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Te à na testa da bater pài“, io  sta frase l’ho sempre detta e sentita ad indicare una persona con la testa dura che non capisce, o come si diceva un tempo duro de comprendonio.

Ma sta frase da dove ha origine e perché proprio batter pai?

Forse pochi lo sanno ma se Venezia esiste lo deve ai “Battipai” e alla loro fatica.

I “Battipài” sono coloro che hanno piantato tutti i pali sui quali poggia Venezia, un tempo, non solo anche  per l’ormeggio e per la navigazione lagunare.

Il palo è l’elemento più importante e essenziale di tutta l’urbanistica lagunare e dell’edilizia veneziana, pur essendo un elemento quasi invisibile agli occhi e discreto sorregge Venezia. Si dice infatti che la città sorga su una foresta rovesciata di alberi delle Dolomiti.

Il terreno sul quale sorge  è del tutto particolare; sotto la terra emersa troviamo un primo strato di fango di riporto alluvionale ed un sottostante strato compatto di argilla e sabbia chiamato “CARANTO”. Per poter edificare è stato quindi necessario dapprima solidificare la zona piantando dei pali di legno appuntiti generalmente di larice o rovere fino al raggiungimento del “CARANTO”, su questi poi veniva formato uno zatterone di tavole di larice da dove si elevavano le fondazioni in blocchi di pietra d’Istria. La palificazione doveva essere tanto più fitta ed espansa in relazione alla costruzione soprastante. Per avere un’idea, pensiamo al Ponte di Rialto che poggia le sue estremità su 12.000 pali di olmo, mentre la stessa palificazione della Chiesa della Salute durò due anni circa.

Il palo non è solo importante per l’urbanistica ma anche per l’arredo urbano; le “BRICOLE” per la segnaletica dei canali navigabili; le “PALINE” per l’attracco delle barche; i “VIERI” per la pesca e l’allevamento dei mitili, nonchè supporti per i pontili. Oggi i pali “BRICOLE” per delimitare i canali in laguna, seppur ancora in legno, vengono piantati con mezzi meccanici, mentre per l’edilizia si fa uso di pali in cemento armato.

I “battipai” rendevano possibile tutto ciò e ritmavano la loro fatica con un canto cadenzato tipo una marcia che aveva lo scopo di coordinare i movimenti delle persone che impugnavano il maglio, lo strumento per battere il palo, una sorta di testa appunto. E proprio con la testa, come riportato nella foto, veniva battuto il palo a forti colpi fino a conficcarlo nel fango della laguna e siccome non era un operazione facile, la testa doveva essere dura per poter conficare bene il palo fino in fondo. 

Ho trovato la testimonianza del loro canto:

O issa eh

e issalo in alto oh

e in alto bene eh

poiché conviene oh

per ‘sto lavoro eh

che noi l’abbiamo oh

ma incominciamo eh

me se Dio vuole oh

lo feniremo eh

ma col santo aiuto oh

viva San Marco eh

repubblicano oh

quello che tiene eh

l’arma alla mano oh

ma per distruggere eh

el turco cane oh

fede di Cristo eh

la sé cristiana oh

quela dei turchi eh

la sé pagana oh

e spiegaremo eh

bandiera rossa oh

bandiera rossa eh

è segno di sangue oh

e spiegaremo eh

bandiera bianca oh

bandiera bianca eh

è segno di pase oh

e spiegaremo eh

bandiera nera oh

bandiera nera eh

è segno di morte oh.

Alberta Bellussi

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Ho letto l’altro giorno il post di un Veneziano Doc, che ama la storia di Venezia e la conosce nelle sue sfumature più autentiche e ho chiesto se potevo condividere la sua spiegazione del termine “troia”  che, in parte per me sono nuove ma  che mi ha permesso di inoltrarmi in alcuna considerazione sulla donna veneziana dei secoli scorsi; ciò apre, infatti, una finestra sul ruolo importante e molto “moderno” che ha sempre avuto la donna veneziana nella società fin dai tempi antichi. La società Veneziana era matriarcale e la donna aveva molte responsabilità ma anche molte libertà.

Il fatto di dedicare un quartiere di Venezia proprio al sesso a pagamento con tanto di tasse dimostra come, ai tempi, la  Repubblica Serenissima considerasse tutti gli aspetti della vita con molta onestà intellettuale e senza moralismi di genere. Tutta la zona Carampane  costituiva un vero e proprio quartiere a luci rosse , in cui abbondavano le case di tolleranza e una di queste si trovava proprio sopra al ponte delle Tette. Le prostitute, affacciandosi alle finestre in direzione del ponte sottostante, erano solite adescare i passanti mostrando loro i seni  scoperti. Da qui ha origine questa singolare toponomastica Ponte delle Tette.

Secondo lo storico Tassini, tale costumanza potrebbe essere stata imposta alle meretrici  da una legge della Serenissima per limitare il diffondersi dell’omosessualità, ovvero con lo scopo di “distogliere con siffatto incentivo gli uomini dal peccare contro natura questo diceva la legge Serenissima.

“L’espressione “Troia” viene ora usata  per indicare , in modo estremamente chiaro e lampante, la natura, il comportamento, l’indole di una donna dai facili costumi, così come la morale della società etichetta ora. A Venezia non era così!
Troia, nel dialetto veneziano, quello tanto per capirci di Castello, Cannaregio, Santa Marta, zone considerate “popolari”, non era nè lo è mai stata sinonimo di prostituta, meretrice, mestieri molto in uso allora come ora e per i quali, in questa città, scevra da incrostazioni religiose e cattoliche, si aveva il massimo rispetto e considerazione.
No, assolutamente, troia, anzi “trogia”, aveva ed ha tuttora un significato molto più profondo, più offensivo e completamente negativo.
Significa, in poche parole, miserabile.
Non nel modo di vestire, non economicamente, ma nell’animo, nel pensiero, nei giudizi verso il prossimo: cattiva, perfida.
Offesa pesante, pesantissima poichè espressa da donne verso altre “donne”.
In città come Venezia, Trieste e molte altre, dove vigeva il matriarcato, apostrofare con il termine troia una donna significava condanna senza appello ed esclusione da un ruolo millenario che ha sempre visto la figura femminile alla pari se non al sopra di quella dell’uomo.
Nelle osterie veneziane da sempre la donna era ammessa senza alcuna remora, quando i mariti navigavano governava la casa, allevava i figli, seguiva gli affari ed aveva un comportamento libero e indipendente senza nessun giudizio morale che le etichettasse.
Poteva anche andare a servizio se c’era bisogno, avere amanti vari, partorire figli illegittimi, fare la prostituta o la cortigiana ma, per tali ragioni, non veniva considerata certamente una troia”cit Rino Matrone. Alla luce di queste considerazioni e di molte altre se pensiamo ai molti credo religiosi che hanno sempre convissuto a Venezia, ai Lazzaretti per le pandemie e a mille altre sfaccettature possiamo affermare che la Serenissima era davvero una Repubblica gestita con intelligenza, concretezza, modernità spoglia  di quelle ipocrisie e moralità che limitano le nostre realtà, in questa filosofia di affrontare tutti gli aspetti della vita sta forse uno dei segreti che la resa grande.

Alberta Bellussi

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Era il 28 dicembre del  1788 e la laguna veneta era ghiaggiata.

Un freddo siberiano ha fatto gelare completamente la laguna di Venezia. Il memorabile avvenimento è vivacemente rappresentato in un  dipinto (al Museo di Cà Rezzonico a Venezia) infiorettato di spassose scenette: popolani in carriola e in slitta; persone che scivolano, e in un’altro di un anonimo Pittore veneto che si trova in Fondazione Querini Stampaglia intitolato “La laguna ghiacciata alle Fondamente Nuove”

Il ghiaccio in laguna è ancora ricordato nei versi d’una canzonetta, più che famosa nell’Ottocento:

Ne contava i nostri veci

che ne l’ano otantaoto

se podeva insin de troto

sora el giazzo cavalcar.

Vegna pur quel che Dio manda

la pazienza porteremo,

basta almanco che cantemo

per podersela passar.

Che bell’afar

sora l’aqua caminar !

Marangoni G., op. cit. pag. 249

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Il Marzapane è un dolce estremamente semplice con origini antichissime.

Marci panis ovvero “il pane di Marco”: sembrerebbe essere questa l’etimologia della parola, anche se molti ritengono che derivi dall’arabo maw-thabán, che era un’unità di capacità in uso a CIPRO e in ARMENIA quale sottomultiplo del moggio. Questa unità di misura cedette il suo nome al contenitore tarato sulla misura stessa;  era una scatoletta  di legno leggero dotata di un coperchio che venne utilizzata per diversi usi, per chiudere la corrispondenza o i documenti importanti (da questo il modo di dire “aprire i marzapani”) ma anche per spedire speciali dolci prodotti a Cipro. Dato che questi dolci prendevano forma dalla scatola ed erano simili a pani, il nome dell’involucro passò al contenuto. A quei tempi l’influenza araba e mediorientale era molto sentita, gli arabi introdussero anche le spezie nella cultura gastronomica Siciliana.

Il marzapane è sempre sembrato essere indissolubilmente legato alla Sicilia – dove raggiunge la sua massima espressione con la frutta martorana – ma in realtà è diffuso in  tanti altri Paesi. Nonostante sia complesso rintracciarne le origini precise, è chiaro che le sue radici affondano nella cultura araba, che l’ha poi introdotto in Europa intorno all’anno Mille, durante la dominazione islamica della Sicilia. Prima ancora però, dolcetti simili erano prodotti dagli antichi Etruschi in occasione dei rituali funebri e venivano offerti alle divinità ma la vera ricetta della pasta di mandorle è  veneziana.

Risale alla Serenissima, infatti, la prima ricetta codificata che ne rivendica la paternità anche per via del nome appunto, “pane di Marco” e risale al 1300: in quel periodo la repubblica marinara era fra le poche a reperire gli ingredienti più rari e pregiati come lo zucchero e le mandorle, alla base  di questo dolce. I Veneziani iniziarono a commercializzare i panetti di marzapane, per le occasioni speciali, come la festa di San Marco o il carnevale, e un tempo contrassegnata con il simbolo del leone di San Marco. Il nome divenne in tedesco Marzipan, mentre in Sicilia si tornò al nome originario di pasta reale.

La ricetta base del marzapane prevede l’uso di farina di mandorle, zucchero e albumi d’uovo, ma come sempre ingredienti e quantità variano a seconda della zona e delle tradizioni locali.

INGREDIENTI (250 g di marzapane)

125 g di farina di mandorle

125 g di zucchero a velo

30 g albume d’uovo pastorizzato

5-6 gocce di aroma di mandorla

Il marzapane che ho preparato è costituito soltanto da farina di mandorle, zucchero a velo e albume.  Vi consiglio di utilizzare l’albume già pastorizzato che si trova in commercio al supermercato per evitare di mangiare l’albume crudo. Mettete in un recipiente la farina di mandorle e lo zucchero a velo. Aggiungete l’albume, un po’ alla volta, l’aroma di mandorla e amalgamate con un cucchiaio. Aggiungete l’albume piano piano fino ad ottenere una massa densa. La quantità di albume può cambiare in base alla oleosità della farina di mandorle.

Dopo pochi minuti impastate con le mani e il marzapane è pronto.

Alberta Bellussi

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Natale è tempo anche di dolci prelibatezze, alla tradizione appartiene  il mandorlato, semplicissimo negli ingredienti  dolce che nasce nel cuore del Veneto, a Cologna Veneta in provincia di Verona.

Cologna Veneta è un piccolo comune situato nella bassa pianura veronese, conosciuto in Italia e all’estero per il suo dolce tipico delle feste natalizie, il Mandorlato.

Un dolce molto apprezzato dalle nobili famiglie venete già dai tempi della Serenissima Repubblica e citato in vari testi del XVI secolo. Fatto con miele, zucchero, albume d’uovo e mandorle è uno dei dolci tipici del Natale fin dai tempi in cui Cologna faceva parte del “Dogado” della Serenissima.

Se ne hanno riferimenti a partire dal 1500 a Venezia e a Vicenza. Alvise Zorzi, scrittore e studioso veneziano del ‘900 nel suo libro “La vita quotidiana a Venezia nel secolo di Tiziano” scrive: “Nel Cinquecento c’erano altri doni consuetudinari: la focaccia del giorno di Pasqua, il Mandorlato e la mostarda di Natale, i marroni e la cotognata del giorno di S. Martino”.

Era un dolce che si faceva in casa ma la  prima fabbrica moderna di Mandorlato fu aperta a Cologna Veneta nel 1852 per iniziativa dello speziale Italo Marani ed ancora oggi è attiva. Ai nostri giorni sono molte le ditte che lo producono, sia industrialmente che artigianalmente.

 

INGREDIENTI (PER 4 PERSONE)

500 grammi mandorle pelate

350 grammi di Miele millefiori

mezzo cucchiaino di Cannella

2 albumi uovo – cialde bianche

 

PREPARAZIONE

Tostate le mandorle, mettendole in forno a 120 gradi per circa 10 minuti. Riscaldate il miele a bagnomaria, con fuoco moderato, per circa mezz’ora mescolando di continuo sino a quando non risulterà completamente liquido. Montate gli albumi d’uovo a neve ferma e aggiungetene delicatamente metà al miele. Proseguite la cottura a bagnomaria per un’altra mezz’ora, mescolando spesso per evitare che si attacchi alle pareti del tegame. Togliete dal fuoco, unite gli albumi rimasti e mescolate delicatamente sino ad ottenere un composto omogeneo. Aggiungete le mandorle tostate e mezzo cucchiano di cannella. Amalgamate il tutto, mescolando con cura, e poi versate il composto in uno stampo basso e largo, foderato con le cialde bianche (o carta da forno) cercando di ottenere uno spessore di circa 2-3 centimetri. Lasciate raffreddare e rassodare; servite il vostro Mandorlato tagliandolo a pezzettoni.

Alberta Bellussi

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Nel paesaggio autunnale sono i colori delle foglie a rubare il nostro sguardo e a rendere i giardini e i viali una tavolozza di colori dal verde, al giallo, al rosso, al marrone. Foglie, foglie di tutti i colori sugli alberi e sul suolo ma c’è un frutto arancione che colora l’autunno e l’inverno delle nostre campagne: il caco.

Il cachi è uno dei frutti autunnali per eccellenza, dotato di numerose proprietà nutritive, si dice che se vuoi vivere più a lungo, ne dovresti mangiane parecchi!

Per i cinesi considerato l’albero delle sette virtù: è infatti longevo, ottimo per far nidificare gli uccelli, fa molta ombra, la legna è molto buona da ardere e ancora il fogliame produce concime di ottima qualità, raramente viene attaccato dai parassiti e poi è esteticamente bellissimo grazie ai suoi frutti colorati.

La conosci la leggenda contadina per la quale dentro i semi di caco è possibile trovare una delle tre posate che suggerisce come sarà il tempo durante l’inverno?

Si prende il seme contenuto nel caco lo si taglia longitudinalmente e si osserva la posata impressa dentro che ci darà il suggerimento di come saranno le previsioni meteo sull’inverno.

In particolare se la forma assunta dal germoglio somiglia a

la forchetta indica un inverno mite;

il coltello indica un freddo pungente;

il cucchiaio un inverno con abbondante neve.

A me è uscito un cucchiaio e a voi?

Alberta Bellussi

 

 

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 Il Cavallo di San Martino si mangia l’11 novembre. Nella giornata di commemorazione del Santo si ricorda un momento importante  della vita contadina del passato, in questa data infatti, venivano rinnovati i contratti agricoli annuali e per l’occasione si festeggiava con i frutti della stagione autunnale, tra i quali il vino novello.

L’ antico proverbio, “A San Martino ogni mosto è vino”, ricorda che in questo periodo si aprono le botti per assaggiare il vino che spesso accompagna la degustazione di questi dolci.

Questo dolce-biscotto è per tradizione preparato a Venezia  ma ormai la consuetudine si è estesa in tutto il Veneto dove questi simpatici cavalli vengono esposti in bella mostra nelle vetrine di numerose pasticcerie. E’ un dolce molto apprezzato dai bambini,
Ha la forma caratteristica di San Martino a cavallo con decori di ogni tipo: dalla glassa di zucchero alla copertura ricoperto di cioccolato e guarnito con cioccolatini e caramelle.

Ricetta

100gr di Miele di Acacia

300gr di Zucchero Semolato

600gr di Burro

200gr di Uova

5gr di Sale

10gr di Lievito Chimico

1kg di Farina

Per preparare i biscotti ponete tutti gli ingredienti su una spianatoia ed impastate bene per amalgamare e ottenere un impasto liscio ed omogeneo. Lasciatelo riposare, avvolto nella pellicola trasparente, per almeno un’ ora in frigorifero. Stendete l’impasto in una sfoglia dello spessore di mezzo centimetro circa con lo stampino e disponete le forme su di una teglia foderata con carta forno. Se non avete la formina adatta non abbiate paura, create la forma del cavallo a mano oppure scaricatela da una qualsiasi immagine dal web e riproducetela su di in un cartoncino. Infornate le sagome in forno statico preriscaldato a 180° fino a quando non si sarà imbiondita la frolla e dunque abbastanza croccante da reggere la glassatura. Vi sembrerà strano leggere tra gli ingredienti il Miele ma sarà un grande alleato per gargantirvi la consistenza giusta. Ora non vi resta che glassare sciogliendo il cioccolato a bagnomaria o al microonde e dare sfogo alla vostra creatività con le decorazioni dolci!!

Alberta Bellussi

 

 

 

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Devo ammettere che amo molto la pianta del giuggiolo e ancor di più i suoi frutti e non vedo l’ora che arrivi l’autunno per potermi deliziare degli stessi.

Legata a questo frutto esiste una famosa espressione: “andar in brodo de giugioe” detto antico diffusamente utilizzato per indicare uno stato d’animo di grande soddisfazione e godimento, quasi uscire di sé dalla contentezza; stato che tutti noi speriamo di provare almeno qualche volta nella vita.

 Da dove deriva questa espressione?

Con le giuggiole dalla notte dei tempi si fa un delizioso infuso che sembra inebri i sensi per la sua dolcezza e il suo gusto.

Questo liquore era conosciuto e apprezzato già presso le civiltà del bacino del Mediterraneo, sin dagli antichi Egizi e dai Fenici, i quali crearono i primi preparati di cui siamo a conoscenza.

Tra le fonti storiche più remote che citano i frutti del giuggiolo troviamo le “Storie” di Erodoto, il quale paragonò il gusto dolce della giuggiola a quella del dattero, raccontando che da essa si poteva ottenere una bevanda inebriante utilizzando la sua polpa fermentata. Alcuni studiosi ipotizzano inoltre che nel Libro IX dell’Odissea il “frutto del loto” citato da Omero che portò all’oblio gli uomini di Ulisse sbarcati sull’isola dei Lotofagi, possa in realtà corrispondere ad una specie di giuggiolo selvatico, e dunque l’incantesimo narrato sarebbe stato provocato dalla bevanda alcolica preparata con i frutti inebrianti di questa pianta e non da sostanze narcotiche.

Presso gli antichi romani l’albero del giuggiolo divenne il simbolo del silenzio e fu usato per adornare i templi dedicati alla dea Prudenza; l’uso in ambito religioso non escluse però un utilizzo anche profano da parte delle popolazioni latine, le quali per secoli coltivarono i giuggioli per utilizzare i loro succulenti frutti nella preparazione di infusi liquorosi. Nelle zone di campagna era ritenuta una pianta portafortuna, pertanto presso molte case coloniche si trovava facilmente coltivato un giuggiolo vicino al lato esposto a sud.

Durante il Medioevo le conoscenze e le antiche tradizioni culinarie riuscirono a sopravvivere grazie alla trasmissione dei saperi artigianali di generazione in generazione nel mondo contadino e all’opera di conservazione delle ricette e dei rimedi erboristici nei monasteri.

Nel periodo Rinascimentale la fama delle giuggiole riprese vigore e questo frutto acquisì nuova fama per le sue particolari caratteristiche e la sua utilità.

Fu la potente famiglia dei Gonzaga ad esaltarne l’uso in cucina, la quale possedeva una ricca residenza estiva in prossimità del lago di Garda, denominata “il Serraglio”: qui veniva prodotto e offerto agli ospiti illustri un delizioso liquore a base di giuggiole: il cosiddetto “brodo di giuggiole”- considerato un perfetto accompagnamento di torte e biscotti secchi che potevano essere inzuppati nella bevanda, oppure venire utilizzato come digestivo da sorseggiare a fine pasto.

 

La fama e l’apprezzamento di questa bevanda si diffuse e perdurò nel tempo, tanto che il ‘brodo di giuggiole’ diede origine ad un’espressione metaforica giunta fino a noi. L’uso di questa espressione originaria compare nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612), dove viene menzionata due volte: alla voce ‘succiare’, con un esempio tratto dal “Morgante” di Luigi Pulci, e alla voce castagna, dove per ‘succiola’ si intende la castagna cotta nell’acqua con la sua scorza.

L’epoca dei Gonzaga è ormai lontana, ma la coltivazione dei giuggioli nell’area del Garda e del Basso Veneto esiste ancora.

Dalle sponde del lago, alle colline veronesi e vicentine, fino ai Colli Euganei, le piante di giuggiolo crescono rigogliose grazie al clima mite e ai terreni favorevoli. Nel corso dei secoli la produzione artigianale del “Brodo di Giuggiole” si è tramandata ed è arrivata fino a noi, diventando un prodotto ambito e diffuso localmente, trovando nel piccolo borgo padovano di Arquà Petrarca la culla della sua valorizzazione e della rinascita della sua tradizione.

Si tratta sicuramente di un liquore che ha ancora una distribuzione di nicchia, ma negli ultimi anni ha cominciato a farsi conoscere ed apprezzare anche oltre i confini regionali e nazionali.

LA PREPARAZIONE DEL BRODO DI GIUGGIOLE

Il Brodo di Giuggiole è un infuso idroalcolico naturale a base di frutta autunnale: oltre alle giuggiole mature, si utilizzano le mele cotogne, i melograni e l’uva, mettendo il tutto in infusione con l’aggiunta di zucchero e scorze di limone

La ricetta moderna si basa sull’infusione idroalcolica di giuggiole a piena maturazione, a cui vengono aggiunte mele cotogne, scorze di limone, uva, melograni e altra frutta, intera o in succo, con l’aggiunta di zucchero. La preparazione classica prevede una macerazione piuttosto lunga: i frutti si devono lasciare in infusione per un paio di mesi, dopodichè il liquido ottenuto viene filtrato ed infine imbottigliato. Il prodotto ottenuto è una bevanda liquorosa dalla gradazione alcolica media (24%vol), dal colore rosso ambrato e dal profumo tipico di giuggiole. Il sapore è dolce e fruttato, con un gusto ricco ed avvolgente, particolarmente gradito anche dal pubblico femminile.

Il brodo di giuggiole si conserva abbastanza a lungo come tutti i liquori fruttati, ed è ideale come digestivo servito a temperatura ambiente alla fine dei pasti, ma può essere degustato anche ghiacciato o come ingrediente principale di drink e aperitivi sfiziosi.

Nella stagione invernale è possibile scaldare il brodo di giuggiole, preparando una bevanda calda tipo punch.

Alberta Bellussi

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In veneto l’espressione “casca el palco” ha un significato ben preciso e quando casca il palco si svelano tutte le verità.

Infatti “qua casca el palco” si riferisce più a una montatura, una messa in scena, che, prima o poi, si rivela come tale. Per esempio, uno si spaccia per quello che non è  e un bel giorno lo si vede per quello che è. È un periodo storico dove l’apparenza conta molto e ci sono molti palchi che prima o poi cadranno.

Co casca un palco un se rivela par quel che le.

Lo sai da dove deriva questo modo di dire?

A me si è illuminata la lampadina ieri sera durante  una bellissima serata nei boschi del  Cansiglio, con la guida alpina, per conoscere e ascoltare il bramito, il canto dei cervi innamorati.

Eh sì! Il palco è proprio quello dei cervi.

Il maschio di cervo porta sul capo delle corna che ogni anno si arricchiscono di una nuova ramificazione. Questa meraviglia della natura che i cacciatori usavano come trofeo, viene detta “palco”.

E ogni anno, ad inizio inverno, al cervo “casca il palco” che ricrescerà poi a primavera. Sì, ogni anno, alla fine della stagione degli amoric casde. Il palco del maschio, che può essere più o meno grande a seconda dell’età e dell’alimentazione dell’animale, si riforma tutti gli anni nello stesso modo, con la stessa disposizione di rami e biforcazioni, alle quali si aggiunge un nuovo spuntone lungo qualche centimetro. Se si ha l’occasione di vedere un animale adulto tra febbraio e marzo, si possono notare sulla fronte due abbozzi. Sono le cicatrici dei palchi caduti e il punto di formazione di quelle nuove. Il processo di crescita non è indolore. Il velluto, così si chiama il nuovo tessuto osseo, è fortemente innervato, ricco di sangue e sensibilissimo. In questo periodo i maschi sono molto nervosi e si alimentano con grandi quantità di cibo. I trofei dei maschi adulti possono raggiungere il peso di 15-18 chili.

 Il “palco” del cervo è una messa in scena che serve per acquisire ed imporre autorità sugli altri maschi  e di conseguenza sulle femmine.

Alberta Bellussi

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Non so se capita anche a voi ma quando scendo con il traghetto al Lido di Venezia in quel meraviglioso viale pieno di rigogliosi alberi costeggiato di Ville fiorite e sfarzose, vedo la raffinata spiaggia con le capanne, i lussuosi alberghi, mi sembra di essere catapultata nell’elegante atmosfera di inizio del secolo scorso con le signore in abiti sciccosi e ombrellino di pizzo.

Eppure sembra strano ma questa lingua di terra che s’allunga tra l’Adriatico e la laguna, fino a metà Ottocento, era un insieme di dune rosse, qualche campo coltivato e casette di pescatori. Sfoggiava una natura così selvaggia e profumata che i primi viaggiatori del Gran Tour l’annotarono sui loro taccuini, affascinati da una flora sgargiante su una terra sabbiosa e salmastra.

Tra l’ottocento e il novecento, in piena Belle époque, sorsero i primi stabilimenti balneari, alberghi e sale da gioco che attrassero il meglio della borghesia europea, da cui deriva quell’aria di sontuosa eleganza che rese famoso il Lido sin d’allora.

Infatti tra fine ottocento e inizio novecento il Lido di Venezia fu la meta della nobiltà mitteleuropea, manifestatasi con la straordinaria espressione artistica del Liberty delle loro residenze, ville raffinate e fiorite e dei grandi alberghi di lusso. Ora il Lido di Venezia è famoso perché accoglie le celebrità che giungono per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Le atmosfere descritte da Thomas Mann con La Morte e Venezia, ispirate ai lussuosi hotel affacciati sul Lungomare del Lido fra pini marittimi e ville in stile liberty, si vivevano nell’Hotel Des Bains, nelle sue sale dagli stucchi dorati e dalle famose terrazze affacciate sul mare. L’hotel è stato meta preferita dai letterati, musicisti e poeti nonché nobili della decadente nobiltà austro ungarica e russa; è attualmente in fase di restauro.

Tanto il Des Bains rappresentava con la sua struttura austera e imponente un mondo classico da residenza reale, quanto il Grand Hotel Excelsior celebra il trionfo dell’architettura moresca; la residenza fiabesca di mosaici dorati, dove si mescolano sfingi e cupole, merlature e torrette è immersa in un’oasi di verde fra palme e siepi di ibisco. Centro della cultura internazionale e della mondanità del cinema, ha accolto personalità e reali di tutto il mondo nei suoi splendidi saloni, talvolta usati come set cinematografici. Nel 1932 l’Excelsior fu scelto come sede della prima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica dando il via ad una tradizione che si protrae sino ad oggi. Anche se attualmente la passerella delle celebrities si svolge nel vicino Palazzo del Cinema, il cuore della mostra rimane la terrazza panoramica dell’Excelsior dove sono ospitati i più famosi VIP e dove quella meravigliosa atmosfera decadente di un passato raffinato e lussuoso si respira ovunque.

Un vero capolavoro di eleganza e sinuosa leggerezza e sensualità è la facciata di un altro storico hotel del Lido: Ausonia Hungaria. Una visione di grande impatto emotivo, un capolavoro del liberty, un intreccio prezioso di elementi decorativi fra ghirlande floreali e eteree figure femminili; insomma: il trionfo della bellezza. L’hotel aprì nel 1907 col nome “Hungaria” in onore degli ospiti ungheresi assidui frequentatori. “Ausonia”,  antico nome dell’Italia, fu aggiunto negli anni ’20 come tributo all’identità nazionale. L’hotel da subito si distinse per il suo fulgore fra gli edifici liberty del Lido; il rivestimento della facciata principale in piastrelle di maiolica, opera del ceramista bassanese Luigi Fabris, è un complesso equilibrio simbolico composto da motivi vegetali verdi e ocra, frutti e ghirlande di fiori, puti e allegorie femminili di Venezia e  Ungheria.

Il Lido merita davvero di essere visitato.

Alberta Bellussi