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Il Piave… il fiume che abbiamo nel dna


Chi mi conosce sa che io e il Piave abbiamo un rapporto stretto quasi simbiotico ma non solo io, molte delle persone che lo vivono ce l’hanno.

È un fiume con il quale le nostre popolazioni hanno un legame forte indissolubile, quasi da determinarne delle caratteristiche caratteriali e antropologiche. Il Piave è il quinto fiume d’Italia per lunghezza fra quelli sfocianti in mare. I suoi principali affluenti alpini di destra raccolgono le acque delle principali valli glaciali: l’ Ansiei raccoglie le acque della valle Auronzana e sfocia nel Piave a Cima Gogna; il Boite passa lungo la valle Ampezzana e sbocca a Perarolo ; il Maè fluisce lungo la valle Zoldana ed esce a Longarone, infine il Cordevole scorre lungo la valle Agordina e sfocia nel Piave presso Sedico.

Il Piave è sempre stato chiamato al femminile, “la Piave”, dai nostri antenati, per il valore di fertilità che si è sempre dato alle acque; una sorta di grande mamma. A determinare il mutamento al maschile, nel 1918 il Vate delle retrovie, Gabriele D’Annunzio, decise che non poteva essere femmina. “Maschio doveva diventare, per Dio, se aveva respinto il nemico dopo Caporetto”  e poi è stata la celeberrima “Leggenda del Piave”. Quel “il Piave mormorò…” cantato dai soldati, mascolinizzò definitivamente il fiume.

Il Piave nasce a circa 2000 metri di altitudine dalle pendici del monte Peralba, nelle alpi Carniche e sfocia a Cortellazzo nel comune di Jesolo, presso la laguna del Mort. Il bacino idrografico del Piave, presenta un’estensione di circa 4013 kmq di cui circa 3900 kmq in territorio Veneto ed è, a livello regionale, il bacino più esteso. Un’ampia zona del bacino è compresa nel territorio della Provincia di Treviso, dove il fiume scorre per un tratto di circa 60 km, da Segusino a Zenson di Piave. Il fiume Piave ha un bacino prevalentemente montano, che si considera idrograficamente chiuso a Nervesa della Battaglia e sfocia in Adriatico presso Porto Cortellazzo dopo un percorso di circa 222 km. Ai fini degli approvvigionamenti, tuttavia, la superficie include anche un territorio di bassa pianura di circa 510 kmq, compreso approssimativamente tra i comuni di S. Donà di Piave e di Eraclea, che recapita le proprie acque di drenaggio attraverso le opere di bonifica poco a monte della foce del fiume Piave. In quasi tutta questa zona, l’alveo fluviale si distende su un ampio letto ghiaioso che in alcuni punti raggiunge i 4 km di larghezza e si disperde in una serie di rami secondari che lambiscono isole di deiezione ed erosione dette “grave”.

Le forme più note, le cosiddette “Grave di Papadopoli”, rappresentano un interessante aspetto geomorfologico del corso del Piave, nonché una zona di passo primaverile ed autunnale di numerosi uccelli migratori. Quest’area si distingue per la sua estensione: 750 ettari di area coltivata a viti, peschi e asparagi. Purtroppo il sistema è parzialmente compromesso dalle escavazioni in alveo per l’estrazione di ghiaia e ciottoli . A valle di Ponte di Piave il fiume comincia ad assumere la natura propria del fiume di pianura, scorrendo entro sponde fisse, sulle quali sono state costruite le arginature di contenimento delle piene. L’originario quadro idrologico del bacino del Piave è stato profondamente modificato nel corso di quest’ultimo secolo a causa degli usi irrigui e soprattutto di quelli idroelettrici delle acque. La stima complessiva del volume d’acqua prelevato dal Piave per scopi idroelettrici, in massimo regime di utilizzo, è di circa 150 m3/, un valore pari alla metà della portata di piena ordinaria attuale. Una parte di questo volume viene ritornata al fiume in tempi diversi e difficilmente valutabili, un’altra è destinata all’irrigazione della pianura trevigiana, e un’ultima parte infine, viene veicolata al bacino del Livenza. Nel bacino del Piave si trova il maggior numero di laghi del Veneto, sia naturali che di origine artificiale, localizzati principalmente nella zona montana, in maggioranza nell’alto corso e nel Cadore.

Il Piave è un fiume dal carattere forte e dalla grande personalità. Noto per la turbolenza del suo corso, il Piave fino a tutta l’età romana sfociava in corrispondenza dell’estremità settentrionale dell’odierna laguna di Venezia, unendo le proprie acque a quelle del Brenta e del Sile e raggiungendo il mare attraverso l’odierno canale di San Felice in corrispondenza del porto di Lido. In seguito alla spaventosa alluvione del 589, tramandataci da Paolo Diacono, il fiume deviò verso nord il tratto finale del proprio corso, sfociando poco a sud di Jesolo, in corrispondenza dell’attuale foce del Sile, detta anche per l’appunto Piave Vecchia. Successivamente, tale nuovo corso venne prima regimentato dalla Repubblica di Venezia e quindi definitivamente deviato per bonificare la circostante zona malarica e per allontanare dalle rotte navigabili da e per Venezia i cospicui sedimenti trasportati dal fiume e dal vicino Sile. Nel 1680, dunque, venne realizzato un taglio che spostò ancora più a nord la foce, lasciando il vecchio letto ad accogliere le acque del Sile. L’insufficiente arginamento del fiume causò tuttavia già pochi anni dopo l’allagamento delle campagne tra Bagaggiolo e Ca’ Tron, con la creazione di un vasto lago poi prosciugato in epoca successiva grazie alla creazione di nuovi argini. Il fiume Piave è considerato sacro alla patria in virtù degli avvenimenti storici accaduti sulle sue sponde durante la prima guerra mondiale. La parte meridionale del corso del Piave divenne una linea strategica importante nel novembre 1917, in corrispondenza della ritirata avvenuta in seguito a Caporetto. Dopo il passaggio sulla riva destra del resto delle armate italiane e la distruzione dei ponti, il fiume divenne la linea di difesa contro le truppe austriache e tedesche che, nonostante svariati tentativi, non riuscirono mai ad attestarsi stabilmente oltre la sponda destra del fiume, pur riuscendo a varcarla in più punti, penetrando in profondità in territorio “destra Piave” in particolare presso Meolo. La linea di difesa italiana resistette fino all’ottobre 1918 quando, in seguito alla battaglia di Vittorio Veneto, gli avversari furono sconfitti. Dopo l’armistizio del 4 novembre 1918, il generale Lorenzo Barco si occupò del problema della riparazione e del ripristino degli argini del Piave e di altri fiumi veneti e friulani (Monticano, Livenza, Tagliamento), danneggiati in seguito alle vicende belliche. L’opera di ricostruzione, che si mantiene ancora ai giorni nostri, fu terminata in tempo per proteggere le popolazioni dalle possibili inondazioni a seguito delle piene invernali e primaverili. Furono impiegati circa 9.500 uomini e 330 ufficiali.

Fiume che nei secoli è stato punto di riferimento per le nostre terre; luogo di svago e di divertimento e anche portatore di grandi tragedie come le alluvioni e scenario di guerra; fiume al quale noi trevigiani ci sentiamo fortemente legati e al quale perdoniamo tutto. Fiume che segna l’appartenenza forte ad un territorio che lo connota fortemente. Il Piave scorre lento e silenzioso ma quanto la sua portata si carica dell’acqua delle piogge e dei ghiacciai inizia di nuovo a mormorare….e la sua voce si sente da lontano.

Vi regalo una mia poesia al Piave:

La gente del Piave

La sua curva sinuosa

solca il Veneto

dai monti al mare,

portando nel fluire

natura,

valori,

tradizioni,

retaggi di una storia tragica e cruda.

Il paesaggi ghiaioso e brullo

accoglie

lepri e fagiani,

trote e marcandole,

salici e acacie, 

donne e uomini.

Le genti del Piave

ne respirano il profumo,

sono coccolate dalla sua brezza,

dai suoi sassi e dalle sue pietre,

dall’incedere lento e delicato

che diventa 

impetuoso e violento.

Le genti del Piave

appartengono al fiume,

scorre nel loro sangue.

Chi ama il Piave

lo respira,

lo vive,

sente i suoi ritmi,

è robusto e temprato alla fatica

come quel cavallo veneto

da sempre chiamato “Razza Piave”.

 

Alberta Bellussi

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