senza bollarlo, sarebbe bello che  i valori sociali e la solidarietà tornassero a essere vissuti e non solo ostentati.  Vorrei che una coppia che si ama potesse pensare ad avere dei figli con una prospettiva serena di futuro; vorrei che  si potesse tornare a parlare ai giovani con il linguaggio dell’onestà, della lealtà; vorrei che gli imprenditori e i commercianti tornassero a sorridere e a dormire la notte; vorrei che gli anziani, i diversamente abili e gli ammalati non fossero considerati solo come un costo che ricade nella società ma come esseri umani fragili di cui prendersi cura; vorrei potermi muovere per le città, i paesi, le campagne senza aver paura.

Lo so, Babbo Natale ti chiedo davvero tanto, troppo che forse nemmeno una bacchetta magica delle più potenti uscite dalla scuola di Hogwarts potrebbe regalarmi.

Io ci provo, non si sa mai, magari accade quella magia che ti ho chiesto e questo mondo, che si è perso e che sta  vivendo momenti non facili si ritrova.

Il Natale risveglia il desiderio di serenità. Ci fa apprezzare la bellezza di quel bambino nato al freddo in una mangiatoia, di  quella meravigliosa mamma che dal primo vagito l’ha amato con un amore immenso e forse ritrovare il filo del nostro cammino.

 

Lo so, Babbo Natale, te la starai  ridendo a crepapelle, insieme a molti di voi che state leggendo la mia lettera perché è la lettera di una folle idealista che crede che i valori e i sentimenti abbiano un grande potere e che li vive al massimo. O   ancora meglio che crede nelle persone che hanno il coraggio di mettersi in gioco, di cambiare e di lottare se ne vale la pena.

Che dici si può fare?

o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai.

Buon Natale!

Alberta Bellussi

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Avio De Lorenzo: il tronco è già statua

Una delle frasi più famose di Michelangelo recita:  “Ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla”.

Trascorrendo qualche ora con lo scultore del legno Avio De Lorenzo di Costalta di Cadore, nel Simposio di Cordignano, ho avvertito dalle sue parole appassionate e partecipate che  quando parla del legno che plasma ne parla come di una materia  viva dotata di un carattere,  un profumo, un colore ma soprattutto della possibilità latente che porta con sè;  ha già una forma che prende vita da un’idea. Il tronco nel pensiero creativo dell’artista è già statua.

Nella mia mente, il lavoro di uno scultore mi è sempre sembrato estremamente affascinante e parlando con lo scultore Avio De Lorenzo ne ho avuto la riconferma.

Se ci pensate per un momento: da un pezzo grezzo unico, in questo caso un tronco, poco a poco, comincia ad apparire una “forma”, quel tronco che aveva una sua vita nell’albero viene   ad avere un  nuovo “significato”. Forma e significato rappresenteranno la materializzazione di un’idea che si trovava nella mente dello scultore.

Se ci pensate la statua si trova già dentro il tronco;  l’atto creativo sta nell’eliminare tutto ciò che di superfluo   impedisce alla statua di venire alla luce e di manifestarsi. Lo scultore con il suo agire  di sega, sgorbie e scalpelli “libera” la statua che è dentro quel tronco di legno o blocco di pietra. Lo scultore dà vita.

“ Ogni tipo di  legno ha una sua durezza e una sua plasmabilità- afferma Avio” ed è proprio quella che permette all’idea dell’artista di essere liberata. Il legno ha una sua vita nuova oltre l’albero ma ne conserva il profumo del bosco.

I soggetti “liberati” da Avio de Lorenzo sono molto spesso soggetti sacri ma ci sono anche  molte figure di  donne realizzate con linee morbide e volti protesi verso l’alto che richiamano l’ideale di bellezza classica.  La sinuosità con cui plasma le sue statue e le linee armoniose, mai spezzate o violente, fanno sì che  le creazioni  di De Lorenzo diffondano dolcezza e serenità.

Nelle sue ultime produzioni l’artista esprime nell’arte la contrapposizione tra le forme naturali del materiale e la geometria astratta del suo pensiero abbandonando la linea realista per entrare in una dimensione più astratta quasi onirica.

Avio De Lorenzo  vive e lavora a Costalta di Cadore (BL), un paese magico abbarbicato sulle Dolomiti Orientali il cui senso di appartenenza è molto forte nell’artista, sottolinea spesso le sue origini cadorine.

Da parecchi anni lo scultore partecipa a Simposi di sculture su legno ma anche su neve e ghiaccio; espone in mostre personali e collettive. Le sue opere sono presenti in diverse città dell’ America del Nord.

Mauro Corona dice spesso “Vivere è come scolpire, occorre togliere, tirare via il di più, per vedere dentro ”.

Scolpire è come una metafora della vita; abbiamo un grande tronco e siamo noi a plasmare la statua della nostra vita; siamo gli scultori della nostra esistenza come Avio De Lorenzo lo è della materia a cui da vita.

Alberta Bellussi

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Cosa è successo al mio Veneto?

Qualche anno fa scrissi questa lettera che molti giornali pubblicarono. Ora più che mai sento il desiderio di riproporla.  E’ una lettera che esprime l’amore grande che sento per il Veneto ma che rende tangibile  il senso di smarrimento che provo a vedere come, da qualche anno, stia soffrendo davvero molto.

Mi piacerebbe condividere con voi queste mie riflessioni.

Vivo in provincia di Treviso, in quel Veneto che da sempre è stato motore e traino della storia, della cultura e dell’arte ma soprattutto dell’economica del nostro paese.

Vivo nel Veneto dello splendore della Serenissima, di personaggi la cui genialità è conosciuta in tutto il mondo da Palladio a Canova, da Tiepolo a Tintoretto, da Tiziano a Canaletto, da Cima da Conegliano a Palma il Giovane.

Vivo nel Veneto di Venezia del cui splendore e valore non si trovano parole nel vocabolario per definirla; di Verona e della sua splendida Arena; di Vicenza e il Palladio;  di Rovigo e del suo legame con il Po; di Padova città del Santo ;  di Belluno e delle splendide Dolomiti; di Treviso piccola preziosa bomboniera tessuta dall’acqua .

Vivo nel Veneto del mare, dei monti, delle piccole e grandi città d’arte, dei borghi, dei paesi con i campanili, delle colline, dei laghi, dei fiumi e delle splendide campagne.

Vivo nel Veneto del fiume Piave  dove i nostri avi hanno conosciuto  la miseria, la distruzione della guerra e la dolorosa invasione del nemico.

Vivo nel Veneto primo in Italia per la raccolta differenziata, per le energie rinnovabili, per l’innovazione.

Vivo nel Veneto del volontariato, delle Pro Loco, delle sagre e del piacere dello stare insieme.

Vivo nel Veneto delle grandi aziende vitivinicole e gastronomiche, dei prodotti agricoli, dell’asparago, del radicchio, delle ciliegie, del formaggio e molto molto ancora.

Vivo nel Veneto degli orti, delle galline sul cortile, del maiale e della mucca in stalla.

Vivo nel Veneto delle case ordinate, dei giardini curati, dei fiori sui davanzali.

Vivo nel Veneto dei mille dialetti, delle tradizioni secolari.

Vino nel Veneto delle osterie a gestione familiare.

Vivo nel Veneto dei grandi ospedali e delle eccellenze mediche.

Vivo nel Veneto dei grandi campioni dello sport.

Vivo nel Veneto delle grandi fabbriche manifatturiere, delle grandi eccellenze dell’artigianato e delle grandi industrie.

Vivo nel Veneto delle piccole imprese, delle aziende a conduzione familiare, del padre che lavora con il figlio e con i nipoti.

Vivo in un Veneto di gente che meno di 70 anni fa era nella miseria, che con dignità coraggio e rispetto si è rimboccata le maniche e si è data da fare .

Vivo nel Veneto della gente che si alzava all’alba e andava a letto a notte inoltrata con l’orgoglio di lavorare per un progetto, per un investimento sul quale  aveva creduto ma soprattutto per quel futuro certo da lasciare ai figli.

Vivo nel Veneto del miracolo economico.

Vivo nel Veneto di brava gente, gente onesta, gente con i calli nelle mani e le rughe in viso.

Ora vivo in un Veneto di gente che si uccide perché ha visto fallire i sogni di una vita ai quali ha dato tempo, energia, amore e passione.

Ora vivo in un Veneto di imprenditori con gli occhi lucidi e con il magone in gola per tirare avanti ogni mese l’attività soffocato da leggi, carte, norme, mancanza di liquidità, banche senza nessuna prospettiva di uscire dall’angoscia.

Ora vivo in un Veneto di gente triste.

Ora vivo in un Veneto di fabbriche che chiudono e capannoni vuoti.

Ora vivo in un Veneto di gente matura abituata da sempre ad avere un lavoro che con una dignità senza eguali va a pulire le strade del Comune come lavoratore in mobilità.

Ora vivo in un Veneto di gente che con grande fatica va a chiedere aiuto e sussidi alle istituzioni.

Ora vivo in un Veneto pieno di vendesi e affittasi e di cerco lavoro.

Ora vivo in un Veneto comprato dagli stranieri e dalle multinazionali.

Ora vivo in un Veneto di gente senza entusiasmo che non si mette più in gioco ma che spesso si lamenta e basta.

Non è questo il Veneto che voglio lasciare a mio figlio; i giovani hanno diritto a vivere una vita che permetta loro di avere dei sogni, delle prospettive e delle aspettative.

Non possiamo noi essere complici di aver ucciso il futuro dei nostri figli, di aver reso quella regione meravigliosa che è il Veneto un luogo di gente con gli occhi lucidi e con l’angoscia dell’incertezza di ciò che accadrà domani.

Spesso sono ancora una volta gli anziani che proprio perché hanno conosciuto le difficoltà raccolgono tutte le forze che hanno e diventano i difensori dei sogni dei nipoti.

Ma sono sogni possibili?

Proviamoci con coraggio a difendere quello che ci appartiene.

Il Veneto ha carattere, dignità, tradizione, cultura, storia, passione, amore.

È il nostro momento per esprimere l’amore per la nostra terra, per confermare la nostra autenticità e appartenenza, per proteggere il Veneto e provare ad  aprire le porte alle nuove generazioni verso il futuro.

E’ l’ora di accantonare le parole e passare ai fatti.

Alberta Bellussi

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Italia…. così piccola e fragile

“erano due paesi dove tutti si conoscevano e si davano una mano come accade nei piccoli paesi, in quelle province italiche che al momento buono sono capaci, malgrado la fatica, il dolore, di far prevalere il senso di solidarietà sugli egoismi, sui rancori, le invidie. Dove tutti hanno un nome e un cognome e nessuno è un numero in un lungo elenco di vittime”…

In Italia i disastri spesso aprono nuove fasi e consapevolezze…è il tempo di una rivoluzione di valori positivi.

E di nuovo accade, in Italia, ad un anno dal tremendo terremoto che ha ferito, come un fendente al cuore, il centro dell’ Italia  (Amatrice, Norcia, ecc.), ora è toccato a Ischia. Casamicciola e Lacco Ameno implosi su se stessi.

Non usa giri di parole e non si risparmia, Vittorio Sgarbi, all’indomani del terremoto ad Ischia, “una catastrofe che dovrebbe costringerci una volta per tutte alla riflessione su ciò che non si è mai riusciti a salvare, sulla mancanza di prevenzione e, non da ultimo, sulle mancate ricostruzioni che vedono lo Stato latitante e colpevole. Il caso di Ischia mi pare a dir poco emblematico. Proprio Casamicciola e Lacco Ameno, 140 anni fa, furono teatro di ben sei terremoti uno dei quali causò quasi 3mila vittime nella popolazione. Paradossalmente dovremmo quasi gioire se ieri le vittime sono state soltanto due. Ma purtroppo dobbiamo ringraziare il cielo che la scossa sia stata soltanto una e neppure di altissima intensità. Insomma, è andata bene? “Direi proprio di sì, visto che la lezione di 140 anni fa non è servita a nulla”.

E di nuovo delle immagini tremende scorrono, da un paio di giorni, alla televisione e riaprono   dei cassetti emotivi dolorosi; questi fatti drammatici rinnovano in noi il senso di appartenenza all’Italia e quanto ci teniamo a proteggere la nostra splendida penisola che ancora una volta si è rivelata vulnerabile.

L’Italia è universalmente riconosciuto come uno dei paesi più belli al mondo. Un territorio dalla bellezza però fragile. Un paese che necessita di cure e prevenzione contro i cosiddetti georischi , alcuni dei quali sono e saranno inevitabilmente accentuati dall’avanzare dei cambiamenti climatici e altri che sono così perché la posizione geografica ne segna il destino. I fenomeni che hanno devastato il territorio italiano sono i terremoti e le alluvioni.

La stima della popolazione esposta a rischio alluvioni in Italia è pari a 8.600.000 abitanti nello scenario di pericolosità idraulica media mentre i beni culturali esposti al medesimo rischio sono circa 28.500 e circa 7.100 le strutture scolastiche. Le Regioni più colpite sono state Liguria, Piemonte, Toscana, Veneto, Campania, Lombardia e Sicilia.

La popolazione che vive in aree ad elevato rischio sismico è invece di circa 24 milioni di abitanti (che vivono nel 46% degli edifici sparsi sul territorio). Il rischio sismico si concentra nella parte centro-meridionale della Penisola, lungo la catena montuosa appenninica, in Calabria e Sicilia ed in alcune regioni settentrionali, come il Friuli, parte del Veneto e la Liguria occidentale, ma solo la Sardegna non risente particolarmente di eventi sismici.

Non si può infine dimenticare come l’Italia sia inoltre fortemente esposta al rischio delle eruzioni vulcaniche. I vulcani attivi, caratterizzati da eruzioni frequenti, sono l’Etna e lo Stromboli. I vulcani quiescenti, la cui ultima eruzione è avvenuta negli ultimi 10 mila anni, sono:  Colli Albani, Campi Flegrei, Ischia, Vesuvio, Lipari, Vulcano, Panarea, Isola Ferdinandea e Pantelleria. I vulcani sottomarini, alcuni dei quali attivi (Marsili, Vavilov e Magnaghi), sono concentrati nel Mar Tirreno e nel canale di Sicilia.

E a queste che sono le minacce più grandi che rendono vulnerabile l’Italia, si aggiungono  tutte le altre provocate o meno dall’intervento antropico.

Se mi fermo per un attimo a pensare sono davvero molte e spiazzanti. Ti sembra che di fronte a queste minacce l’uomo non abbia nessun tipo di  difese.

Se penso alle ultime catastrofi ambientali che ha visto protagonista l’Italia in lungo e in largo mi sento ancora più smarrita…

Se penso a quelle centinaia di persone morte nella loro casa; uno dei luoghi che si ama di più nella vita, mi sento impotente.

La cosa che maggiormente mi fa dolore è l’incapacità della politica di aver trattato l’Italia come uno stato fragile e di aver pensato a una programmazione globale, che partisse da lontano, e che lo mettesse in una condizione di sicurezza e non di totale vulnerabilità. Non c’è un vero piano prevenzione: in stato pessimo o mediocre 2,1 milioni di abitazioni e sono davvero tante. Mi fa schifo pensare ai miliardi spesi interventi serviti a nulla o mai finiti perché fermati da mille inchieste.

C’è una via di uscita a tutto ciò?

Per ora tutte le riflessioni sono negative e tristi  ma in queste circostanze fanno emergere gli aspetti belli e umani che caratterizzano questo nostro Paese:   la solidarietà, la bontà e l’altruismo. Questi sono valori che fanno tenere i piedi saldi per terra e  che consentono di affrontare insieme le difficoltà con la speranza di far rinascere questo nostro paese allo sbando

La strada è molto difficile…e impervia… chissà cosa accadrà?

 

Alberta Bellussi

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Se sfoglio i giornali, ascolto la Tv, leggo nel web le notizie che emergono e che colpiscono la mia emotività sono notizie, per la maggiorparte, negative…omicidi, stupri, corruzione, malapolitica ecc ecc…un elenco lunghissimo ma anche tristissimo. Questi accadimenti  smarriscono gli animi sensibili, gettano la nostra mente in un torpore malinconico quasi di deriva … E, naturalmente, ti trovi a fare delle riflessioni sul senso della vita, su ciò che conta ma soprattutto se il tuo cammino su questa vita è un cammino felice.

La felicità… è una parola piena, con l’accento, allegra.

E mentre penso e rifletto mi capita in mano uno scritto, mio vecchio, su un foglio di carta …. che curiosamente leggo.

“ Per tanto tempo ho avuto la sensazione che la mia vita sarebbe cominciata, prima o poi sarebbe cominciata la vera vita! Ma c’erano sempre ostacoli da superare strada facendo, qualcosa di irrisolto, un affare che richiedeva ancora tempo, delle cose non concluse. In seguito la vita sarebbe cominciata ne ero certa . Finalmente ho capito che questa era la vita. Oggi”.

E mentre i miei occhi scorrevano tra le righe di questo piccolo scritto mi si  sono aperte mille finestre di sensazioni e riflessioni.

Da piccoli pensiamo che saremo più felici quando a 18 anni avremo la patente, quando saremo grandi. Da grandi rimpiangiamo di non essere ancora piccoli e protetti.  E poi da adulti dobbiamo avere la macchina, la casa, le vacanze. E poi ci prende l’ansia della riproduzione e siamo convinti che assolutamente ci dobbiamo sposare e avere figli per essere felici e in questo correre ansioso spesso sbagliamo, inciampiamo, ma poi la vita comunque ti da la possibilità di rialzarti.  Poi ci sentiamo frustrati perché i nostri figli volano per la loro vita e in realtà è giusto sia così. E poi ci troviamo, magari, con un partner che non amiamo e con il quale non condividiamo più nulla perché l’obiettivo sul quale ci eravamo concentrati erano i figli ma loro sono volati via . E poi, magari, mentre aspettiamo che migliori accade ancora qualcosa di peggio come un intoppo di salute, un incidente, un grande dolore, una perdita. E noi stiamo aspettando che qualcosa di meglio accada e la vita trascorre;  ogni giorno qualcosa accade ma la vita non è ciò che accade ma ciò che facciamo noi con quello che ci accade. Non abbiamo alternative. Il passato bianco o nero che sia lo dobbiamo lasciar scorrere per vivere il presente…e provare a essere felici ora.

Ma se non cominciamo a vivere una vita piena e felice ora quando cominciamo?

Ogni giorno si presenterà qualcosa e ogni giorno la dovremo affrontare. Tanto vale accettare la realtà che abbiamo e decidere di essere felici qualunque cosa accada. Non c’è un mezzo per essere felici ma è la felicità è il mezzo che ci rende tali. Quindi apprezziamo ogni istante che la vita ci regala, soprattutto, quelle piccole cose che ci sembrano banali ma che sono quelle che danno un senso alle giornate belle.

La apprezzerete ancora meglio se avete una persona con cui condividere e dividere i momenti preziosi che la vita vi presenta ma si può essere felici anche con sè stessi.

Dobbiamo cambiare atteggiamento e non  aspettare di finire la scuola, di fare la patente, di avere la macchina, di dimagrire, di avere un lavoro, di sposarci, di avere figli, di aspettare che crescano, di andare in pensione.

Smettiamo di aspettare perché mentre noi aspettiamo il tempo non aspetta continua la sua impietosa conta.

E passa.  Trascorre e la lancetta gira.

Smettiamo di aspettare e decidiamo che non c’è momento migliore per essere felici che il presente.

Capiamo cosa ci rende felici e imbocchiamo quella strada anche se presuppone coraggio e impegno: una persona, un lavoro, un luogo, un’emozione, un dono ………

La nostra vita è un viaggio di sola  andata e in questo viaggio meritiamo di essere felici ma soprattutto dobbiamo avere coraggio di non aspettare ma di esserlo ora.

Tra le più belle poesie sulla felicità c’è  l’Ode al giorno felice di Pablo Neruda  un vero e proprio inno alla felicità nel suo significato più profondo. La felicità che va goduta in compagnia di chi si ama

 

Questa volta lasciate che sia felice,

non è successo nulla a nessuno,

non sono da nessuna parte,

succede solo che sono felice

fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando, dormendo o scrivendo,

che posso farci, sono felice.

Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,

sento la pelle come un albero raggrinzito,

e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,

il mare come un anello intorno alla mia vita,

fatta di pane e pietra la terra

l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,

tu canti e sei canto.

Il mondo è oggi la mia anima

canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,

lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia

essere felice,

essere felice perché sì,

perché respiro e perché respiri,

essere felice perché tocco il tuo ginocchio

ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo

e la sua freschezza.

Oggi lasciate che sia felice, io e basta,

con o senza tutti, essere felice con l’erba

e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,

essere felice con te, con la tua bocca,

essere felice.

 

Alberta Bellussi

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Cara Italia,
ti scrivo questa lettera d’amore perché sono un’innamorata smarrita.
Follemente innamorata, inebriata dalla totalità della tua bellezza che a volte è così esagerata da farmi rimanere senza fiato e
assorta a guardarti con gli occhi trasognati.

Sembra che tu sia l’opera d’arte uscita dalle mani di un’artista divino che non ha tralasciato neanche un particolare, che ha usato tutta la tavolozza per riempire di sfumature questa bizzarra tela.

La tua forma era già il presagio della tua stravaganza: sei uno stivale accarezzato da tre mari e ancorato al Continente dal gioiello delle Alpi.

Non sei uno stivale qualsiasi! Sei sinuosa nelle tue forme e sensuale. Lungo la tua silhouette sei agghindata di isole e isolette che ti rendono ancora più attraente.

Sei donna, una donna affascinante.

A guardarti dall’alto sembri la trina di uno splendido merletto uscito dalle mani di una ricamatrice che, in ogni tua  parte, ha usato fili variopinti e tutti i punti di ricamo conosciuti.

Sei piccina  ma non sei mai stata timida; la tua personalità forte, determinata è emersa subito. Hai conquistato il mondo con la tua eleganza, la tua cultura, l’arte, il gusto estetico, la bellezza naturale, la genialità di chi ti ha popolata, la creatività, i frutti della tua terra, la meraviglia dei tuoi prodotti, la musica classica, il teatro, le canzonette, la solarità della tua gente.

Quando sono venuta al mondo, da subito, ho capito che ti amavo follemente e che non c’era un altro posto al mondo nel quale avrei voluto nascere. L’aria di campagna del mio amato Veneto  mi ha cresciuto e mi ha plasmato ai valori deI rispetto per le persone e per la vita. E solo qui poteva avvenire questo.

L’artista folle e divino che ti ha creato ha deciso che proprio sulla trama del tuo merletto sarebbero state ricamate Venezia, Firenze, Roma ma anche Siena, Torino, Trieste, ma anche Asolo, Taormina, Gubbio, ma anche Oderzo e Portobuffolè  ma anche Borgo Malanotte e Tempio di Ormelle, ma anche…ma anche…ma anche un’infinità di altre meraviglie.

Ha deciso che dalle forme materne e burrose del tuo corpo sarebbero nati Dante, Leonardo, Giotto, Galileo, Caravaggio, Palladio, Tiepolo, Canaletto, Leopardi ma anche Verdi, Puccini e Morricone ma anche… ma anche… ma anche  tantissime altre meraviglie.

Ma sono nate, anche, un sacco di brave persone che si sono date da fare per uscire dalle sofferenze delle guerre e della miseria; che hanno creato imprese e aziende famose in tutto il mondo.

Ora stai soffrendo e io sono smarrita.  Non vorrei che tu soffrissi. I contorni del tuo corpo sono accarezzati da una splendida mano azzurra;  i tuoi seni, i tuoi glutei, le tue carni, sono aride ma lì dove le goccioline ti rinfrescano sei verdeggiante e viva.  Comunque tu soffri le scelte di chi non ha saputo tutelare la tua bellezza. Soffri il disamore  di chi ti ha svenduto e violentato per quattro soldi.  Soffri la rassegnazione e  la stanchezza della tua gente. Soffri la prepotenza e l’arroganza di chi ti vuole rovinare e non ti ama. Soffri l’incomprensione dei potenti che soffocano la tua libertà e la tua creatività e vogliono metterti il cappio.

Riscattati, ribellati, fai splendere il tuo corpo. Rinasci! Liberati dalla sofferenza che deturpa la tua meravigliosa bellezza e la tua personalità.

Io ti aiuto, ti difendo… ci provo…ce la metto tutta ma sono  smarrita non posso salvarti da sola ma ce la metto tutta te lo prometto.

Con amore

Alberta

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Hai mai abbracciato un albero?

Oggi si parla di abbracci e carezze. E si dai concedetemi questa deviazione romantica, dopo tutti i pezzi di argomenti ambientali molto impegnativi, che invitavano a riflessioni profonde sulle sorti del Pianeta. La mia predilezione per gli  abbracci e le carezze è nota a chi mi conosce. Penso siano tra i gesti della vita quotidiana portatori di grandi benefici, capaci di regalare una forma di conoscenza che va oltre l’aspetto materiale della vita. Quando abbracci una persona hai la percezione immediata del suo rapporto con la sfera emotiva. Chi ti avvolge, di solito, è una persona capace di esprimere qualsiasi sentimento o emozione che prova; chi, invece, reagisce come un baccalà quasi impaurito dalla morbidezza del tuo abbraccio, ha spesso problemi con il suo lato emotivo emozionale. È stato provato che il bisogno emotivo di contatto è una necessità fondante per la nostra esistenza. La sua assenza provoca insicurezze, ansia e disturbi dello sviluppo e nelle altre fasi della vita; lo scienziato statunitense Harlow ne studiò la sua importanza. Sono diversi i buoni motivi per incrementare questa modalità di comunicazione nelle nostre relazioni. Il cervello ha bisogno di coccole e contatto; la concentrazione di alcuni ormoni ipofisari lo prova. Le affettuosità innalzano il livello di ossitocina, ormone del benessere che riduce ansia e paura e dona sensazione di calma e positività. Ma non solo le persone si possono abbracciare per trarne beneficio: tutto si può abbracciare. Non vi nego, che difronte alla bellezza di alcune colonne romane o greche, ho ceduto alla meravigliosa tentazione di avvolgerle per rubare loro un pò di storia. Mi scappa, spesso, qualche carezza furtiva per sfiorare la sinuosità dei marmi lavorati delle chiese o alle tele con gli oli materici. Questi gesti mi regalano una forma di conoscenza sensoriale che va oltre l’aspetto culturale va ad arricchire la mia sfera emozionale. E gli alberi li avete mai abbracciati? Io si! Ve lo consiglio. Si chiama Silvoterapia quando abbracciare gli alberi fa bene al corpo e alla mente riscoprendo il contatto diretto con la natura. E’ questa un’antichissima arte celtica che aiuta a ritrovare l’equilibrio sfruttando l’energia positiva delle piante. Con silvoterapia non si intende soltanto la pratica di abbracciare un albero, ma anche il soggiorno in luoghi boschivi, che viene proposto in particolare a chi soffre di asma bronchiale, bronchite cronica, ipertensione arteriosa, nervosismo e insonnia. L’aria dei boschi è benefica perché contiene notevoli quantità di ioni negativi di ossigeno, che aiutano a stimolare e armonizzare i processi vitali e la sfera psichica e emozionale. Gli alberi sono tra le cose che noi diamo per scontate. La loro funzione la conosciamo tutti, è quasi banale spiegarla, e non ci soffermiamo mai sul loro enorme valore per la nostra vita. Le piante assorbono la luce e la trasformano in nutrimento vitale per gli esseri umani. Le loro radici sono in contatto con la terra e con la chioma interagiscono con l’Universo, assorbono l’anidride carbonica e producono ossigeno per la vita. E’ risaputo da millenni che negli alberi si uniscono le energie della terra e del cielo in un binomio positivo. Nelle culture celtiche i grandi alberi erano luoghi di guarigione e di preghiera. Nella cultura cristiana il grande albero è visto come manifestazione di Dio con la sua crescita verso l’alto ambisce alla Luce. Per non parlare della tradizione dell”Albero della Vita” presente in tutte le culture e religioni capace di guarire le malattie e di dare l’immortalità. Gli alberi monumentali sono delle vere e proprie opere d’arte che sono stati testimoni di secoli di storia e hanno contribuito agli essere umani di proseguire con la loro specie. Sono stati compagni di gioco e quando eravamo piccini erano il nostro rifugio, la nostra casa sospesa; io da bambina biricchina qual’ero scappavo spesso sopra il mio ciliegio preferito o il larice e come un condottiero di un veliero osservavo il mondo da li e scappavo a mia mamma per ore. L’albero è tutto ciò; ha mille connotazioni ed è carico di energia. Quando lo abbracciamo proviamo ad entrare in una nuova connessione con la natura. E’ con il contatto che iniziamo a sentire meglio l’energia che può donarci. Magari tutto ciò può sembrare folle e stimolare in voi pensieri ilari e umoristici ma provare non costa nulla e potrebbe essere un ‘esperienza nuova e unica. Solo l’idea di sperimentare una sensazione bella e nuova ci aiuterà comunque fin da subito a sentirci meglio. #Abbracciaaccarezzasiifelice#

Alberta Bellussi

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E perché no!

Se ti fermi a osservare le persone in una stazione, per strada, al supermercato ma anche in palestra, al bar sono tutte accomunate da una caratteristica hanno tutte fretta.

Accade che sei sbadato e non vedi lo scattare del verde; un secondo perso equivale a clacson, dita alzate, improperi. Inserisci veloce la marcia e ti scusi di non essere al passo con la prestazione frenetica che ti viene richiesta.

Vai in posta e anche l’anziano pensionato,che aspetta mezzogiorno per mettere la pentola dell’acqua sul fuoco per la pasta, cerca di superare la coda perché ha fretta; ti giri con uno sguardo “truce” perché ritieni che la tua fretta valga più della sua e con borbottii inghiottiti indietreggia.

Osservo e ascolto.

Sulla bocca delle persone sento spesso questa frase: “Non ho tempo!”.

Allora mi chiedo: “perché non hai tempo? Tempo ce n’è a ore.

E penso a quante cose facevo da bambina ma anche da ragazza in una giornata; erano lunghe interminabili e lasciavano in bocca il positivo di una giorno trascorso.

Possibile che il tempo si sia accorciato da quando ero piccina?

Ma davvero non abbiamo tempo? O forse non lo sappiamo gestire? O ancora siamo adagiati in una quotidiana pigrizia che ci fa vedere ogni variante come una minaccia a non si sa quale certezza?

In fondo basta fare delle scelte; una scelta è come una scommessa. Quando si sceglie automaticamente si rinuncia a qualcosa. Facendo una cosa per volta “arriva il miracolo”: il tempo si allungae riusciamo a fare quello che volevamo e ci piace anche.

Einstein dimostrò che il tempo è una funzione relativa, eppure, l’uomo continua a misurarlo e cerca di appropriarsene costantemente. “ILTEMPO È DENARO” e lo è davvero perché avere il tempo ti permette di fare quello che ti piace.

Tutto queste corse ci impediscono spesso di vivere il qui e ora, di essere presenti, fino a ritrovarci estranei da noi. Perdiamo la dimensione reale della vita correndo fortissimo su un tapis roulant che va veloce verso la sola certezza che ci viene donata alla nascita…la morte.

Dopo slowfood  ora si parla di slow Life letteralmente significa “Vita lenta” ed è un invito a “vivere con calma”. Di certo non esiste una formula segreta e neanche un insolito ingrediente, tutto sta nel riuscire a buttar via lo stress, la frenesia, l’ansia di arrivare sempre primi anche se non c’è una gara.

Ma più specificamente: cos’è la Slow Life?

Semplice! L’opposto di Fast Life (Vita veloce… ovvio!)

Basterebbe fermarsi una volta al giorno e  per un istante ascoltare il battito del cuore, la voce del corpo per riportare la quiete nel traffico dei nostri pensieri accelerati…Questo è un esercizio semplice di concentrazione, di ascolto, che ci apre a un mondo illimitato di possibilità. Quando, invece, agiamo per inerzia, in modo rapido, con ansia, perdiamo la capacità di concentrarci e i nostri movimenti diventano meccanici, ci muoviamo come automi in balia della fretta perché ci hanno detto che si deve correre. Il pericolo è che questo automatismo si riproduca in qualsiasi situazione della vita fino a mangiare, camminare, lavorare, nei momenti intimi.  La fretta non è solo questione di tempo ma di attitudine.

Forse è giunto il momento di fermarsi e di inserire in alcuni momenti del giorno una marcia slow che segua i nostri ritmi naturali e che cambi l’equivalenza tempo= fretta in tempo=lentezza.

La lentezza apre infinite possibilità.

Alberta Bellussi