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“Stai parlando a vanvera” vuol dire parlare a vuoto, senza un senso, solo per aprir bocca.

È un detto usato in tutta Italia ma la sua origine è legata a Venezia e ad un oggetto in particolare usato dalle dame del ‘600 nella città lagunare, la cosiddetta “vanvera”.

Ma la vanvera che cosa è?  È un oggetto che era molto in voga che nella Venezia seicentesca e veniva usato dalle dame che non andavano mai in giro senza le loro ampie gonne sorrette da rigide strutture a gabbia. La vanvera era una parte integrante dei sontuosi abiti delle veneziane che veniva usata in qualsiasi occasione di festa.  Si trattava appunto di una sorta di tubicino, indossato dalle donne sotto le loro gonne sul sedere, con un palloncino contenitore alla sua estremità che serviva per contenere le possibili flatulenze delle signore che, così, non sarebbero finite nell’aria provocando spiacevoli figure per le eleganti dame. Questo attrezzo, che non mancava mai nell’outfit delle signore veneziane in occasioni come balli, feste di palazzo o cene di gala serviva sostanzialmente come contenitore di flatulenze ed era molto più comune di quello che si possa pensare.  Esisteva anche un’altra versione della vanvera; ce n’era una che veniva utilizzata sotto le coperte e che portava l’aria delle proprie flatulenze fuori dalla finestra con un tubicino in modo che la stanza restasse profumata durante la notte.  Il collegamento tra l’oggetto vanvera e il modo di dire del parlare all’aria, cioè senza senso diventa è quindi  chiaro e se inizialmente veniva usato per scherzare su questo doppio senso, con il tempo e con la scomparsa dell’oggetto della vanvera, ora è rimasto il modo di dire che usiamo sempre.

Alberta Bellussi

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In Italia ci sono alcune città molto famose per il caffè, come Napoli o Trieste, ma fu Venezia la prima città italiana a scoprirlo e nella quale arrivarono i primi chicchi.

Nel 1570 fu, infatti, Prospero Alpini, medico del console Giorgio Emo, che lo scoprì in Egitto quando il politico era impegnato lì per conto della Repubblica di Venezia. Il dottore fu il primo italiano a raffigurare la pianta su una tavola botanica e studiare i benefici dei suoi chicchi, che dopo essere stati tostati regalavano una bevanda nera e “di sapore simile alla cicoria”; il suo testo si chiamava “De Plantis Aegypty”, famoso trattato sulle piante di origine nordafricana in cui il caffè è oggetto di studio per la prima volta.

Più di un secolo dopo, nel 1683, le cose cambiarono e in Piazza San Marco aprì la prima “Bottega del caffè“ dove si vendeva la bevanda nera dal forte potere stimolante.

Nel 1720, sotto le Procuratie Nuove, viene aperto il Caffè Florian, con il nome di “Alla Veneziana trionfante” che presto cambiò il nome in Florian.  La data fissata per l’apertura fu il 26 dicembre ma intoppi burocratici la fecero spostare al 29 dicembre. Così ben presto i veneziani lo elessero a punto d’incontro, «’Ndemo da Florian!» dicevano in dialetto e così la bottega di Floriano Francescani prese il nome con cui è ancora oggi conosciuta in tutto il mondo. Sarà il primo “cafè” d’Europa; fu un successo enorme tanto che attorno alla metà del ‘700 si contano in città già oltre 220 botteghe del caffè. Da Venezia si diffondono rapidamente in tutta Italia e in Europa facendo dilagare la moda dei cafè come centro della vita mondana e intellettuale, ritrovo dove deliziarsi anche con il tabacco e la cioccolata che nel frattempo erano approdati in Occidente.  Il locale divenne subito di gran moda, grazie alla posizione, ma anche alla raffinatezza degli arredi, alla bellezza delle sue sale piene di stucchi e affreschi: qui s’incontrava la bella gente dell’epoca, ed anche i dongiovanni visto che fu uno dei primi bar aperti anche alle donne,  come Carlo Goldoni o Giacomo Casanova e, in tempi più recenti, Antonio Canova, Lord Byron, Gabriele d’Annunzio, Ernest Hemingway, solo per citarne alcuni, ma anche personaggi cinematografici come James Bond e Gwyneth Paltrow. È sopravvissuto alla caduta della ”Serenissima” e a due guerre mondiali, conservando intatto il suo fascino nei secoli. Protagonista dei maggiori capitoli della storia veneziana, fu qui, a fine ‘800, che l’allora sindaco di Venezia, Riccardo Selvatico, ebbe l’idea di organizzare un’esposizione internazionale d’arte, divenuta poi famosa con il nome di Biennale di Venezia. Nel 2020 ha compiuto 300 anni ed è stato emesso un francobollo.

Alberta Bellussi

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Una delle pietanze caratteristiche della cucina veneziana sono sicuramente le moéche; sono chiamate per la loro bontà e rarità “pepite di Venezia”, e ora se vai nel banco del pesce le trovi a 90/100 euro al chilo e sono ancor più una cosa preziosa.

Moéca è il nome che i veneziani hanno dato al granchio autoctono quando esso arriva al culmine della fase di muta. In due periodi dell’anno, primavera e autunno, il granchio si libera del carapace, la corazza che lo protegge, per costruire una corazza più grande. In quel lasso di tempo, i granchi possono essere gustati interamente, senza difficoltà, perchè sono teneri. Da questo deriverebbe anche il modo di dire “te si na moéca” che significa sei uno smidollato.

L’ambiente ideale per la crescita delle moeche è la laguna veneta che con i suoi fondi sabbiosi e le sue acque salate e salmastre, ben si presta alla proliferazione di questo morbido crostaceo, le zone comprese tra Burano, Giudecca e Chioggia sono poi specializzate nel loro allevamento.

Il termine moéca ha, però, un altro significato: esso si associa anche all’effigie del leone di San Marco alato che sorge dalle acque (el leon en moéca).

Nelle poche ore in cui il granchio muta il carapace, diventa una preziosa leccornia, una specialità della sola cucina veneziana e la sua storia è ancora per molti assai misteriosa, nonostante le moéche abbiano conosciuto un boom nei consumi a partire dall’ultimo dopoguerra. In verità questa tradizione inizia solo dopo la metà del secolo scorso perché prima, e per ben due secoli, la “produzione” di questo stranissimo granchio era un segreto professionale dei moécanti di Chioggia, scoperto grazie alla furbizia e alla costanza dei pescatori di Burano. Attualmente la produzione delle moéche avviene nella Laguna nord di Venezia dove negli ultimi decenni, per i mutamenti degli antichi bacini da pesca, sono cambiate anche le tecniche usate dai pescatori. I pescatori di moéche, chiamati “moécanti”, pescano armati di una particolare rete collocata nei fondali bassi della laguna, la “trezza”. Si lavora sempre con le serraglie, dette in passato seràie da seca, che non sono più fisse. Una volta catturate, le moéche vengono trasferite in sacchi di juta che hanno lo scopo di mantenere la giusta umidità durante il trasporto agli impianti di lavorazione. Nei casòni o casòti si compie la delicatissima fase di cernita che avviene in funzione dello stato biologico dei granchi e che si avvale della grandissima abilità dei moécanti. Questi li selezionano e immettono quelli prossimi alla muta, detti spiàntani (i moécanti conoscono ormai ogni segreto dei granchi), in grandi cassoni di legno, semisommersi, chiamati vièri, dove in breve tempo diventeranno moéche. Quanto detto vale per i maschi, perché per le femmine il ciclo evolutivo è diverso. Esse, infatti, mutano solo alla fine della primavera. La muta per le femmine coincide con l’accoppiamento dell’estate e in autunno, quando sono piene di uova, non muteranno più e, se catturate, saranno mangiate con il coràl (a vòva, le uova). E queste sono le masenéte. Questi esperti pescatori (se ne contano solo una cinquantina ogni tremila pescatori), sono talmente abili nel loro lavoro da riuscire a distinguere praticamente ad occhio una moéca da una mazaneta. Per quanto possa apparire semplice, le fasi di cernita si rivelano molto complesse ed è forse l’aspetto in cui si percepisce meglio la specificità di questo modo di pescare i granchi tipico della Laguna. Per tale motivo per le moéche è stato istituito un Presidio Slow Food, sostenuto dalla regione Veneto.

Alberta Bellussi

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Anche se sembra una parola curiosa quasi una parolaccia in realtà è un piatto di origine chioggiotta molto antico.  Prende il nome dalla pentola di terracotta sulla quale veniva cucinato che si chiama casso, da cassariola e veniva lasciata pipar su un angolo della cucina economica, oppure veniva preparato in barca dai pescatori: quando tiravano su le reti, tenevano da parte i granchi e altri crostacei o molluschi di scarsa qualità per prepararsi, in barca, una sorta di zuppetta calda.

Il cassopipa, per risultare buono, deve essere fatto minimo per sei o otto persone perché per prepararlo servono tutte le varietà possibili di molluschi: peoci, bevarasse, garuzoli, caparozoli, detti vongole veraci, e le bibarasse, capelonghe, telline e quant’altro si riesce a trovare al mercato, aggiungendo anche due o tre folpetti o due calamaretti nostrani.

Preparazione

Per prepararlo bisogna far saltare su una pentola con olio d’oliva e uno spicchio d’aglio le cappe separatamente (lavate e spurgate in acqua salata, se necessario) un tipo alla volta, oppure potete farlo più rustico lasciando le cappe;  mettere da parte il sugo di cottura formatosi, filtrandolo bene per togliere eventuali residui di sabbia, Preparare in una pentola, meglio se di terracotta per rispettare la tradizione, un abbondante soffritto con cipolla, sedano, carota e aggiungere tutti i tipi di cappe, i calamaretti e/o i folpetti, tagliati a pezzetti se troppo grandi, amalgamando il tutto.

Aggiungere quindi due bicchieri di vino bianco rimescolando energicamente, iniziare a questo punto ad aggiungere l’acqua di cottura delle cappe (recuperatene il più possibile) e spezie in quantità a piacere: cannella, noce moscata, alloro, abbondante pepe, timo e altri aromi che vi piacciono.

Abbassare al minimo la fiamma, o se avete una cucina a legna ancora meglio,  e lasciare cuocere, “pipare” appunto, con molta calma; aggiungendo mano a mano l’acqua delle cappe rimasta. Alla fine il sugo deve risultare denso.

Si può mangiare come zuppa o come condimento dei bigoi.

Alberta Bellussi

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E’ una frase questa che abbiamo usato e sentito centinaia di volte aver ascoltato

Te fasso veder mi che ora che xe” è un detto che i veneti conoscono bene e capiscono subito che quando lo sentono pronunciare sanno che c’è qualcosa che non va anzi forse meglio girare alla larga.

Questa frase, infatti, che letteralmente significa “Adesso ti faccio vedere io che ora è” è una vera e propria minaccia, usata anche bonariamente o ironicamente per rimproverare o spaventare qualcuno che si è comportato male e dovrà pagarne le conseguenze.

Ma da dove deriva questo modo di dire veneziano?

Un motivo c’è ed è legato alla storia di Venezia. Questo detto comunissimo, infatti, trae origine da un’abitudine tutta veneziana ai tempi della Serenissima rimasta nel linguaggio comune in questo detto: “”Te fasso veder mi che ora che xe”.

Nella metà del XVIII secolo in piazza San Marco nello spazio tra le colonne di San Marco e San Todaro, venivano effettuate le esecuzioni capitali.

Quest’area di San Marco è ancora oggetto di superstizione da parte dei veneziani che non vi passano mai in mezzo perché era destinata alle uccisioni ed è proprio da questo luogo che deriva il detto “Te fasso veder mi che ora che xe”.

I condannati a morte erano costretti a dare le spalle al bacino San Marco e l’ultima cosa che guardavano, appena prima di venire ammazzati, era dritto alla torre dell’orologio che avevano davanti che segnava l’ora della propria morte. Proprio da qui deriva questa minaccia di origine molto antica: “Ti faccio vedere che ore sono”, nel senso di “Ti condanno a morte” ora fa ancora parte dei modi di dire veneti in un’accezione più leggera.

Alberta Bellussi

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I Bussolai sono i biscotti tipi dell’Isola di Burano. Il loro nome deriva dalla tipica forma a ciambella con al centro un buco che in dialetto veneziano si dice “buso”. La tradizione vuole il bussolà come dolce pasquale, accuratamente preparato nelle case e portato a cucinare dai fornai. Riposto poi nelle credenze. In passato, proprio per il loro aroma vanigliato venivano utilizzati anche per profumare i cassetti della biancheria. Secondo antiche leggende, questi biscotti venivano preparati in casa dalle mogli dei pescatori e dei marinai. Quando i mariti partivano per mare, ne portavano con sé in grandi quantità, perché erano molto nutrienti e si conservavano bene, indurendosi appena con il trascorrere del tempo. Questa usanza si diffuse talmente tanto che qualcuno iniziò a produrli per venderli. Fu così che da biscotti dei marinai, i Bussolai vennero presto consumati da tutti gli abitanti di Venezia specialmente in prossimità della Pasqua. Riscossero talmente tanto successo che conquistarono il palato proprio di tutti, anche quello delle Suore del Convento di San Maffio. Si racconta, infatti, che nel XVI secolo le ecclesiastiche ricevettero l’ordine di diminuire le spese per l’acquisto dei Bussolai dato che ne consumavano troppi. Difficile resistere alla tentazione, dato che il convento sorgeva nell’Isola di Mazzorbo, a pochi metri da Burano, il maggior centro di produzione di questi biscotti. Allo stesso impasto si può dare la forma di una esse; la famosa Esse buranea.  Questo dolcetto era comodo da “mogiar” (ammollare, nel senso di pucciare) nel vin santo o nello zibibbo.

Le versioni del bussolà sono tante gli ingredienti sono sempre gli stessi variano invece le quantità di burro o quelle dello zucchero oppure la quantità delle uova. Quelli che si vedono in commercio sono di un bel colore giallo e per questo si possono utilizzare uova a pasta gialla.

INGREDIENTI

  • 300 g di burro
    • 600 g di zucchero
    • 1 kg di farina
    • 12 tuorli d’uovo
    • 10 g di sale
    • 6-7 g di lievito
    • 1 bicchierino di mistrà
    • 1 bustina di vanillina.

PREPARAZIONE

Porre la farina sulla tavola: versare al centro lo zucchero, il burro fuso, il sale e il lievito sciolto in un po’ di acqua tiepida. Tagliare la pasta a pezzetti per formare dei piccoli cerchi vuoti al centro. Sistemare i Bussolai su una teglia coperta da carta forno e infornare a 180° per 15 minuti. Abbassare poi la temperatura del forno a 150° e cuocere per altri 10 minuti. Sfornare anche se sono un po’ soffici dato che s’induriscono raffreddandosi.

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La frase “tagliare la testa al toro” significa risolvere definitivamente una questione che si protrae da tempo anche a scapito o a danno dì qualcosa o di qualcuno.

Ma da dove nasce questa espressione? Lo sai che è un detto veneziano.

Tutto iniziò nel 1162, quando il patriarca di Aquileia, Ulrico di Treven mosse alla conquista di Grado, città della Serenissima.  Il Doge di Venezia, Vitale II Michiel, reagì fortemente sconfiggendo l’esercito di Aquileia e facendo vari prigionieri tra i quali 12 prelati, 12 alleati e lo stesso Ulrico. Venezia accettò, poi, di liberare Ulrico solo dopo il pagamento di un ingente riscatto: 12 pani per i prelati, 12 maiali per gli alleati e un toro per il Patriarca. I pani vennero distribuiti alla popolazione, la carne dei maiali venne distribuita tra i Senatori e il toro, che simboleggiava il Patriarca, fu ucciso nella pubblica Piazza, tagliandogli la testa. Così, la decapitazione del toro pose fine alla diatriba tra i contendenti e assunse il significato odierno di risolvere definitivamente una controversia che si protrae da tempo. Per ridicolizzare gli aquilani, si stabilì inoltre che ogni anno un toro, 12 maiali e 12 pani dovessero essere mandati a Palazzo Ducale dove si celebrava una festa in cui gli animali, simbolo dei vinti, venivano giustiziati. Il popolo in massa seguiva con applausi e grida di eccitazione il macabro rituale. La tradizione perdurò per secoli fino a quando nel 1523 il doge Andrea Gritti abolì l’uccisione dei maiali, mantenendo solo la tradizione del “Taglio della testa del toro” e portando a tre il numero dei tori da sacrificare. La cosa si è poi trasformata in una vera e propria cerimonia che veniva fatta a Carnevale, il giovedì grasso: non si usavano più maiali e pani ma c’erano 3 tori, portati dalle due corporazioni dei Fabbri e dei Macellai, che il giovedì grasso venivano decapitati, questo segnava la chiusura di ogni lotta e dello spettacolo. Da qui la decapitazione del toro diventa quindi il simbolo della fine della diatriba tra i contendenti e da qui deriva il significato di risolvere definitivamente una controversia che si protrae da tempo, dare una fine a una cosa, una discussione, un problema.

Alberta Bellussi

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Non vi fu mai uomo, né cristiano né saracino né tartaro o pagano, che mai cercasse tanto nel mondo quanto feci io. Sono Marco Polo, veneziano, e questi sono i colori, i suoni, le luci e le fragranze del mio viaggio, destinato a continuare. Sono Marco Polo, il viaggiatore, e non ho raccontato neppure la metà di ciò che ho visto”. Il Milione

700 anni fa moriva Marco Polo considerato uno dei più grandi viaggiatori di ogni tempo, un simbolo senza tempo della inestinguibile sete di conoscenza e della necessità di scoperta mai paga degli uomini.

Il grande mercante e viaggiatore Marco Polo si spegneva nel 1324, settecento anni fa, all’età di settant’anni. Era nato a Venezia, anzi sembra in Dalmazia che al tempo era veneziana, nel 1254 da una famiglia di mercanti in affari con Costantinopoli e il Mar Nero. Sarà proprio insieme al padre Niccolò e allo zio Matteo, che Marco Polo, all’età di circa diciassette anni, partì dal sestiere veneziano di Cannaregio alla volta dell’Oriente, lungo quella che poi verrà appellata la Via della seta. Marco Polo viaggiò intraprendendo una strada lunga circa quindicimila chilometri fra andata e ritorno, nelle misteriose terre di Levante con gli occhi colmi di stupore e con la volontà di conoscere le antiche culture orientali. Il viaggio durò ventiquattro anni. In questo quarto di secolo circa, Marco Polo attraversò luoghi mitici come la Cappadocia, il Deserto dei Gobi, il Kashmir, il massiccio del Pamir, e fece tappa nelle città di Trebisonda, Baghdad, Tabriz, Samarcanda, Lanzhou, Karakorum, Pechino, Xanadu, Pagan e Costantinopoli. Frequentò anche la corte di Kublai Khan, nipote del celeberrimo Gengis Khan e Gran Khan del vastissimo Impero mongolo, svolgendo per il sovrano compiti diplomatici. Ritornato in Occidente, nel 1298 l’esploratore finì in prigione, catturato dai genovesi in Asia Minore. In carcere incontrò Rustichello da Pisa che appassionato delle vicende di Polo in Oriente decise di scriverne le memorie – adoperando la lingua d’oïl – dando vita a Il Milione, fra i più conosciuti resoconti di viaggio della storia della letteratura.

Le manifestazioni per celebrare il mercante viaggiatore saranno molte quest’anno a Venezia.

A lui sarà dedicata l’edizione 2024 del Carnevale di Venezia dal titolo “Ad Oriente, il mirabolante viaggio di Marco Polo”.

L’epopea di Marco Polo sarà al centro, anche di una mostra allestita a Palazzo Ducale di Venezia dal 6 aprile. La mostra incentrata sulla vita e le mirabolanti avventure di Marco Polo si chiamerà “I mondi di Marco Polo. Il viaggio di un mercante veneziano del Duecento” e comprenderà molti oggetti già presenti nella collezione della Fondazione Musei Civici di Venezia e tanti tesori provenienti da varie parti del mondo: manufatti, reperti e opere artistiche.

A Marco Polo saranno dedicate anche la mostra L’Asse del tempo. Tessuti per l’abbigliamento in seta di Suzhou al Museo di Palazzo Mocenigo di Venezia.

Alberta Bellussi

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Lo “Schieson  Trevisan” è, sicuramente,  un tassello importante della nostra tradizione perché era presente in tutte le case della campagna trevigiana e rappresentava lo strumento per conoscere il momento giusto per approntare le semine, per fare il buon vino, gli innesti delle piante, e le raccolte, insomma tutte quelle attività utili per programmare l’annata agricola, non per ultimo, la cura della propria persona con decotti ed erbe particolare, anche queste da raccogliere e lavorare in un particolare momento della fase lunare; ma anche fiere, mercati, appuntamenti vari della Marca Trevigiana.

Lo Schieson scandiva, con le lune, i proverbi, i consigli, gli appuntamenti, la vita della società contadina già dal ‘700. Un lunario che ha 307 anni,  è nato nel 1716 ed è l’almanacco più antico d’Italia e d’Europa.

E’ sempre stato consultato per i suoi  “pronosteghi” che raramente ha sbagliato anche alcuni che al leggerli potevano sembrare delle farneticazioni; infatti ha annunciato, nel 1797,  la fine della Serenissima e nel 1989 la caduta del muro di Berlino.

Il nome di questo calendario deriva da quello dialettale di un albero, “s-cieson”, detto anche “pisolera, s-cesson, bessoler”,  in italiano bagarolo o schiacciasassi ed è stato l’ispiratore della prima copia, “Schieson de Casacorba” , dove nasce il Sile, scritto già dal 1716-17 da un prete, si ispirava a questa grande pianta ombrosa che si alzava davanti la chiesa del paese e sotto alla quale la gente si fermava a chiacchierare e discutere.

Il calendario funzionava come una specie di amplificatore delle chiacchiere e delle critiche della gente comune e, siccome i rami flessibili del bagolaro servivano a far fruste, si proponeva anche di bacchettare o fustigare i vizi più comuni.

Dal 1744 il calendario cambiò nome in “Schieson Trevisan” e fu edito da Giovanni Pozzobon, poeta trevigiano che, da garzone di stamperia si dedicò, in età adulta, alla poesia scrivendo versi nel nativo dialetto e componendo almanacchi, che pubblicò per 42 anni dal 1744 al 1786. Tra questi il “Pronostego“, pronostico o poesia sull’anno, ricca di ironia e battute di spirito.

Come scrisse Bartolomeo Gamba, il “popolare libretto” era pieno di “buoni morali insegnamenti, giammai contraddetti da verun espressione sfuggitagli in offesa della Religione o della decenza“. Fortunatissimo divenne il lunario del Pozzobon, tanto che venne tradotto anche in spagnolo, francese e tedesco e stampato in circa 40.000 copie; e quando l’edizione fu meglio ordinata e garantita da un privilegio concesso dal Veneto magistrato dei Riformatori, lo spaccio arrivò fino alle 80.000 copie. Pozzobon modificò la pubblicazione; il suo non fu solo un semplice calendario-lunario in folio da appendere limitato alle notizie metereologiche, lo rese più piacevole con le previsioni sull’anno che divenne, anche, la parte più ghiotta per l’ironia e le battute di spirito.

Nelle campagne di Godega di S. Urbano veniva venduto o regalato ad ambulanti che vendevano filati, aghi, casa per casa con il nome di lunario di “Bepo Gobo da Casier” perché questo è il nome del mago raffigurato poco sotto il nome dell’almanacco nonché autore nominale del Pronostego.

Succedeva che nel giorno della fiera agricola che ricorreva ogni anno la prima domenica di marzo e durava tre giorni, veniva spesso regalato a chi comprava piante o sementi. Il lunario comperato veniva esposto in cucina e quello regalato veniva appeso sulla porta della stalla insieme all’icona di S. Antonio Abate (festività del 17 gennaio), noto con il nome di “Santantoni del porzel“.

Era infatti quello il giorno in cui si macellava un maiale nutrito dalla generosità di tutto il paese, perché veniva comperato dal parroco il giorno di S. Pietro e Paolo (29 giugno) e poi lasciato libero di vagare di casa in casa. Dopo essere stato nutrito dalle famiglie e dalle borgate veniva macellato il 17 gennaio, e la “porzelaria” veniva distribuita ai poveri del paese.

La Fiera di Godega di S.Urbano e tutt’ora la prima fiera importante del bestiame, di piante e sementi dopo l’inverno. C’era allora un proverbio che così recitava: “Chi vol a morosa d’istà ghe compra i fighi al primo marcà ”.. questo perché le bancarelle dei dolciumi vendevano delle corone di fichi secchi, tenuti insieme da uno spago e chiamate in dialetto “morona de fighi” che lo spasimante regalava alla sua bella come segno di preferenza.

Vari editori si succedettero nella stampa del  “Schieson Trevisan”, ed il passare degli anni non solo non l’ha scalfito, ma lo ha reso un simbolo importante della cultura, del mondo agricolo e dell’identità locale. Ora questa importante eredità è nelle mani dell’Associazione Trevisani nel mondo anche perché era il calendario dei nostri avi; quindi rappresenta, ancora oggi, un modo per non dimenticare le origini e sentirsi a casa, anche oltreoceano, conservando gelosamente la propria cultura fatta di storia, usanze, tradizioni locali. Lo Schieson Trevisan rappresenta anche un modo per non dimenticare le nostre origini e  quelle dei nostri emigrati che per sentirsi a casa anche Oltreoceano, conservano gelosamente la propria cultura fatta di storia, usanze, tradizioni locali; è infatti ricercatissimo tra gli immigrati veneti che vivono per il mondo, oltre che nella Marca Trevigiana, che  è persino andato sullo spazio, caricato nello Space Shuttle, assieme ai semi del radicchio, durante la missione STS-95 del 1998, nell’ambito del progetto Sem della Nasa, mirato alla sperimentazione degli effetti della microgravità sui semi e sulle piante.

Lo Schieson Trevisan rappresenta un ponte importante tra passato, presente e futuro, in un foglio dal sapore antico da appendere in un luogo facile da consultare, contiene un concentrato di Veneto:  tradizioni, consigli, previsioni, proverbi simpatici tutto in dialetto e spesso con una rima ironica e simpatica, continuare a tener viva questa tradizione di  “Bepo Gobo” e il suo lunario, giorno dopo giorno; sarebbe bello farlo conoscere e veicolare il suo valore iconico e simbolico  anche i giovani di oggi perché siano anch’essi dei custodi gelosi delle radici del nostro albero e che a loro volta lo continuino a tramandare di generazione in generazione come accade dal 1717.

Alberta Bellussi

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Si parla di Halloween ma in Veneto da secoli esiste l’antica tradizione della ‘suca baruca’ o ‘Lumera, nei giorni dei morti e dei santi,  1-2 novembre, venivano posizionate nei pressi di siepi e cimiteri per attirare le anime dei defunti. Nei secoli scorsi, infatti, nel mondo contadino si usava intagliare le zucche arancioni, per poi inserirci all’interno delle candele; venivano quindi esposte sui davanzali o lungo i fossi e prendevano il nome di “SUCHE BARUCHE” o “LUMERE”. Si credeva che così si illuminasse la strada per le anime dei defunti e confondessero gli spiriti più dispettosi e negativi.

La sera, i ragazzi si divertivano ad andare in giro con queste zucche per spaventare i passanti soprattutto nei pressi dei cimiteri; poi andavano di casa in casa a chiedere frutta secca, nocciole e castagne. La varietà era la zucca Marina di Chioggia, una varietà di zucca tipica del Veneto caratterizzata dalla spessa buccia verde-grigia, rugosa e bitorzoluta… una zucca dall’aria un po’ scontrosa, con quelle sue coste bitorzolute che ricordano molto il viso di vecchie streghe. Non per nulla una delle ipotesi relative al suo nome deriva proprio dall’assonanza fra verruca e barucca. Verruca deriva dal latino veruca, che significa, giust’appunto, escrescenza. Ma ci potrebbe essere anche un’altra strada, che porta alla tradizione ebraica, a quel baruch che significa santo, quasi a santificare la capacità della zucca di sfamare i contadini nel difficile periodo invernale.

L’importante era non vedere una suca baruca quando dentro vi si trovava uno spirito perché si rischiava di perdere il senno.

La sera, i ragazzi si divertivano ad andare in giro con le suche baruche per spaventare i passanti e far loro dei dispetti, appostandosi soprattutto nei pressi dei cimiteri. Poi andavano di casa in casa a chiedere frutta secca, nocciole e castagne e se non ricevevano niente facevano un piccolo scherzo. In alcune zone si indossavano costumi per confondersi con i morti.

In ogni famiglia, inoltre, si preparava “el piato dei morti” con castagne, dolci (i osi dei morti), marroni, fave, patate “mericane” e altre pietanze, che si lasciavano sopra al tavolo della cucina come dono per le anime dei parenti in visita; sopra il comodino si metteva invece un bicchiere d’acqua, di latte o vino. Volendo, cibi e bevande potevano essere lasciati sul davanzale per ristorare le anime.

Un altro aspetto della tradizione prevedeva poi la preparazione di ricette tradizionali e piccoli rituali.

Alberta Bellussi