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Nel paesaggio autunnale sono i colori delle foglie a rubare il nostro sguardo e a rendere i giardini e i viali una tavolozza di colori dal verde, al giallo, al rosso, al marrone. Foglie, foglie di tutti i colori sugli alberi e sul suolo ma c’è un frutto arancione che colora l’autunno e l’inverno delle nostre campagne: il caco.

Il cachi è uno dei frutti autunnali per eccellenza, dotato di numerose proprietà nutritive, si dice che se vuoi vivere più a lungo, ne dovresti mangiane parecchi!

Per i cinesi considerato l’albero delle sette virtù: è infatti longevo, ottimo per far nidificare gli uccelli, fa molta ombra, la legna è molto buona da ardere e ancora il fogliame produce concime di ottima qualità, raramente viene attaccato dai parassiti e poi è esteticamente bellissimo grazie ai suoi frutti colorati.

La conosci la leggenda contadina per la quale dentro i semi di caco è possibile trovare una delle tre posate che suggerisce come sarà il tempo durante l’inverno?

Si prende il seme contenuto nel caco lo si taglia longitudinalmente e si osserva la posata impressa dentro che ci darà il suggerimento di come saranno le previsioni meteo sull’inverno.

In particolare se la forma assunta dal germoglio somiglia a

la forchetta indica un inverno mite;

il coltello indica un freddo pungente;

il cucchiaio un inverno con abbondante neve.

A me è uscito un cucchiaio e a voi?

Alberta Bellussi

 

 

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 Il Cavallo di San Martino si mangia l’11 novembre. Nella giornata di commemorazione del Santo si ricorda un momento importante  della vita contadina del passato, in questa data infatti, venivano rinnovati i contratti agricoli annuali e per l’occasione si festeggiava con i frutti della stagione autunnale, tra i quali il vino novello.

L’ antico proverbio, “A San Martino ogni mosto è vino”, ricorda che in questo periodo si aprono le botti per assaggiare il vino che spesso accompagna la degustazione di questi dolci.

Questo dolce-biscotto è per tradizione preparato a Venezia  ma ormai la consuetudine si è estesa in tutto il Veneto dove questi simpatici cavalli vengono esposti in bella mostra nelle vetrine di numerose pasticcerie. E’ un dolce molto apprezzato dai bambini,
Ha la forma caratteristica di San Martino a cavallo con decori di ogni tipo: dalla glassa di zucchero alla copertura ricoperto di cioccolato e guarnito con cioccolatini e caramelle.

Ricetta

100gr di Miele di Acacia

300gr di Zucchero Semolato

600gr di Burro

200gr di Uova

5gr di Sale

10gr di Lievito Chimico

1kg di Farina

Per preparare i biscotti ponete tutti gli ingredienti su una spianatoia ed impastate bene per amalgamare e ottenere un impasto liscio ed omogeneo. Lasciatelo riposare, avvolto nella pellicola trasparente, per almeno un’ ora in frigorifero. Stendete l’impasto in una sfoglia dello spessore di mezzo centimetro circa con lo stampino e disponete le forme su di una teglia foderata con carta forno. Se non avete la formina adatta non abbiate paura, create la forma del cavallo a mano oppure scaricatela da una qualsiasi immagine dal web e riproducetela su di in un cartoncino. Infornate le sagome in forno statico preriscaldato a 180° fino a quando non si sarà imbiondita la frolla e dunque abbastanza croccante da reggere la glassatura. Vi sembrerà strano leggere tra gli ingredienti il Miele ma sarà un grande alleato per gargantirvi la consistenza giusta. Ora non vi resta che glassare sciogliendo il cioccolato a bagnomaria o al microonde e dare sfogo alla vostra creatività con le decorazioni dolci!!

Alberta Bellussi

 

 

 

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Devo ammettere che amo molto la pianta del giuggiolo e ancor di più i suoi frutti e non vedo l’ora che arrivi l’autunno per potermi deliziare degli stessi.

Legata a questo frutto esiste una famosa espressione: “andar in brodo de giugioe” detto antico diffusamente utilizzato per indicare uno stato d’animo di grande soddisfazione e godimento, quasi uscire di sé dalla contentezza; stato che tutti noi speriamo di provare almeno qualche volta nella vita.

 Da dove deriva questa espressione?

Con le giuggiole dalla notte dei tempi si fa un delizioso infuso che sembra inebri i sensi per la sua dolcezza e il suo gusto.

Questo liquore era conosciuto e apprezzato già presso le civiltà del bacino del Mediterraneo, sin dagli antichi Egizi e dai Fenici, i quali crearono i primi preparati di cui siamo a conoscenza.

Tra le fonti storiche più remote che citano i frutti del giuggiolo troviamo le “Storie” di Erodoto, il quale paragonò il gusto dolce della giuggiola a quella del dattero, raccontando che da essa si poteva ottenere una bevanda inebriante utilizzando la sua polpa fermentata. Alcuni studiosi ipotizzano inoltre che nel Libro IX dell’Odissea il “frutto del loto” citato da Omero che portò all’oblio gli uomini di Ulisse sbarcati sull’isola dei Lotofagi, possa in realtà corrispondere ad una specie di giuggiolo selvatico, e dunque l’incantesimo narrato sarebbe stato provocato dalla bevanda alcolica preparata con i frutti inebrianti di questa pianta e non da sostanze narcotiche.

Presso gli antichi romani l’albero del giuggiolo divenne il simbolo del silenzio e fu usato per adornare i templi dedicati alla dea Prudenza; l’uso in ambito religioso non escluse però un utilizzo anche profano da parte delle popolazioni latine, le quali per secoli coltivarono i giuggioli per utilizzare i loro succulenti frutti nella preparazione di infusi liquorosi. Nelle zone di campagna era ritenuta una pianta portafortuna, pertanto presso molte case coloniche si trovava facilmente coltivato un giuggiolo vicino al lato esposto a sud.

Durante il Medioevo le conoscenze e le antiche tradizioni culinarie riuscirono a sopravvivere grazie alla trasmissione dei saperi artigianali di generazione in generazione nel mondo contadino e all’opera di conservazione delle ricette e dei rimedi erboristici nei monasteri.

Nel periodo Rinascimentale la fama delle giuggiole riprese vigore e questo frutto acquisì nuova fama per le sue particolari caratteristiche e la sua utilità.

Fu la potente famiglia dei Gonzaga ad esaltarne l’uso in cucina, la quale possedeva una ricca residenza estiva in prossimità del lago di Garda, denominata “il Serraglio”: qui veniva prodotto e offerto agli ospiti illustri un delizioso liquore a base di giuggiole: il cosiddetto “brodo di giuggiole”- considerato un perfetto accompagnamento di torte e biscotti secchi che potevano essere inzuppati nella bevanda, oppure venire utilizzato come digestivo da sorseggiare a fine pasto.

 

La fama e l’apprezzamento di questa bevanda si diffuse e perdurò nel tempo, tanto che il ‘brodo di giuggiole’ diede origine ad un’espressione metaforica giunta fino a noi. L’uso di questa espressione originaria compare nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612), dove viene menzionata due volte: alla voce ‘succiare’, con un esempio tratto dal “Morgante” di Luigi Pulci, e alla voce castagna, dove per ‘succiola’ si intende la castagna cotta nell’acqua con la sua scorza.

L’epoca dei Gonzaga è ormai lontana, ma la coltivazione dei giuggioli nell’area del Garda e del Basso Veneto esiste ancora.

Dalle sponde del lago, alle colline veronesi e vicentine, fino ai Colli Euganei, le piante di giuggiolo crescono rigogliose grazie al clima mite e ai terreni favorevoli. Nel corso dei secoli la produzione artigianale del “Brodo di Giuggiole” si è tramandata ed è arrivata fino a noi, diventando un prodotto ambito e diffuso localmente, trovando nel piccolo borgo padovano di Arquà Petrarca la culla della sua valorizzazione e della rinascita della sua tradizione.

Si tratta sicuramente di un liquore che ha ancora una distribuzione di nicchia, ma negli ultimi anni ha cominciato a farsi conoscere ed apprezzare anche oltre i confini regionali e nazionali.

LA PREPARAZIONE DEL BRODO DI GIUGGIOLE

Il Brodo di Giuggiole è un infuso idroalcolico naturale a base di frutta autunnale: oltre alle giuggiole mature, si utilizzano le mele cotogne, i melograni e l’uva, mettendo il tutto in infusione con l’aggiunta di zucchero e scorze di limone

La ricetta moderna si basa sull’infusione idroalcolica di giuggiole a piena maturazione, a cui vengono aggiunte mele cotogne, scorze di limone, uva, melograni e altra frutta, intera o in succo, con l’aggiunta di zucchero. La preparazione classica prevede una macerazione piuttosto lunga: i frutti si devono lasciare in infusione per un paio di mesi, dopodichè il liquido ottenuto viene filtrato ed infine imbottigliato. Il prodotto ottenuto è una bevanda liquorosa dalla gradazione alcolica media (24%vol), dal colore rosso ambrato e dal profumo tipico di giuggiole. Il sapore è dolce e fruttato, con un gusto ricco ed avvolgente, particolarmente gradito anche dal pubblico femminile.

Il brodo di giuggiole si conserva abbastanza a lungo come tutti i liquori fruttati, ed è ideale come digestivo servito a temperatura ambiente alla fine dei pasti, ma può essere degustato anche ghiacciato o come ingrediente principale di drink e aperitivi sfiziosi.

Nella stagione invernale è possibile scaldare il brodo di giuggiole, preparando una bevanda calda tipo punch.

Alberta Bellussi

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In veneto l’espressione “casca el palco” ha un significato ben preciso e quando casca il palco si svelano tutte le verità.

Infatti “qua casca el palco” si riferisce più a una montatura, una messa in scena, che, prima o poi, si rivela come tale. Per esempio, uno si spaccia per quello che non è  e un bel giorno lo si vede per quello che è. È un periodo storico dove l’apparenza conta molto e ci sono molti palchi che prima o poi cadranno.

Co casca un palco un se rivela par quel che le.

Lo sai da dove deriva questo modo di dire?

A me si è illuminata la lampadina ieri sera durante  una bellissima serata nei boschi del  Cansiglio, con la guida alpina, per conoscere e ascoltare il bramito, il canto dei cervi innamorati.

Eh sì! Il palco è proprio quello dei cervi.

Il maschio di cervo porta sul capo delle corna che ogni anno si arricchiscono di una nuova ramificazione. Questa meraviglia della natura che i cacciatori usavano come trofeo, viene detta “palco”.

E ogni anno, ad inizio inverno, al cervo “casca il palco” che ricrescerà poi a primavera. Sì, ogni anno, alla fine della stagione degli amoric casde. Il palco del maschio, che può essere più o meno grande a seconda dell’età e dell’alimentazione dell’animale, si riforma tutti gli anni nello stesso modo, con la stessa disposizione di rami e biforcazioni, alle quali si aggiunge un nuovo spuntone lungo qualche centimetro. Se si ha l’occasione di vedere un animale adulto tra febbraio e marzo, si possono notare sulla fronte due abbozzi. Sono le cicatrici dei palchi caduti e il punto di formazione di quelle nuove. Il processo di crescita non è indolore. Il velluto, così si chiama il nuovo tessuto osseo, è fortemente innervato, ricco di sangue e sensibilissimo. In questo periodo i maschi sono molto nervosi e si alimentano con grandi quantità di cibo. I trofei dei maschi adulti possono raggiungere il peso di 15-18 chili.

 Il “palco” del cervo è una messa in scena che serve per acquisire ed imporre autorità sugli altri maschi  e di conseguenza sulle femmine.

Alberta Bellussi

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Non so se capita anche a voi ma quando scendo con il traghetto al Lido di Venezia in quel meraviglioso viale pieno di rigogliosi alberi costeggiato di Ville fiorite e sfarzose, vedo la raffinata spiaggia con le capanne, i lussuosi alberghi, mi sembra di essere catapultata nell’elegante atmosfera di inizio del secolo scorso con le signore in abiti sciccosi e ombrellino di pizzo.

Eppure sembra strano ma questa lingua di terra che s’allunga tra l’Adriatico e la laguna, fino a metà Ottocento, era un insieme di dune rosse, qualche campo coltivato e casette di pescatori. Sfoggiava una natura così selvaggia e profumata che i primi viaggiatori del Gran Tour l’annotarono sui loro taccuini, affascinati da una flora sgargiante su una terra sabbiosa e salmastra.

Tra l’ottocento e il novecento, in piena Belle époque, sorsero i primi stabilimenti balneari, alberghi e sale da gioco che attrassero il meglio della borghesia europea, da cui deriva quell’aria di sontuosa eleganza che rese famoso il Lido sin d’allora.

Infatti tra fine ottocento e inizio novecento il Lido di Venezia fu la meta della nobiltà mitteleuropea, manifestatasi con la straordinaria espressione artistica del Liberty delle loro residenze, ville raffinate e fiorite e dei grandi alberghi di lusso. Ora il Lido di Venezia è famoso perché accoglie le celebrità che giungono per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Le atmosfere descritte da Thomas Mann con La Morte e Venezia, ispirate ai lussuosi hotel affacciati sul Lungomare del Lido fra pini marittimi e ville in stile liberty, si vivevano nell’Hotel Des Bains, nelle sue sale dagli stucchi dorati e dalle famose terrazze affacciate sul mare. L’hotel è stato meta preferita dai letterati, musicisti e poeti nonché nobili della decadente nobiltà austro ungarica e russa; è attualmente in fase di restauro.

Tanto il Des Bains rappresentava con la sua struttura austera e imponente un mondo classico da residenza reale, quanto il Grand Hotel Excelsior celebra il trionfo dell’architettura moresca; la residenza fiabesca di mosaici dorati, dove si mescolano sfingi e cupole, merlature e torrette è immersa in un’oasi di verde fra palme e siepi di ibisco. Centro della cultura internazionale e della mondanità del cinema, ha accolto personalità e reali di tutto il mondo nei suoi splendidi saloni, talvolta usati come set cinematografici. Nel 1932 l’Excelsior fu scelto come sede della prima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica dando il via ad una tradizione che si protrae sino ad oggi. Anche se attualmente la passerella delle celebrities si svolge nel vicino Palazzo del Cinema, il cuore della mostra rimane la terrazza panoramica dell’Excelsior dove sono ospitati i più famosi VIP e dove quella meravigliosa atmosfera decadente di un passato raffinato e lussuoso si respira ovunque.

Un vero capolavoro di eleganza e sinuosa leggerezza e sensualità è la facciata di un altro storico hotel del Lido: Ausonia Hungaria. Una visione di grande impatto emotivo, un capolavoro del liberty, un intreccio prezioso di elementi decorativi fra ghirlande floreali e eteree figure femminili; insomma: il trionfo della bellezza. L’hotel aprì nel 1907 col nome “Hungaria” in onore degli ospiti ungheresi assidui frequentatori. “Ausonia”,  antico nome dell’Italia, fu aggiunto negli anni ’20 come tributo all’identità nazionale. L’hotel da subito si distinse per il suo fulgore fra gli edifici liberty del Lido; il rivestimento della facciata principale in piastrelle di maiolica, opera del ceramista bassanese Luigi Fabris, è un complesso equilibrio simbolico composto da motivi vegetali verdi e ocra, frutti e ghirlande di fiori, puti e allegorie femminili di Venezia e  Ungheria.

Il Lido merita davvero di essere visitato.

Alberta Bellussi

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Burano è nota al mondo per la delicatezza e l’eleganza dei suoi preziosi merletti.

L’isola si trova nella laguna di Venezia ed è un luogo magico: piccole casette colorate, biscotti buonissimi, ristorantini con le migliori specialità di pesce… e soprattutto merletti!

Molto spesso nella tradizione popolare sono le leggende e racconti tramandati oralmente a contenere piccole perle di letteratura sulle origini di usi e costume; questo accade sin dai tempi più antichi.

Le merlettaie sono davvero un’attrazione dell’isola e anche le più grandi case di moda internazionali si sono spesso servite di questi finissimi ricami.

Una romantica leggenda narra che un tempo lontano a Burano abitasse un pescatore di nome Nicolò, bello e affascinante, tanto da essere lo scapolo più ambito dell’isola.

Tutte le ragazze lo volevano ma lui aveva occhi solo per Maria, la donna che amava follemente.

Pochi giorni prima delle nozze Nicolò si trovava in mare a pescare quando cominciò a sentire un canto dolcissimo… Di lì a poco la sua barchetta era circondata da un gruppo di donne bellissime: le affascinanti Sirene.

Il buranello, come novello Ulisse, non si fece incantare e pensò a quanto grande era l’amore suo per Maria nessuna donna gli aveva fatto battere il cuore come lei e resistette al richiamo suadente per amore della sua bella.

La Regina delle Sirene, ammirata dalla prova di fedeltà del pescatore colpì con la coda il fianco della barca sollevando una massa candida di schiuma che formò un magnifico velo da sposa fatto come un merletto finemente ricamato.

Nicolò donò l’oggetto alla sua sposa il giorno delle nozze e Maria, brillava di gioia e amore con al capo il suo splendido merletto.

Il giorno delle nozze fu tanta l’ammirazione che suscitò questo prezioso dono che le donne di Burano con l’ago e un filo sottilissimo impararono a confezionare un tessuto che fosse all’altezza del dono fiabesco.

Nacque così il merletto di Burano!

Alberta Bellussi

 

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Come molti detti popolari, la vecchia pratica di “contare le pecore” per addormentarsi arriva  dall’eredità contadina della nostra storia ma da dove deriva più precisamente questa conta “ovina”?

Ce lo racconta una storia che vede protagonista Ezzelino da Romano, ed è raccolta in un libro di fine Duecento intitolato ‘Il Novellino’ e da allora divenne consuetudine contare le pecore per riuscire ad abbandonarsi tra le braccia di Morfeo…

Ezzelino Da Romano era il signore della Marca Trevigiana in epoca medioevale che, grazie alla sua abilità politica e alla violenza con cui si gettava in battaglia, conquistò molte città del Nord-Est italiano, accattivandosi anche il favore dell’Imperatore Federico II di Svevia, uno degli uomini più potenti d’Europa.

A causa del suo temperamento focoso Ezzelino era sempre irrequieto e soffriva di un’inguaribile insonnia che gli impediva di dormire, anche solo per poche ore.

Per distrarsi durante le lunghi nottate in bianco allora, Ezzelino prese presso di sé un cantastorie che lo intrattenesse con canzoni e storielle; il cantastorie, però, dopo qualche tempo non riusciva più a sostenere tutte quelle ore senza riposo ed escogitò uno stratagemma.

Era talmente sfinito che una sera, quando Ezzelino gli intimò di narrare un’altra storia, questi iniziò a raccontare una vicenda il cui protagonista era un contadino proprietario di cento bisonti che lì portò al mercato per scambiarli con delle pecore, due per ognuno di questi.

Durante il suo ritorno, il villano si accorse che, a causa di un forte temporale, il fiume che avrebbe dovuto guadare si era ingrossato a tal punto da impedirgli il passaggio. L’unico modo per attraversalo era quello di utilizzare la barca sgangherata di un pescatore nella quale poteva entrare solo lui e una pecora per volta.

 Il contadino non si perse d’animo: caricò la prima pecora sulla barchetta e cominciò a remare. Con forza e pazienza riuscì a raggiungere l’altra sponda, mise giù la prima pecora e tornò indietro per recuperarne un’altra e così via…mentre parlava, il cantastorie si addormentò.

Ezzelino, infastidito, lo scosse e gli intimò di continuare il racconto ed andare oltre. Ma il favolatore rispose: “Messere, lasciate prima passare tutte le pecore una ad una, poi proseguiremo a raccontare la storia!”.

A quelle parole, Ezzelino da Romano rise e pensò che ci sarebbe voluta tutta la notte perché tutto il gregge passasse all’altra sponda del fiume!

Così per quella notte il cantastorie poté finalmente addormentarsi a un’ora consona e riposarsi e Ezzelino si mise a contare le pecore che guadavano il fiume una ad una.

Alberta Bellussi

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l Lago di Misurina è, sicuramente, uno dei laghi più belli d’Italia.

È un lago naturale che si trova nel Cadore, in provincia di Belluno, a 1.754 metri di altitudine ed è molto grande. Ha un perimetro di 2,6 chilometri ed è profondo circa 5 metri. D’estate è un’importante meta di turismo, ma anche in inverno solitamente il lago si ghiaccia completamente e diventa completamente calpestabile. Questo lago oltre ad essere famoso per le proprietà benefiche della sua acqua che rende l’aria curativa per chi soffre di disturbi respiratori, custodisce la sua origine in una delle più famose leggende delle Dolomiti.

La conoscete?

La leggenda narra la storia di Misurina, figlia unica del re Sorapiss, governatore delle terre comprese tra le Tofane, l’Antelao, le Marmarole e le Tre Cime di Lavaredo.

Misurina era una bambina viziata, molto capricciosa e dispettosa, ma era anche una bambina molto graziosa.

Per il re Sorapiss, rimasto vedovo, era l’unica ragione di vita. Il re giustificava quindi il comportamento della bambina dando la colpa di tutto alla sofferenza che la piccola provava per la mancanza della figura materna.

Al compimento dell’ottavo anno di età, Misurina venne a conoscenza dell’esistenza di una fata che viveva sul Monte Cristallo e che possedeva uno specchio magico, il quale dava il potere di leggere i pensieri di chiunque vi si specchiasse. Misurina supplicò lungamente il padre affinché le procurasse lo specchio, che desiderava a ogni costo, finché Sorapiss cedette e l’accompagnò. La fata resistette a lungo, perché non voleva accontentare quella bimba capricciosa ma, di fronte alle lacrime di Sorapiss, finì per acconsentire, ponendo però una condizione, nella speranza che il re e sua figlia rinunciassero. La fata possedeva un bellissimo giardino ricco di fiori stupendi sul Monte Cristallo, ma l’eccesso di sole li appassiva prematuramente.  Sicché chiese, in cambio dello specchio, che Sorapiss accettasse di essere trasformato in una montagna, che proteggesse con la propria ombra il giardino della fata. Il re acconsentì.

Quando Misurina ricevette lo specchio e venne informata del patto, non si scompose, anzi, si mostrò entusiasta all’idea che suo padre, per renderla felice, diventasse una montagna, sulla quale lei avrebbe potuto correre e giocare. Ma in quello stesso istante, mentre Misurina contemplava lo specchio, Sorapiss cominciò a trasformarsi, gonfiandosi e cambiando colore: i capelli divennero alberi e le rughe crepacci.

Misurina si accorse improvvisamente di trovarsi in alto, sulla montagna che era stata suo padre e, rivolgendo lo sguardo in basso, fu colta da un capogiro e precipitò nel vuoto. Il re Sorapiss, nei suoi ultimi istanti di vita, dovette così assistere impotente alla tragica morte di sua figlia, sicché dai suoi occhi ancora aperti sgorgarono così tante lacrime da formare due ruscelli, i quali si raccolsero a valle formando un immenso lago, che prese il nome di Misurina. Lo specchio, cadendo, si infranse tra le rocce e i frammenti furono trascinati a valle dai ruscelli di lacrime del re, dove ancora oggi danno riflessi multicolori e che rendono ancora oggi il Lago di Misurina un luogo unico al mondo.

Alberta Bellussi

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I boschi del Montello, il Cansiglio, i boschi vicino al Piave e non solo, un po’ in tutto il Veneto vi sono luoghi di misteri e leggende tramandate oralmente, di generazione in generazione, fin dall’origine dei tempi.

Si racconta infatti che tutta la zona sia stata, da sempre abitata, da creature magiche tipiche del folklore veneto come: fate, anguane, draghi, spiritelli vari e anche il Diavolo, o altri piccoli diavoletti scontrosi e antipatici in una sorta di contrapposizione continua tra bene e male

Ma non li avete mai visti?

Può essere perché sono discreti e timidi non amano farsi vedere dai comuni mortali, tanto che, dato che nei boschi sono presenti fenomeni carsici che creano spesso doline e grotte, si nascondono quasi tutto il giorno da occhi indiscreti e curiosi per uscire al tramonto e di notte.

Ma da cosa hanno origine queste leggende magiche e fantastiche?

Probabilmente la fauna della zona, ricca di aquile reali, gufi reali (tipici portafortuna nella storia mondiale), pippistrelli, rapaci vari, scoiattoli, ghiri, volpi, donnole, faine, oltre a tassi, daini, caprioli, cervi e cinghiali ma anche di una flora molto ricca e variopinta.

Proprio a questa flora appartiene la pianta dei “Mamai”, chiamati anche “Lino delle Fate”.

Si presentano con un fusto che arriva anche a 60 centimetri e proprio in questo periodo, estivo, la pianta fiorisce mettendo pennacchi piumosi attorcigliati alla base.

Il pennacchio, bagnato nel latte di calce ed esposto al sole, diventa presto vellutato come la pelle di gatto, o pelliccia morbida che si dice “mamao” appunto in dialetto veneto.

Il nome con il quale sono invece, universalmente conosciute queste piante, è Stipa pennata ma spesso viene chiamata anche “Lino delle fate”.

 Perché?

La leggenda vuole che le fate, alla ricerca di tessuti speciali per i loro splendidi abiti, scendano a valle dalle loro foreste incantate per cogliere i lunghi fiori piumosi di questa particolare pianta, per poi tessere le loro vesti argentate e luccicanti.

“La festa dei Mamai si svolge da moltissimo tempo nel paese di Moriago, lungo le rive del Piave,  e potete provare a cercarle: dicono che lascino alle loro spalle un luccichio di polvere magica e un intenso profumo di fiori…

Alberta Bellussi

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Dei boschi della Serenissima ho sempre sentito parlare.

Nella sua lunga e secolare storia la Repubblica di Venezia ha sempre considerato con grande attenzione e lungimiranza i problemi ambientali perché preservare la laguna voleva dire proteggere la città.  Città e ambiente sono stati, sempre, strettamente legati: acque e boschi erano gli elementi fondamentali del rapporto fra natura e uomo, finalizzato ad un intelligente sfruttamento delle risorse, che mirava alla conservazione del patrimonio ambientale sia della laguna che dell’entroterra.

I boschi delle colline e delle zone montane, erano per Venezia, fonte di prezioso legname, materia prima per la costruzione di edifici e di navi, nel famoso Arsenale. Il legname era per l’economia della Repubblica di Venezia una risorsa di primaria importanza; dai tronchi dei roveri, dei faggi, degli abeti si ricavava, infatti, la materia prima per costruire le navi, che permettevano ai mercanti veneziani di arricchire se stessi e la propria Repubblica mediante i commerci con l’Oriente.

Milioni di alberi, inoltre, furono utilizzati dai Veneziani per fondare la città, edificata su fondazioni di palafitte, e per costruire gli argini a difesa dalle onde del mare aperto.

Grande attenzione fu quindi riservata dal governo della Serenissima alla cura dei boschi delle zone dell’entroterra. II Bosco del Cansiglio ne è un esempio che si può ancora vedere ai giorni nostri; nei secoli è stato sottoposto ad uno sfruttamento equilibrato pur consentendo di ricavare il prezioso legname.

Nella foresta del Cansiglio, appunto, si coltivavano i faggi, che servivano per fare soprattutto i remi delle galee.

Nelle vallate del Cadore, del Comelico, dell’Ampezzano e dell’Agordino, le piante abbattute erano soprattutto abete bianco, abete rosso e larice.  Il bosco degli alberi di S. Marco, che si trovava in località Somadida (Auronzo di Cadore) In quel punto la vallata era protetta dai venti dai Cadini di Misurina e dalle Marmarole, sopra il bosco, a sud, vegliava una montagna detta il Corno del doge, per la sua cima molto simile al copricapo del doge. Qui il sole penetrava poco all’interno della vallata e il clima era, per quasi tutto l’anno, molto rigido per cui le piante crescevano molto lentamente alte e diritte. Erano le piante ideali per realizzare le alberature delle galee, delle cocche da carico e dei galeoni da battaglia della Serenissima.

Il bosco dei remi di S. Marco era localizzato nell’attuale altopiano che sovrasta in Alpago il lago di S. Croce.

Il bosco dei roveri del Montello, vasta collina morenica alla destra del Piave, all’inizio della pianura veneta era un’area dove si coltivavano le querce. Divisa in settori, con un guardiano per ogni settore, era fatto divieto assoluto di entrare nel bosco e pene severissime erano comminate a chi trasgrediva. Il Montello era il bosco protetto dei roveri, (querce) queste erano utilizzata per le parti portanti della nave, le ordinate e la chiglia.

I boschi erano quindi di vitale importanza per la città di Venezia sia per l’equilibrio ambientale che economico.

Il fatto che la tutela dei boschi servisse per evitare il dissesto idrogeologico e l’interramento della laguna era ben chiaro, già, nel 1400. Infatti il segretario del Senato veneziano scriveva nel 1476: «Il diboscamento è causa manifestissima dell’interramento di questa nostra laguna, non avendo le piogge e altre inondazioni alcun ritegno né ostacolo, come avevano dai boschi, a confluire nelle lagune». Così veniva giustificata l’esigenza dei primi provvedimenti legislativi a tutela dei boschi.

La tutela della foresta permetteva anche una migliore difesa del territorio e della laguna stessa. Era ben chiaro, fin da quei tempi, lo stretto rapporto che lega il diboscamento, ed il conseguente dissesto idrogeologico delle zone montane, ai guasti causati dalle inondazioni a valle, fino al pericolo dell’interramento della laguna.

Per la Serenissima era quindi importantissimo tutelare i boschi ci sono alcune testimonianze scritte dai magistrati veneziani dopo le periodiche ispezioni alle foreste.

Così si esprimeva Alvise Mocenigo, podestà di Belluno, dopo un’ispezione al Bosco del Cansiglio nel 1608: «Ho veduto i boschi che ha la Serenità vostra in Alpago – Cansiglio e siccome devono esserle carissimi a guisa di prezioso tesoro, poiché essendo copiosissimi di faggi, avendone la debita cura, suppliranno per sempre abbondantissimamente al bisogno che possa avere di remi per galee la più grossa e potente armata che in qualsivoglia tempo si decidesse di mandar fuori».

Da queste testimonianze si evince l’importanza che la tutela dei boschi ebbe per Venezia e si capisce il motivo della legislazione contro l’abbattimento senza criteri di alberi, emanata dal Senato e dal Consiglio dei Dieci per garantire la conservazione di una così importante risorsa naturale. Concludiamo con le parole di uno di questi divieti, emesso dal doge il 20 febbraio 1687: «Si fa pubblicamente intendere a cadauna sorte di persone, così uomo come donna, fanciulli e fanciulle, nessuno escluso, che non si debbono in alcuna maniera scorzar (togliere la corteccia), tagliar o in altro modo danneggiare i roveri tagliati per l’Arsenal nostro».

Alberta Bellussi