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Chissà se anche voi siete curiosi come me e vi siete chiesti perché a Jesolo è ricorrente la figura del drago; esiste Piazza Drago, nello stemma del Comune c’è un drago…ma a voi non sembra una cosa un po’ strana sicuramente non casuale. Io ho voluto capire.

Non pare ci sia una documentazione scritta da dove derivi il drago rosso dello stemma cittadino ma ci sono delle spiegazioni orali.

La prima interpretazione lo vede legato alle origini de “la Valle Drago Jesolo”.

Infatti la laguna Nord di Venezia, che apparteneva al territorio dell’antica Jesolo, venne trasformata, poi, dalla Serenissima Repubblica di Venezia in valle da caccia e da pesca, grazie a delle chiuse  che regolavano il flusso marino proveniente dalla  mare aperto.  In questa valle i nobili e i ricchi veneziani venivano a cacciare ogni tipo di uccello presente in questo bellissimo territorio.

Nella lingua veneta il verbo cacciare è detto “trar”; anche adesso molti anziani dicono “vae a trae” con il significato di vado a caccia.  Sembra che proprio da questo verbo derivi  la “ Valle del Traco Jexolo”,  nome riportato su alcune carte topografiche del 1500,  diventato poi nella lingua orale  “Valle del Draco Gexolo” e quindi in “Valle del Drago Jexolo” ed infine in “Valle del Drago Jesolo”.

La fantasia popolare, poi, ha legato il nome di questa valle del drago a storie di draghi, streghe, anime vaganti dei quali si sentivano i loro  lamenti nelle notti nebbiose della laguna.

Nello stemma della città ci sono dei  riferimenti simbolici molto interessanti.

Il drago alato ha il capo “equino”, il dorso dinosaurico con riferimenti al cavalluccio marino ed ali di pipistrello. Inoltre l’estremità della coda è a freccia.

La testa equina  richiama all’antica città di Jesolo (secoli V-XI) che sorgeva su un’isola chiamata “Equilium”, deriverebbe dal latino equus “cavallo” e sarebbe legato all’allevamento di cavalli, una delle principali attività a cui si dedicavano le popolazioni venetiche.

Il dorso di dinosauro costituisce il richiamo alla storia antica di Jesolo; la città nel IX secolo ebbe un grande periodo di decadenza e abbandono a cui, qualche secolo dopo nel XV sec,  seguì la rinascita,

La posizione da cavalluccio marino evidenzia la città di mare mentre le ali di pipistrello non trovano riscontri storici. La coda a freccia,  invece, è  simbolo di aggressività e di capacità di attaccare. Infine le cinque torri della corona, simbolo della città medioevale, sono riservate ai comuni con il titolo di “Città” come lo è Jesolo.

La Valle Dragojesolo

Nutro un amore speciale per la natura incontaminata e un legame forte con la laguna veneta che offre scorci selvaggi e autentici in ogni suo angolo. L’ho girata in bici, in barchetta per poter assaporarne le sue pieghe e i suoi segreti. Non so se lo sapete ma la Valle Dragojesolo  esiste ancor’oggi e si estende su una  superficie che è pari a 1192 ettari;  essa è suddivisa in tre sottobacini: Valle dei Orcoli, Valle di S. Micei ed appunto Valle Dragojesolo.

Valle Dragojesolo rappresenta una delle valli più isolate dalla laguna viva, essendo chiusa tra Valle Cavallino a sud-ovest e Valle Fosse, a nord-ovest, mentre sui lati rimanenti appare circondata dall’alveo del basso Sile e dalla terraferma.  I paesaggi di Valle Dragojesolo sono notevolmente vari nella zona di Lio Grande. La maggior parte della superficie è occupata dall’acqua poi  si passa alle distese di barena, ai canneti ed agli arbusteti selvatici.

Questa Valle ospita garzette bianche e aironi rossi che fanno il nido su rovi e tamerici disposti a frangivento presso vecchie peschiere nel settore sud di Valle S. Micei.

Le anatre provenienti dal Grande Nord europeo vi svernano a migliaia, ma vi nidifica anche un folto contingente di specie tipiche della zona, dal falco di palude martin pescatore, dall’averla cenerina alla cutrettola capocenerino.

Le specie ittiche allevate sono quelle tradizionali delle valli venete, con particolare frequenza di cefali, anguille e orate. Se ci fate un giro ricordatevi  che siete ospiti della natura e la dovete rispettare.

Alberta Bellussi

 

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L’altro giorno la vista di una foto per una mia futura escursione mi ha aperto un cassetto della memoria che non ricordavo nemmeno più di avere e come d’incanto un mondo a me noto mi è tornato nitido. Ogni tanto alla mia mente bizzarra accade questa cosa magica… negli anni della mia vita, con una testa sempre curiosa e vivace di conoscere, ne ho messe cose dentro i cassetti della mia biblioteca interiore.

Ed ecco, alla vista di una foto dei Cadini del Brenton nella Valle del Mis mi è venuto in mente un bellissimo corso monografico che frequentai all’Università grazie al quale avevo conosciuto i romanzi dello scrittore bellunese Dino Buzzati.

Mi sono tornate vive le emozioni di quel grande rispetto per la montagna che aveva lo strano personaggio di “Barnabo delle Montagne” o nel “ Segreto del bosco vecchio” quella natura che ha qualcosa di speciale;  si difende e si protegge da sola dalle barbarie del colonello Procolo che la vuole distruggere.

Ricordavo una bellissima descrizione dell’autore sulle valli bellunesi e in particolare la Valle del Mis e sono riuscita a trovarla.

“Esistono da noi valli

che non ho mai visto da nessun’altra parte…

Invece esistono: con la stessa solitudine,

gli stessi inverosimili dirupi

mezzo nascosti da alberi e cespugli

pencolanti sull’abisso le cascate d’acqua…

La valle del Mis per esempio con le sue vallette laterali

che si addentrano in un intrico di monti selvaggi e senza gloria,

dove sì e no passa un pazzo ogni trecento anni,

non allegre, se volete, alquanto arcigne forse, e cupe.

Eppure commoventi per le storie che raccontano,

per l’aria d’altri secoli, per la solitudine paragonabile a quella dei deserti”

(tratto da La mia Belluno).

e ancora

“Le impressioni più forti che ho avute da bambino appartengono alla terra dove sono nato, la valle di Belluno, le selvatiche montagne che la circondano e le vicinissime Dolomiti

Così scriveva Dino Buzzati (1906-1972), cronista del Corriere della Sera e scrittore, autore di romanzi immortali come “Il deserto dei tartari”, “ Il segreto del bosco vecchio” e “Bàrnabo delle montagne”.

I Cadini del Brenton in Val del Mis sono nel  Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi – Sospirolo (Belluno)

La passeggiata inizia proprio ai margini del lago artificiale del Mis, è piacevole e non troppo impegnativa e lo spettacolo che vi aspetta vale sicuramente un giro da quelle parti.

 

I 15 cadini attorno ai quali si snoda il sentiero scendono a gradoni nella valle dove l’acqua cristallina e gelida scorre levigando la pietra. Lo scroscio delle cascate, l’intensità dei colori e le farfalle nere che danzano nell’aria sono uno spettacolo naturale unico e irripetibile, rigenerante per i sensi e per la mente.

I Cadini del Brenton sono sicuramente meta consigliata per gli amanti della natura; sono uno spettacolo della natura.

Alberta Bellussi

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Le Anguane:  non ne avevo mai sentito parlare, devo ammetterlo, conoscevo il Mathariòl,  ma loro no e domenica durante una visita guidata ad un castello le ho conosciute, ne sono rimasta affascinata, e mi sono subito messa a cercare più cose possibile di loro.

La provincia di Treviso è una provincia di acque… l’acqua del Piave ha un valore molto importante per i territori che attraversa e per le sue genti.  Dalle acque sotterranee del Piave, vicino al Montello, hanno origine anche le sorgenti del Sile, l’altro grande fiume che attraversa la provincia di Treviso.

Il Sile ha una temperatura costante; l’acqua sempre limpida anche in città e la scorrevolezza continua.

Ci sono delle creature mitologiche che proteggono le acque trevigiane e si chiamano “Anguane”, una sorta di ninfe che, nelle leggende , assumono una  forma simile alla sirena, specie nel basso Piave e basso Sile, ma non solo, proteggono anche le acque di molti altri posti nel Veneto.

Ma chi è l’Anguana?

Sono creature che vivono vicino alle sorgenti, caverne o altri ambienti acquatici, come si capisce dall’origine etimologica del loro stesso nome, che viene fatto derivare dal latino Acquaneae, cioè abitatrici dell’acqua.

Dalla vita in su sono delle bellissime fanciulle, dalla vita in giù hanno corpo di anguilla o di pesce.

Secondo  altre varianti montane presentano semplicemente dei piedi rovesciati oppure, per probabile contaminazione con la figura mitologica del Mathariòl, hanno gambe caprine.

La metà umana presenta delle caratteristiche particolari; la pupilla dilatabile come gli animali notturni; sono a sangue freddo; la loro pelle è viscida e la folta chioma è costituita da alghe filiformi.

Stanno ritirate durante tutto il giorno, escono all’imboccatura delle grotte o fuori dalle sorgenti al tramonto, a lavare i panni e a cantare.

Il loro canto è ammaliante. Per sottrarsi al loro fascino gli umani devono indossare dei girocolli fatti con virgulti di viburno intrecciati.

Vengono descritte come perfette massaie, eppure la liscia della Anguane era riferita al bucato mal riuscito perché erano abituate a lavare i panni di notte, e anche ricamare lenzuola e fazzoletti, conservati dagli uomini che se ne innamoravano.

Brave madri anche se capaci di uccidere lefanciulle delle quali erano invidiose; mogli devote ma che scomparivano se lo sposo ne pronunciava il nome leggendario.

Ci sono due interpretazioni; la prima è che le Anguane siano personificazioni mitiche dell’ambivalenza dell’acqua. Se questa, da un lato, è vista come fonte di vita e di allegria, dall’altra è certo anche una potenziale occasione di morte. La seconda indica il fortissimo legame con una figura di madre controversa, complessa e articolata, parte di quel mito della fertilità e della figura materna che accompagna da sempre l’uomo.

Alberta Bellussi

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Il 2 giugno è la Festa della Sensa (dell’Ascensione di Gesù al cielo quaranta giorni dopo la Pasqua).

Io ricordo un proverbio che mia nonna diceva sempre in questa giornata: “ se piove el dì della Sensa par quaranta dì nol ne assa senza”. E dicevano che ogni anno tutti aspettavano questo giorno per vedere se il proverbio si ripeteva.

Questa festa poggia le basi nella millenaria storia della Serenissima, il suo intimo rapporto con il Mare e con la pratica della Voga alla Veneta.

Commemora due eventi importanti per la Repubblica: il 9 maggio dell’anno 1000, quando il doge Pietro II Orseolo soccorse le popolazioni della Dalmazia minacciate dagli Slavi; fu l’inizio dell’espansione veneta nell’Adriatico.

E poi l’anno 1177, quando, sotto il doge Sebastiano Ziani, Papa Alessandro III e l’imperatore Federico Barbarossa stipularono a Venezia il trattato di pace che pose fine alla diatriba secolare tra Papato e Impero.

In occasione di questa festa si faceva il rito dello Sposalizio del Mare, festa che si ripete da quasi mille anni; il  Doge, sul Bucintoro, raggiungeva S. Elena all’altezza di San Pietro di Castello; lì ad  aspettarlo  il Vescovo, a bordo di una barca con le sponde dorate, pronto a benedirlo.  Questo evento aveva lo scopo di sottolinea il forte legame della Serenissima col mare e la potenza che aveva raggiunto.  La Festa  aveva un rito  propiziatorio, infatti  il Doge, una volta raggiunta la Bocca di Porto, lanciava  nelle acque un anello d’oro come simbolo di sposalizio.

Ai giorni nostri si ricorda questa festa con un corteo acqueo da San Marco al Lido di imbarcazioni tradizionali a remi, alla cui testa c’è la “Serenissima“, dove prendono posto il sindaco e le altre autorità cittadine.  Si celebra ancora il rito dello sposalizio con il mare per sottolineare il grande legame che ancor oggi lega Venezia al mare;  tutto ciò avviene attraverso una cerimonia di lancio in acqua di un anello e una successiva funzione religiosa nella chiesa di San Nicolò di Lido.

Alberta Bellussi

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In Veneto c’è un modo di dire molto usato quando a una persona piace fare la bella vita.  Il detto completo dice che “ te si come Micheasso te piase magnar, bever e ndar a spasso

L’arte di Michelasso è quella di mangiare, bere e andare a spasso e a chi non piacerebbe?

Ma che origine ha questo detto?

Una possibile origine rimanda alla parola “Miquelet”, che era il soprannome usato, in Francia e in Spagna, per indicare i fedeli che si recavano in pellegrinaggio al santuario di San Michele e che impegnavano molti giorni; solo più tardi anche le varie persone che facevano loro da guida e che ne fecero presto una vera professione. Con il tempo il termine assunse un significato negativo e passò a definire il vagabondo intenzionato il più possibile a evitare il lavoro.

Secondo altri, il detto deriverebbe invece dal nome di un certo Michele Panichi, un ricco fiorentino che si ritirò dagli affari in età ancora giovane e che visse per il resto dei suoi anni senza far nulla.

Il gruppo veneto de Los Massadores ha scritto la ballata di Micheasso che rappresenta proprio l’arte di vivere in questo modo.

La ballata de Michelasso de Los Massadores

No go nessun pensiero, nessuni me comanda

Vivo un dì aa volta guaivo co a me anda

Nol ga nessun pensiero, nesuni lo comanda

El vive un dì a volta guaivo co a so anda

Svejarme bonora no fa serto par mi

Che me also sempre co xe pronta a toea a mexodì

Son sempre tranquio no go mai presa

E trovo sempre l’occasion pa un panin coa sopresa

E mi son Micheasso magno bevo e vo a spasso

Lu xe el Micheasso el magna el beve el va a spasso

Xe pì queo che asso, m’incontento de queo che cato

Me basta queo che trovo

Pitosto de far fadiga me scondo dentro a un fosso

E a voja de fare no a conosso

No go un lavoro ma son sempre al bar

A batar el fante, a perdar tempo e a bagoear

Bevare ombre e sprisetti e contar barxeete

E co passa to nevoda pì vecia mi ghe vardo sempre e tete

E mi son Micheasso magno bevo e vo a spasso

Lu xe el Micheasso el magna el beve el va a spasso

Xe pì queo che asso, m’incontento de queo che cato

Me basta queo che trovo

Pitosto de far fadiga me scondo dentro a un fosso

E a voja de fare no a conosso

Vivo sereno e sensa pretese

Parchè me basta pochi franchi par pagarme e spese a fine mese

Se un giorno el Signore te toe i to schei resta qua

I te mete un paltò de legno e te sì ciavà

No capisso sta xente, xe tuta infervoria

Mi vo vanti tranquio co a me filosofia

No go prorio voja de farme vegner el famoro

Mejo na pansa da bire che na gobba da lavoro

E mi son Micheasso magno bevo e vo a spasso

Lu xe el Micheasso el magna el beve el va a spasso

Xe pì queo che asso, m’incontento de queo che cato

Me basta queo che trovo

Pitosto de far fadiga me scondo dentro a un fosso

E a voja de fare no a conosso

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Ricordo che, quando mi fermavo a dormire dalla nonna a Negrisia, non vedevo l’ora che venisse sera per andare a letto perché mi raccontava sempre le stesse due favole. La camera mi faceva un po’ paura però… si saliva per una scala di legno che ad ogni gradino cigolava…la luce era con una lampadina flebile che dava un’atmosfera un po’ tetra.  I mobili erano di quelli della cultura contadina di un tempo, testiera di legno massiccio lucido e scuro e armadio con quattro ante per farla compita sopra la testiera c’era un quadro a bassorilievo della Madonna con il bambinetto. Il copriletto me lo ricordo era azzurro solfato di raso… a me bimba bionda e sognatrice però interessavano le favole della nonna.

La prima era questa:

Oselin bell’oselin che tempo fa

Bon tempo sior paron ma na cativa nova

E la nonna andava avanti a raccontarmi tutte le cose che accadevano in questa fattoria e io mi divertivo un sacco.

 

Petìn e Petèe

i ‘ndea a sciosee.

Petìn ghe dise a Petèe:

“Petèe, ‘ndéne casa!

col to sac de sciosee.”

“Mi no, eh!”

Ghe dise a Petìn, Petèe.

 

“Eóra ciàme el can che te magne!

Can! magna Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi no, eh, che no mòrseghe  Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

 

“Eóra ciàme el baston che te bastone!

Baston! Bastona el can,

che el can no ‘l mòrsega Petèe,

che Petèe no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi no, eh, che no bastone el can,

che no ‘l mòrsega Petèe,

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so  sac de sciosee!”

 

“Eóra ciàme el fògo!

Fògo! Brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so  sac de sciosee !”

“Mi no, eh, che no bruse el baston

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe,

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee !

 

“Eóra ciàme l’aqua!

Aqua! Stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi no, eh, che no stùe el fògo,

che no ‘l brùsa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

 

“Eóra ciàme el bò!

Bò! Bevi l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brùsa el baston,

che no’l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi no, eh, che no beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee !”

 

“Eóra ciàme ‘a corda!

Corda! Liga el bò,

che no ‘l beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“MI no, eh, che no lighe el bò,

che no beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

 

“Eóra ciàme el sorz !

Sorze! Ròsega ‘a corda,

che no ‘a liga el bò,

che no ‘l beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi no, eh, che no ròseghe ‘a corda,

che no ‘a liga el bò,

che no ‘l beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee !”

 

“Eóra ciàme  el gat !

Gat ! Magna el sorz,

che no ‘l ròsega ‘a corda,

che no ‘a liga el bò,

che no ‘l beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi sì, eh, che magno ‘sto sorz,

che no ‘l ròsega ‘a corda,

che no ‘a liga el bò,

che no ‘l beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

Mi si eh!

 

E cussì

el gat  ciàpa el sorz, che ròsega ‘a corda,

che ‘a liga el bò,

che ‘l beve l’aqua,

che ‘a stùa el fògo,

che ‘l brusa el bastòn,

che bastona el can, che mòrsega Petèe,

che scanpa casa co ‘el so sac de sciosee.

 

Alberta Bellussi

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Le erbette di primavera nella tradizione culinaria veneta

In primavera la natura rifiorisce e nei campi, nelle siepi e lungo gli argini crescono una gran varietà di erbette selvatiche; queste sono molto usate nella gastronomia veneta tradizionale e popolare sono presenti sia nei menù dei ristoranti che nei piatti delle nostre tavole.

Alcune sono davvero molto conosciute:

I bruscandoli, in dialetto, hanno in botanica il nome di   Luppolo selvatico (Humulus Lupulus).

Questa erba venne usata, fin dal Medioevo, per la fabbricazione della birra. I germogli di “bruscandoli” che si trovano lungo le siepi vengono usati per la classica frittata, nel risotto o anche da soli, lessati, conditi con olio, sale e pepe e accompagnati dalle uova sode per via del loro sapore molto simile agli asparagi.

Peverel o rosoline, in dialetto, è la pianta del papavero (Papaver Rhoeas)

Le nuove e fresche piantine di papavero che spuntano in primavera, si trovano spesso nei campi di mais ancora da arare, e sono un’ottima verdura cotta mescolata ad altre erbette.

Radicea o pissacan, in dialetto, sono in botanica il Tarassaco o Dente di leone (Taraxacum officinale) –

Le “radicee” sono senza ombra di dubbio le erbette più diffuse sulle tavole primaverili contadine perché si trovano, facilmente in tutti i prati. Vengono cotte da sole o assieme ad altre erbette, con le uova e possono essere condite anche dadolata di pancetta o lardo che insaporiscono e rendono sfizioso il tutto.

S-ciopet, S-ciopettin o Carletti, in italiano Strigoli o bubboli (Silene Vulgaris)

Sono dei piccoli cespuglietti di un’erba dal colore del fogliame verde-bluastro e un po’ ceroso. Sono molto usati  in cucina per farne il “risotto di carletti” o la frittata. Il loro sapore ricorda molto quello dei piselli freschi.

Le gainee, nome dialettale della Valerianella (Valerianella Locusta)

Un tempo la chiamavano con il nome di “lattuga d’agnello”: per via del periodo in cui spunta nei prati, in concomitanza con la nascita degli agnelli. Questa erbetta selvatica viene mangiata cruda in insalata, o cotta assieme ad altre erbe o verdure. Oggi la si può trovare anche dal fruttivendolo perché viene piantata, ed è facile da coltivare.

Ortiga è l’Ortica (Urtica

È una pianta urticante se si entra in contatto con la pelle ma i suoi germogli sono ottimi per risotti, frittate e anche per ricavarci medicinali e tessuti, già dall’età del bronzo.

Vi regalo un mio racconto agreste sulle erbette.

Il racconto di Maria a radicee e peverel

Maria cresce; diventa una bella bambina dai capelli d’oro.

Il suo sguardo chiaro è trasognato ma sempre attento alle cose del mondo; a metà tra Alice nel Paese delle Meraviglie e Pippicalzelunghe.

Rimangono impressi nel suo essere, come un tatuaggio dell’anima, quegli elementi della campagna veneta che le appartengono visceralmente. Li ha protetti nei cassetti della memoria e nei suoi libri segreti.

…i campi erano tappezzati di macchie gialle e rosse. Invasi di radicee e peverel che diventeranno, presto, soffioni e papaveri. Lei e la nonna si perdevano per quei prati munite di sacchetto e coltello per raccogliere i verdi rosoni e le erbette per farne dell’indimenticabile verdura cotta.

E la nonna che le diceva :” Maria ciol su quee col boton che le e pi bone”.  E lei che minuziosamente guardava ogni pianta di tarassaco e cercava quella che aveva ancora il bocciolo chiuso come le aveva raccomandato la nonna.

La bimba perdeva, poi, il suo sguardo nel rosso appassionato dei papaveri e nella delicatezza dei soffioni.

Amava scappare dentro i campi gialli di erba medica. Buttarsi distesa a pancia in sù. Lì, nascosta dagli alti fiori, rigenerava il suo essere e assorbiva l’energia di Gaia, la terra, e dei colori dei fiori.

Maria, in quella sorta di nascondiglio naturale, guardava il cielo e giocava con le sue amiche a trovare nelle nuvole delle forme di animali. Nel loro gioco fantastico, il cielo era un grande giardino pieno di elefanti, cavalli, cani dove ogni tanto passava anche un piccolo gatto.

Un giorno era in giro con l’amica di sempre Gabriella. Videro un campo di soffioni così pieno che attirò immediatamente la loro curiosità.

Si buttarono a peso morto nel prato e si rotolavano a destra e a sinistra urlando come pazze dalla felicità.

Un po’ alla volta i soffioni si appiccicarono ai loro capelli che diventarono delle splendide parrucche da principesse. Le due bimbe ridevano sistemandosi questi enormi testoni bianchi candidi atteggiandosi come le dame di un tempo.

Correvano e  cantavano spensierate  la loro canzone preferita pomel pomel con queste strane acconciature.

Le parrucche lasciarono il posto alle loro chiome dopo un energico lavaggio fatto dalle mani amorevoli delle mamme che sorrisero  alla follia simpatica delle loro figlie.

…ma su quei meravigliosi e fragili soffioni, Maria aveva più volte sognato di appendersi pensandoli come   una sorta di paracadute per sorvolare le bellezze di questo Pianeta.

Un giorno partì appesa ad un piccolo pelucco di soffione; sorvolò mari, laghi, montagne e pianure. Si svegliò, poi, di soprassalto nel suo lettino giallo come il sole con gli occhi pieni di gioia e incredula del meraviglioso viaggio appena fatto. Maria amava viaggiare e  amerà farlo tutta la vita.

Ogni nuova giornata presentava alla bambina nuove avventure e lei con grande entusiasmo si apprestava a viverle.

Alberta Bellussi

 

 

 

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PAN BISCOTO

Uno, do, tre, quatro,                    

zinque, siè, sete, oto

pan biscoto,                    

biscotin

tira dentro quel bel piedin.

POMO PERO

Pomo, pero,                     

dime el vero                    

dime la santa verità,                    

quala xela?

Ecola qua.

SOTO EL PONTE DE VERONA

Soto al ponte de Verona                    

Ghe xe na vecia scorezona                    

Che scoreza tuto el di                    

Toca proprio a ti

SOTO LA CAPA

Soto la capa del camin                     

Ghe jera on vecio contadin                    

Che sonava la chitara                    

Uno, do, tre sbara.

AULÌ AULÈ

Aulì, aule’

che t’ amuse’

che t’aprofita lusinghe’

aulì, aulè

tu li len blen blu

tu li len blen blu….. (fora!)

UNERO

Unero donero tenero

quara quarea

secia mastea

boton veronese

questo fa  diese (e se contava fin a diese…).

AN

An, fiol d’un can

fiol de un beco,

mori seco.

S’CIOPETIN

S’ciopetin che va a la guera

col s’ciopo par tera

col s’ciopo par man

pin pum pam!

ANEGA

Anega tanega

Pissa budei

Conta fin a trentasei

Trentasei de la malora

Ti te si dentro

E ti te si fora.

Alberta Bellussi

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Oggi è la festa della Candelora 2 febbraio rappresenta la metà dell’inverno nel tempo astronomico.

Il proverbio più famoso veneto dice: ” quando vien la Candelòra de l’inverno semo fora, ma se piove o tira vento ne l’inverno semo drento“.

Vuol dire che il giorno della Candelora segna la fine dell’inverno e il passaggio verso la primavera. Il proverbio è un po’ contradditorio ma sta ad indicare che se il giorno della Candelora si avrà bel tempo, si dovranno aspettare ancora diverse settimane perché l’inverno finisca e arrivi la primavera, invece, se alla Candelora fa brutto, la primavera sta già arrivando.

In Veneto c’è l’usanza di andare in chiesa a prendere la candela benedetta che si accenderà durante l’anno per chiedere protezione alle campagne nei momenti di calamità e tempeste.

La storia dice che, in questo giorno,  si ricorda la presentazione di Gesù al Tempio e la Festa della purificazione della Vergine Maria perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di quaranta giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi. Il 2 febbraio cade proprio dopo 40 giorni dal 25 dicembre, data del parto di Gesù.

Lo stesso giorno negli Stati Uniti si festeggia la “Festa della Marmotta” (Groundhog Day). La tradizione vuole che in questo giorno si guardi il rifugio di una marmotta, se esce e non riesce a  vedere la sua ombra perché il tempo è nuvoloso, l’inverno finirà presto; se invece vedrà  la sua ombra perché è una bella giornata, si spaventerà e tornerà di corsa nella sua tana, e l’inverno continuerà per altre sei settimane.

Alberta Bellussi

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L

È  tempo di Carnevale, periodo dell’anno per il quale non ho mai provato un’esaltante entusiasmo ma, una cosa che mi divertiva da piccina e mi diverte ancora oggi, è tirare i coriandoli e vederli cadere colorando il grigio asfalto di tutti i colori dell’arcobaleno.

Ma lo sai chi ha inventato i coriandoli?

L’ingegner Ettore Fenderl, fu inventore e filantropo italiano. Visse fino all’età di 104 anni nacque a Trieste il 12 febbraio 1862 e morì a Vittorio Veneto il 23 novembre 1966. Possiamo dire che ha vissuto gli anni di un cambio radicale del mondo.  

L’ingegnere conseguì il diploma in ingegneria a Vienna e di ingegnere civile al Politecnico di Milano brevettò, inoltre, una centrale per la produzione dell’acetilene e contribuì a progettare una delle prime metropolitane del mondo, quella di Vienna, ebbe anche molti incarichi, fu imprenditore e fu grande uomo di scienza.

È strano che a distanza di cinquant’anni dalla sua morte, questo interessante personaggio che portava i baffi sia   ricordato nel mondo solo per un’invenzione fatta da ragazzo e non per le sue invenzioni scientifiche, ad esempio introdusse in Italia gli studi sulla radioattività.

La storia racconta che all’età di quattordici anni (1876), era il giorno di Carnevale, e lui era affacciato alla finestra della sua casa di Trieste che guardava la gente che si divertiva in strada, lanciandosi palline di cotone e confetti, come era abitudine. Gli sarebbe piaciuto un sacco andare in mezzo alla folla a correre e divertirsi, ma non aveva i soldi per comprare palline e confetti. Allora Ettore ebbe un’idea creativa, prese della carta colorata e la sminuzzò in tantissimi piccoli pezzettini colorati; riempì uno scatolone e si diede a lanciare manciate di arcobaleno tra i capelli delle maschere in festa. Fu subito imitato da tantissimi presenti e l’invenzione si propagò velocissima a Vienna, Venezia e in tutto il mondo. Così furono inventati i coriandoli e commercializzati.

Nel 1936 si ritirò a vita privata acquistando una proprietà a Vittorio Veneto. Nel 1950 costituì la Fondazione Flavio ed Ettore Fenderl con scopi benefici. Come volle lui stesso, alla sua morte i suoi terreni furono adibiti ad uso sociale tramite la realizzazione del Parco Fender.

Alberta Bellussi