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Io appartengo alla specie di chi ama andare a funghi; e solo chi appartiene a questa categoria  forse potrà capire alcuni passaggi di questa mia piccola disquisizione.
Il “fungaiolo seriale” non vede l ‘ora che arrivi l’autunno perché porta con sè il miglior periodo per la raccolta dei funghi chiodini soprattutto. La magia delle giornate persa dentro le siepi, nei boschi tra foglie scricchiolanti, profumo di muschio e di umidità leggera, il terreno che nasconde veri e propri tesori.
Il fungaiolo seriale possiede un patrimonio accumulato in anni di esperienza che è costituito dai posti dove andare a funghi in pianura, in collina e in montagna. Sono geo-informazioni che non condivide quasi con nessuno o solo con una persona fidata con la stessa “patologia autunnale”.
Il periodo in cui può sfogare questa passione si limita a un mese più o meno dipende dal tempo, dall’umidità.
In questi giorni ti prende la fissa già dalla mattina quando ti alzi che appena hai un minuto, tiri fuori le scarpe da funghi dal baule dell’auto, il cestino e vai a buttare un occhio nella siepe per vedere se quei piccoli puntini sono cresciuti; in due/tre giorni diventano bellissimi chiodini e devi tenerli d’occhio che non passi qualcun altro a fregarteli.
In montagna e in collina è diverso ce ne sono, quasi sempre, molti ma in pianura ognuno ha i suoi posti anche se qualcuno a volte butta l’occhio nella siepe patrimonio altrui e se li trova cresciuti, con mossa furtiva e veloce li frega.
Amo andare a campi, siepi, boschi…. Amo il profumo dei boschi…i colori dell’autunno e buttare l’occhio su alberi e ceppaie e vedere che mi regalano dei bellissimi “brochet” di chiodini.
Tra i funghi più belli in assoluto, per me, ci sono i chiodini di cassia (acacia) e di noseler (nocciolo)… sono profumati, turgidi, eleganti e generosi.
Quando butti lo sguardo e tra le foglie o i fili d’erba intravedi le cappelline dei chiodini ti prende una sorta di emozione mista a gratificazione e compiacenza verso le tue capacità di ricercatore. Allunghi la mano con delicatezza, scosti le foglie e i fili d’erba. Li raccogli con delicatezza.
È una passione che ho fin da piccola, mi alzavo alle 5 per andare a controllare le soche prima di andare a scuola e anticipare gli anziani del luogo…che prima provavano nervoso per questa mia passione e poi anno dopo anno sono stata sdoganata da loro e sono ormai una di loro; anzi sono una delle poche donne ad aver raccolto la loro eredità e il loro sapere sui funghi locali.
Il vero fungaiolo seriale ama trovarli e poi, il più delle volte, li regala e accontenta tutti quelli della sua cerchia a cui basta mangiarli.
Ma come si raccolgono i funghi?
Raccogliere funghi è una vera e propria esperienze che sollecita tutti i sensi e che richiede molta più attenzione di quello che sembri in realtà; forse non lo avreste mai pensato, ma raccogliere funghi non solo richiede abilità e conoscenze specifiche, ma è anche rischioso se fatto in montagna o in collina: perchè spesso si procede fuori sentiero, su terreni ripidi e scivolosi, con il rischio di cadere e farsi male, e perché se non si conosce perfettamente quello che si è raccolto, si potrebbero ingerire sostanze tossiche e velenose. I funghi fanno parte di una categoria a sé stante, quindi non sono ortaggi né frutti. Sono funghi.
Dal punto di vista nutrizionale, i funghi sono da considerare alla stregua di “verdure e ortaggi”. Poco calorici, composti per circa il 90% di acqua, sono rimineralizzanti, e una buona fonte di fibre proteine vegetali, glucidi, lipidi, vitamine. Le proteine dei funghi hanno un alto valore biologico, pari all’80,4%: pensate che i fagioli secchi e la carne di vitello ne hanno in percentuale inferiore: rispettivamente 50 e 74,3%.

Tra i funghi commestibili si sono il il chiodino, la trombetta dei morti, il prataiolo, la colombina verde, fungo di San Giorgio, Sanguinello, piopparello, mazza da tamburo, spugnola, morchella conica, rotonda esculenta), gamba secca, gallinaccio, fungo dell’inchiostro, ovulo buono, porcino.

Come pulire e preparare i funghi chiodini
Per pulire i funghi chiodini eliminare la parte finale dei gambi, quindi sciacquateli sotto l’acqua corrente per eliminare la terra, foglie o rametti.
Per eliminare le tossine contenute nei funghi chiodini, procedere alla bollitura e alla schiumatura quindi: in una pentola dai bordi alti, portarli a bollore nell’acqua che rilasciano a cui aggiungerete un pugno di sale grosso.
Quando l’acqua bolle procedere con la schiumatura per almeno 15 minuti: eliminare appunto la schiuma che si forma man mano sulla superficie dell’acqua in ebollizione, utilizzando un mestolo forato.
Dopo 15-20 minuti scolare i chiodini, asciugarli con un canovaccio pulito e ora potete utilizzarli per la preparazione della vostra ricetta oppure potete congelarli raccogliendoli in sacchetti appositi o metterli sott’olio o sotto aceto.
Come prepararli
Prendete un tegame e mettete al suo interno dell’olio extravergine di oliva in cui farete rosolare lo spicchio di aglio interno con i funghi. Salate e pepate i chiodini facendoli cuocere a fiamma moderata e a pentola semicoperta, mescolando di tanto in tanto con l’aiuto di un cucchiaio di legno; quando i funghi saranno divenuti belli teneri unitevi del prezzemolo fresco tritato se vi va. I funghi sono ottimi serviti con la polenta o usati per risotti e tagliatelle.
Alberta Bellussi

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In questi giorni di inizio autunno dove, alla sera, l’aria più fresca ti fa venire quella voglia di calore, di tepore  con un balzo indietro  nel tempo torno, emozionata, nella cucina dove la regina incontrastata era la mia cara nonna Maria e la stùa.  La stua detta anche cusina economica era sempre accesa da settembre a maggio perché era il fulcro della casa e il suo calore era una carezza calda che ti accoglieva sempre.

E la nonna che con la cesta della legna in parte diceva:-“ Berta butta su un zochet che no more el fogo”. E tutto il giorno, a intervalli più o meno brevi, per ravvivare il fuoco la nonna buttava su un zochet.  E alla mattina presto accendeva il fuoco, parche el ciape, co i stec secchi.  

La cucina economica delle case dei nostri nonni era una stufa in ghisa smaltata e rispondeva a più funzioni: cucinare, riscaldare o scaldare l’acqua.  La nostra aveva quattro porticine una per la legna, una per la cenere, un forno piu grande e uno più piccolo. Quante volte mi sono scaldata le mani sopra la piastra in ghisa al ritorno da scuola in bici in inverno o i piedi dentro al forno; dentro il fondo ci mettevo spesso anche i guanti e i calzini a scaldare prima di uscire in bici quando d’inverno faceva freddo. Era un calore antico che ti scaldava anche il cuore.

La piastra in ghisa aveva degli anelli che si alzavano, mi sembra sei in tutto, dal più grande al più piccolo che si chiudeva con un cerchio con un buchetto in mezzo che si alzava con un pichet de ferro. Si poteva alzare per dare una sistemata alla legna e ravvivare il fuoco

Sopra la piastra in ghisa non mancavano mai pentole e pentolini, e ognuno aveva quelli secondo le proprie abitudini: “un teciet col pomo cot el va sempre ben” e poi le fette di polenta del pranzo che diventavano croccanti se le lasciavi sopra la piastra tutto il giorno e il pane del giorno prima lo trovavi dentro il forno che era diventato pan biscotà; in inverno una pentola col brodo, che poi lasciato sopra un giorno intero, diventava più intenso del dado insomma se avevi fame a qualsiasi ora del giorno nella cucina economica trovavi qualcosa da mangiare. E da novembre in un angolo della piastra c’erano sempre le castagne calde pronte da sbucciare.

A mezzogiorno la stùa era a pieno fuoco con le pentole che bollivano con spezzatino, stufato, selvaggina per il pranzo e appena aprivi la porta di casa sapevi cosa avresti mangiato perché sulla piastra della cucina c’era un mescolio di profumi che si diffondeva ovunque.

Sul  filo di ferro sopra la piastra erano appese cazze e cazut di ogni tipo che servivano per prendere,  mescolare e poi una serie di presine, detti ciapin, fatte all’uncinetto con gli avanzi della lana dei lavori a ferri che erano un arcobaleno di colori. A volte le presine cadevano sulla piastra ed la lana si  bruciacchiava.

La nostra stufa aveva anche la vaschetta dell’acqua sempre piena e sempre calda. Alla sera prendevi la cazza e riempivi con quell’acqua la butiglia dell’acqua calda, che la nonna chiamava boza, da mettere sotto le coperte per scaldarsi i piedi nella speranza che la butiglia non perdesse, sennò ti trovavi i piedi bagnati.

Faceva freddo ma io sentivo il caldo abbraccio delle cose semplici che la nonna mi insegnava a vivere.

La cucina economica è stata il cuore pulsante di ogni casa rurale  veneta da sempre perché cucinava, riscaldava, asciugava… una macchina multiuso a tutti gli effetti. La vita della famiglia veneta si svolgeva attorno a questo oggetto che ha una carica fortemente iconica perché riporta alla memoria momenti familiari e conviviali, sensazioni, calore e profumi: il sapore di un caldo passato del quale provo una tenera nostalgia.

Alberta Bellussi

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Il tendone del circo di Moira Orfei era pieno di gente. Erano tutti con il fiato sospeso e gli occhi rivolti all’insù per il numero dei trapezisti. Al terzo tentativo del triplo salto mortale non si sentiva neanche lo spostarsi di una foglia. L’adrenalina era a mille. L’atleta si lanciò nel vuoto al battito ritmato delle mani e il salto fu spettacolare. Partì un applauso così fragoroso che il tendone a strisce faceva fatica a contenere. Maria aveva percepito il clima di festa; aveva deciso che anche lei voleva vedere lo spettacolo.

Iniziò a scalciare così velocemente che sembrava volesse andare in pista. Le acque si ruppero. La corsa all’ospedale di due giovani ragazzi inesperti e alle prime armi era velocissima. Maria aveva fretta di respirare l’aria della vita. Il ventre della sua splendida mamma ormai le stava stretto. Neanche il tempo di entrare in sala travaglio e si sentì, per tutto il reparto, un vagito energico e deciso. Era nata Maria e da subito ci teneva a far sentire la sua presenza al mondo.

Lei era bella. Occhi vispi e verdi che diventeranno il suo strumento per conoscere il mondo e per affascinare. Il viso solare e paffuto. Splendidi fili dorati accompagnano tutta la sua esistenza. Maria è bionda. Da quel giorno del mese delle rose e delle ciliegie lei apparterà alla categoria delle bionde.

Maria è una bambina veneta. Cresce nella campagna trevigiana che ama visceralmente. E’ a contatto con il paesaggio agricolo della sua infanzia che impara a conoscere le  emozioni che prova. Le scrive tutte  e le mette, poi, nei cassetti segreti della memoria per preservarne l’esistenza. Lei non vuole  perdere nulla di quello che prova e che sente.

Qui entra in contatto con quelle piccole cose che Maria osserva, vive e fa proprie.

Ha sei anni, indossa il suo colorato vestitino a fiori che la fa sembrare una tenera bambolina con gli occhi verdi e i capelli come la Barbie.

La sua immagine esile e chiara cela in realtà una bambina energica e curiosa di tutto.

Quel giorno, stavano tagliando il mais nel campo vicino, la mietitrebbia, con l’impeto di un mostro dalla bocca enorme, si mangia  file e file di piante secche. E’ travolgente non si ferma ma magicamente nel carro vicino vengono svuotati  gialli chicchi.

Lei ci andava con il papà a vedere la trebbiatura e si nascondeva dentro i rimorchi colmi di mais.

Maria è affascinata dalla campagna. Ama annusarne gli odori e i profumi di cui la natura è generosa generatrice. Si incanta a guardare i colori delle piante, delle foglie.

Piccina, piccina ascolta i discorsi dei contadini. Umidità. Grandezza del chicco. Precoce tardiva. Lei guarda curiosa, mette tutto dentro i suoi cassettini segreti. Maria non butta via nulla: esperienze, sensazioni e emozioni. Tiene tutto come un tesoro prezioso. Pensa al suo libro immaginario della fantasia che inizia a riempire giorno per giorno.

Lei se l’era sempre immaginata come un grande mostro la mietitrice; un mostro venuto a conquistare un campo che se lo divorava  in poco tempo.

Maria guardava il campo di mais che scompariva sotto i suoi occhioni verdi e si chiedeva: “Si mangerà tutto il mais?”. “speriamo di no!” si rispondeva dentro la sua testolina.

Lei e la nonna erano solite andare a raccogliere le pannocchie che rimanevano nel campo con la loro cesta. Questo mais serviva per dar da mangiare alle galline e ai tacchini della nonna. Maria era eccitata. Correva su e giù per il campo e portava alla nonna i pezzi di pannocchia rotti e anche i tutoli che servivano per accendere il caminetto.

Tornata a casa, Maria si sedeva sui sassi del cortile e tirava il mais agli animali. Le galline, un po’ più sciocche, si avvicinavano veloci; poi quando lei tirava il cibo correvano tutte dalla stessa parte contendendosi una dal becco dell’altra un chicco.

Dei tacchini lei aveva paura. Si divertiva, però, ad urlare loro dietro per sentirsi rispondere con goglotii un pò poco coordinati. Potevi andare avanti per ore che loro facevano sempre lo stesso meccanismo ripetitivo.

Maria riusciva a giocare anche con una foglia che, a volte, si immaginava fosse una tranquilla barchetta sul fiume. Lei aveva molta fantasia.

Maria aveva un amico segreto al quale ogni sera raccontava le sue emozioni. Si chiamava e si chiama tutt’ora Amore. Non se l’era immaginato bellissimo ma molto buono e dolce con lei.

Lei non era mai triste; era sempre solare e piena di allegria.

Maria amava molto osservare il lento mutare della campagna veneta mese dopo mese. Rimaneva incantata per ore a guardare i colori delle piante, macchie verdi, rosse e gialle.

Il campo, sfinito dal passato raccolto, lascia riposare il suo arido manto. Nascono vigorose, sopra di lui, erbe ed erbacce i cui semi sono custoditi nella terra. Sono i semi che la terra porta con sé, che tramanda aratura dopo aratura. Sono i testimoni della ruralità veneta. Quelle stesse erbacce della terra a riposo si presentavano agli occhi dei nostri bisnonni. La terra che, d’inverno riposa sonnolenta scaldata da quel naturale mantello, in realtà è un fertile ventre di donna che racchiude in sé la potenzialità di donare vita.

E finalmente giungeva il tempo di preparare i terreni per la semina. A spezzare il suo letargo e a risvegliare la sua generosa sensualità ci pensa l’aratro del contadino. Maria perdeva il suo sguardo dietro l’aratro. Saliva spesso nel pararuota del trattore con i contadini ad osservare la terra solcata e a sentirne l’odore. L’aratro affonda con gesto virile il terreno vergine. Inizia il suo gesto fecondo per rendere la terra fertile per la semina. Il gesto è quasi sacrale; deciso ma delicato. Il coltro taglia la terra verticalmente;  il vomere  la taglia orizzontalmente e il versoio  capovolge la zolla tagliata. In questa azione rituale e ripetitiva la terra cambia vestito, colore e profumo. Si presenta nel pieno della sua rotonda generosità pronta ad accogliere i semi che generano vita.

Maria osservava avida di emozioni quelle zolle che presentavano il loro abito migliore al contadino; marrone, nere, ocra. La terra si vestiva di vari colori e di mille profumi.

Poi corre frenetica verso casa, in sella alla sua piccola biciclettina rossa, a cui Maria aveva dato un nome naturalmente. Si chiamava Gipotino Brooklyn.

Sale in camera prende il suo quadernetto e scrive le sue emozioni, le sue sensazioni cosìcchè anche il suo amico Amore le potesse leggere e conoscere.

Maria cresce diventa una bella ragazzina dai capelli d’oro. Il suo sguardo chiaro è trasognato ma sempre attento alle cose del mondo.

Rimangono sempre impressi in lei, come un tatuaggio dell’anima, quegli elementi della campagna veneta che nessuno glieli toglie. Li ha protetti nei cassetti della memoria e nei suoi libri segreti.

I campi sono tappezzati di macchie gialle e rosse. Radicee e peverel. Diventeranno soffioni e papaveri. E via per quei prati munite di sacchetto e coltello a raccogliere i verdi rosoni per farne dell’indimenticabile verdura cotta.

E la nonna che le diceva :” Maria ciol su quee col boton che le e pi bone”.  E lei che minuziosamente guardava ogni pianta di tarassaco e cercava quella che aveva ancora il bocciolo da sbocciare come le aveva raccomandato la nonna.

Poi perdeva il suo sguardo nel rosso appassionato dei papaveri e nella delicatezza dei soffioni.

Amava scappare dentro i campi gialli di erba medica. Buttarsi distesa pancia in sù. E li nascosta dagli alti fiori rigenerava il suo essere; assorbiva l’energia di Gaia, la terra, e dei colori dei fiori.

Maria, in quella sorta di nascondiglio naturale, guardava il cielo e giocava con le sue amiche a trovare nelle nuvole delle forme di animali. Nel loro gioco fantastico il cielo era un grande giardino pieno di elefanti, cavalli e dove ogni tanto passava anche un gatto.

Proprio quel giorno che era lì con l’amica di sempre Gabriella, vede un campo di soffioni così pieno che attira immediatamente la loro curiosità.

Corrono. Si buttano nel prato. Un pò alla volta i soffioni si appiccicano ai loro capelli che diventano delle splendide parrucche da principesse. Corrono. Cantano spensierate la loro canzone preferita pomel pomel e la loro testa ormai è bianca e pelosetta.

La parrucca lascia il posto alle loro chiome dopo un energico lavaggio delle mamme che se la ridono alla follia delle figlie.

Ma su quei meravigliosi e fragili soffioni Maria aveva più volte sognato di appendersi pensandoli come   una sorta di paracadute per sorvolare le bellezze di questo Pianeta.

Un giorno è partita; ha sorvolato mari, laghi, montagne e pianure e poi si è svegliata nel suo lettino giallo come il sole.

Ogni nuova giornata presenta a Maria nuove avventure da vivere.

La mamma di Maria amava vestirla con i vestitini fru fru e con i codini chiusi da due palline colorate. Alla mattina i codini erano simmetrici e perfetti alla sera, di solito, erano uno più basso dell’altro perché Maria non stava mai ferma.

La Gipotino è pronta e i ciliegi si piegano dal peso dei frutti rossi e maturi.

Salire sugli alberi. Raggiungere i rami più alti era la sua passione.

Da lì si sentiva il capo di un veliero che solcava i mari. Quante avventure sul ciliegio dello zio. Quei piccoli frutti amaranto erano compagne di mille avventure; servivano da munizioni durante le traversate oceaniche.

Maria riusciva sempre, anche se spesso era la più piccina, a raggiungere la cima dell’albero maestro e prendeva in mano la guida della missione.

La sua fantasia era così smisurata e ricca che gli altri bambini, pur di stare nella magica nave di Maria, erano disposti a fare anche il marinaio o il mozzo.

Il tubo dello scotex, rubato alla mamma, permetteva di avvistare le navi di altri pirati che venivano abbattute a colpi di ciliegia.

Una volta nel grande cedro del Libano, davanti a casa, il nemico era venuto dall’alto. Maria, come i bravi capitani, aveva lasciato per l’ ultima la nave. Per raggiungere terra velocemente si lanciò con il suo paracadute di dotazione. L’ombrello si piegò e il volo fu veloce e impetuoso. Maria piena di botte e dolorante, si alzò in piedi e sorrise.

Pensò che l’ombrello non aveva svolto bene la funzione assegnatagli ma l’idea era buona.

Non si era certo abbattuta per questo piccolo inconveniente anzi qualcosa di nuovo le balenava già per la testa. Maria chiamava gli alberi per nome e se li vedeva tristi li abbracciava anche.

Trascorreva ore a guardare come una formica poteva portarsi una enorme briciola di pane dentro la tana.

Le lucciole la affascinavano assai. Sognava spesso che fossero delle piccole ballerine in miniatura con la gonna illuminata. Le vedeva tutte eleganti che piroettavano nel cuore della notte tracciando la strada agli insetti. E poi stanche e spossate spegnevano la loro lucina e andavano a letto.

I maggiolini erano dei buffi aerei con il motore molto rumoroso e scarcassato ma anche le cimici non erano da meno. Maria li osserva con tenerezza perché erano brutti e puzzolenti e nessuno li voleva.

Però una notte accade che uno di questi verdi animaletti entrasse nella sua camera.

ZZZZZZZ, STOC STOC STOC , GNEEO

E Maria si chiedeva: “Ma che cavolo sta volando sopra la mia testa dentro la mia camera?”. Per un attimo pensò di essere presa d’assalto da una contraerea di esseri verdi o marroni che però non avevano molta capacità di manovra. Erano goffi e instabili. Maria nervosa e mezza addormentata pensò a una strategia di difesa da questo attacco dall’alto. Dalla contraerea si era staccato un solitario piccolo aereo verde e si divertiva a fare meravigliosi looping per la stanza. L’esserino continuava il suo volo sbattendo ovunque ad un certo punto sparì. Maria tornò a dormire e invece no!  Lo sentì accarezzare la sua faccia. Maria lo prese e lo portò fuori.

Lei si divertiva con tutti gli insetti la facevano fantasticare mondi strani e teneri.

E poi arrivava l’autunno, lo splendido autunno.

La bambina dagli occhi del color delle  foglie era felice. Era nata con la passione dei funghi chiodini. Ce li aveva nel Dna. Il suo nasino, in questa stagione, era come quello di un cane da tartufo si muoveva velocemente. Sentiva l’odore delle spore da lontano. Si avvicinava guardinga e circospetta dove vedeva una foglia più alta o una crepa anomala sulla terra. Ed ecco lì, appariva magicamente un bouquet di splendidi chiodini marroni con la cappella gialla. Erano nati dalla ceppaia di una vecchia acacia. Sono i profumati fonghi de cassia. Un po’ più in là un altro funghetto sotto dei noccioli. Ce ne sono tantissimi marroni, turgidi e profumano di muschio.

L’adrenalina sale. Maria grida dentro di sé il suo entusiasmo. Tutto il suo essere partecipa alla gioia. Il cesto è pieno. Le foglie cadono. Gli alberi sono nudi e mostrano il loro vigoroso scheletro e i cachi arancioni colorano l’autunno.

I contadini potano le viti. I sarmenti accumulati rendono i vigneti impraticabili ma tra poco verranno spinti fuori per fare il falò.

Maria è Veneta. E in Veneto il panevin è parte della tradizione; è la divinazione di come sarà il nuovo anno.

Maria è felice gli uomini di Via Gajo le hanno assegnato il compito di costruire la vecia. Lei per anni e anni è stata l’ideatrice della befana per il falò del borgo e ogni anno la vecchietta era più bella e sexy. Qualche anno era così intrigante e affascinante che dispiaceva quasi metterla alla cima della catasta per vederla bruciare.

Maria mentre costruiva la befana inizia o sognare mondi lontani.

E poi guarda le faville. Se vanno a sera poenta a pien caliera (ovest) , se vanno a mattina (est)  ciol su el sac e va a farina.

Maria è curiosa del mondo e ama la natura.

Raccoglie gattini per le strade e cani. Un giorno vide accucciato triste dietro la strada un cocker cieco. E’ bastato che Maria le parlasse e si fidò subito di lei. Il vecchio Dudù visse molti anni nel suo recinto perché la cecità gli impediva di muoversi libero per il giardino senza pericoli. Dudù era un cane amato e felice. La mamma di Maria lo aveva adottato e lui sentiva da lontano quando stava arrivando e scodinzolava come un pazzo.

E poi le feste quelle meravigliose feste che profumano di puro e autentico al suono magico della fisarmonica. Il cacciatore del bosco vide una contadinella era graziosa e bella. Ma la mula de parenzo l’ha messo su bottega de tutto la vendeva fora che el baccalà. E perché non m’ami più. Amor dammi quel fazzolettino vado alla fonte lo voglio lavar. Bionda petenate. Oleop la curva.

Maria cresce e di emozione in emozione diventa donna.

La sua testa è piena di cassettini colmi di emozioni, esperienze, momenti che ha archiviato con dovizia di particolari: suoni, odori, colori, adrenalina, sogni, tristezze, musiche, sensazioni, amori, passioni.

Maria ama il mondo nella sua totalità e ha un’attenzione forte per  l’ambiente.

I cassettini della sua enciclopedia emotiva sono pieni di tutto ciò che ha vissuto. Tassello dopo tassello hanno fatto di lei la persona che è. Altri aspettano di essere riempiti di tante piccole meravigliose cose.

Maria ha vissuto mille avventure altre mille ne avrà da vivere.

La sua enciclopedia è immaginaria ma è una splendida   raccolta di manoscritti che segnano il passaggio di una persona su questa incantevole ma bistrattata terra.

Come d’incanto con questo racconto fanta-emotivo si è aperto il primo manoscritto della storia di Maria che il fato conservava sullo scaffale più prezioso della sua libreria e che Maria aveva sempre tenuto protetto da tutti. Ora come d’incanto un mago l’ha aperto e vuol far conoscere il meraviglioso mondo della bambina dagli occhi di foglia e dai capelli d’oro al mondo perché sono racconti di battaglie, di interiorità, di dolci ricordi, di tradizioni, di cultura, di passioni, di amori, di amicizie ma anche di gioia e spensieratezza. Di un mondo bello fatto di rispetto per i sentimenti e per i valori della vita. Un mondo che vale la pena di essere conosciuto

Chissà quanti se ne apriranno ancora di questi libri magici? chissà il fato cosa riserverà alla dolce Maria ….

Alberta Bellussi

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Bello il Sile e belli i segreti del suo paesaggio con il cimitero dei burci.

Questi resti di imbarcazioni appartengono a quei tasselli di una storia veneta che da sempre mi affascina e che mi sembra siano piccoli anelli della catena che forma il nostro DNA culturale.

Il cimitero dei burci nel Parco del Sile, rappresenta il sito archeologico più vasto che ospita questa tipologia di imbarcazioni.

Il burcio era una barca locale da lavoro, utilizzata in Veneto tra il Medioevo e gli anni ’70 del ‘900 ed è da tempo estinto.

E’ una grande barca il cui fondo, piatto, arrivava fino all’estremità superiore della prua. Di costruzione molto solida, adibita al trasporto e usata nella bassa valle Padana, principalmente sui canali veneti, sul Po sino a Pavia e sul Po di Volano sino a Ferrara. Veniva costruito a Chioggia, Padova, nel Delta, Adria e le sue dimensioni erano molto diverse, con portata variabile dalle 35 alle 180 tonnellate.  La parte esterna dello scafo, immersa nell’acqua, impregnata di pece, era di colore nero e i fianchi, di colori vivaci, a volte venivano decorati.

I tre uomini necessari per portare il burcio, erano il paròn, il marinéro e il morè.

Il paròn era il capitano, il marinéro (marinaio) eseguiva le manovre e il morè (mozzo) si occupava dei pasti e delle pulizie. Due strette aperture quadrangolari (fondèi) con una porticina in legno sul fasciame di coperta, una davanti e una dietro, permettevano di calarsi “sotto prora” (sòto pròa) o “sotto poppa” (sòto pupa), dove c’erano gli alloggi di barcari e capobarca.

Il burcio era tutto: era la casa e lo strumento di lavoro. Nonostante gli spazi fossero ristretti, non mancava niente.  Per il riposo vi erano delle cuccette, riparate alla meglio dall’umidità con della tela cerata. Tale accorgimento tuttavia serviva a poco e “Tante volte dormiimo bagnai…” e dormire con le coperte bagnate, soprattutto d’inverno, magari dopo una pioggia che arrivava a penetrare tra le fessure sul legname, non era una bella esperienza. Per scaldarsi però si faceva presto: la cucina economica in cui ardeva la legna garantiva tepore.

I burci sono ben noti negli studi e ricerche etnografiche ed antropologiche, ma di fatto queste imbarcazioni erano mai state studiate ed indagate su basi tecnico-archeologiche.

Essi sono stati parte della storia socio-economica del Sile e dei territori limitrofi sono un ulteriore tassello della cultura veneta dalla quale veniamo.

L’abbandono dei burci è avvenuto in un periodo storico-economico segnato dall’avvento del moderno trasporto su gomma, trasformando completamente il paesaggio fluviale e le attività ad esso legate. Documentare questi relitti è anche e soprattutto un modo di raccontare e far rivivere la memoria degli uomini e delle donne del territorio, che per generazioni hanno costruito, armato e navigato su queste imbarcazioni.

Oggetti che sono icone di un pezzo della nostra storia passata che ci appartiene e che la dobbiamo gelosamente tutelare ma che spesso lasciamo sfumare e perdiamo per pigrizia.

Vi invito a fare una bellissima passeggiata nel paesaggio del Sile.

Alberta Bellussi

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Una foto pubblicata su una pagina facebook jesolana mi ha incuriosito assai perché era una cosa che non avevo mai visto in vita mia.

La foto ritrae un vigile, sopra la piccola rotatoria rialzata al centro della strada, che dirige il traffico e sotto di lui doni di ogni tipo. Ho scoperto che era una pratica nota in quella Italia creativa e fiorente degli anni ’60 e ho pensato solo nel Belpaese possono accadere certe cose.

Chissà chi di voi se lo ricorda questo piccolo cammeo aperto sul passato?

In effetti, era un’usanza nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale e continuata, poi, per più di 20 anni; era il 1946, quando per aiutare le famiglie dei vigili urbani, che all’epoca non versavano in situazioni economiche particolarmente rosee, il 6 gennaio, il giorno dell”Epifania, era consuetudine degli automobilisti  fare loro dei regali per ringranziarli dell’opera svolta.

Bottiglie di liquore, pacchi di pasta, salumi, dolciumi e tanto altro ben di Dio che i veneti, ma non solo (questa pratica  era nata a Torino e poi diffusasi in tutta Italia),  depositavano attorno alle pedane di centro strada sulle quali i vigili urbani, fino agli anni sessanta, disciplinavano il traffico perché ancora non erano entrati in funzione i semafori.  L’andirivieni dei donatori era incessante per tutta la mattinata, quasi a suggellare un patto di amicizia con i cittadini. Erano molti anche gli automobilisti che, in brevissima sosta, scaricavano i doni davanti alla pedana, contraccambiati dal sorriso dei vigili: forse gli stessi che qualche giorno prima avevano loro elevato la contravvenzione. Ma se non ci fossero stati loro, che disordine sarebbe stato agli incroci nelle nostre città.

Alberta Bellussi

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Quante volte abbiamo usato l’espressione “rosso Tiziano” per indicare una determinata tonalità di colore; colore che prende il nome proprio dal pittore veneto di Pieve di Cadore Tiziano Vecellio, attivo nel XVI secolo nella Repubblica di Venezia, e conosciuto in tutto il mondo.

Tiziano era un artista innovativo e particolarmente poliedrico, nella sua arte si cimentò sia nel sacro che nel profano, ma è sicuramente noto per aver ripreso gli insegnamenti di Giorgione e per aver prestato una grande attenzione ai colori utilizzati nei propri dipinti. Lui utilizzava le tempere poco diluite e spesso  impastandole quasi direttamente nella tela.  La scuola veneziana, grazie a Tiziano, riuscì a proporre una reale alternativa al primato del disegno proposto da Michelangelo, avviando la cosiddetta scuola del colore tonale e ottenendo i consensi e numerose commissioni da parte dei nobili dell’epoca.

La sua attenzione per il colore era molto forte e il rosso delle sue tele così particolare e unico che lo caratterizzò tanto da prendere il suo nome.

È il colore con cui rivestiva i personaggi dei suoi ritratti, una tonalità di rosso calda, forte, accesa che assumeva significati diversi in base ai soggetti del quadro e a ciò che dovevano esprimere: la passione, la sensualità, il potere.

Il rosso Tiziano è un colore da sempre molto apprezzato ed utilizzato, nelle opere d’arte e anche come tinta per i capelli.

Già nel 1500 le dame amavano cambiare capigliatura e colore e,  da quel periodo ad oggi, il rosso Tiziano va sempre di moda, con le sue sfumature rossicce vicine anche al biondo, in quanto ricorda i capelli di Lesbia, l’amante di Catullo, emblema di raffinatezza ed eleganza.

Alberta Bellussi

 

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Chissà se anche voi siete curiosi come me e vi siete chiesti perché a Jesolo è ricorrente la figura del drago; esiste Piazza Drago, nello stemma del Comune c’è un drago…ma a voi non sembra una cosa un po’ strana sicuramente non casuale. Io ho voluto capire.

Non pare ci sia una documentazione scritta da dove derivi il drago rosso dello stemma cittadino ma ci sono delle spiegazioni orali.

La prima interpretazione lo vede legato alle origini de “la Valle Drago Jesolo”.

Infatti la laguna Nord di Venezia, che apparteneva al territorio dell’antica Jesolo, venne trasformata, poi, dalla Serenissima Repubblica di Venezia in valle da caccia e da pesca, grazie a delle chiuse  che regolavano il flusso marino proveniente dalla  mare aperto.  In questa valle i nobili e i ricchi veneziani venivano a cacciare ogni tipo di uccello presente in questo bellissimo territorio.

Nella lingua veneta il verbo cacciare è detto “trar”; anche adesso molti anziani dicono “vae a trae” con il significato di vado a caccia.  Sembra che proprio da questo verbo derivi  la “ Valle del Traco Jexolo”,  nome riportato su alcune carte topografiche del 1500,  diventato poi nella lingua orale  “Valle del Draco Gexolo” e quindi in “Valle del Drago Jexolo” ed infine in “Valle del Drago Jesolo”.

La fantasia popolare, poi, ha legato il nome di questa valle del drago a storie di draghi, streghe, anime vaganti dei quali si sentivano i loro  lamenti nelle notti nebbiose della laguna.

Nello stemma della città ci sono dei  riferimenti simbolici molto interessanti.

Il drago alato ha il capo “equino”, il dorso dinosaurico con riferimenti al cavalluccio marino ed ali di pipistrello. Inoltre l’estremità della coda è a freccia.

La testa equina  richiama all’antica città di Jesolo (secoli V-XI) che sorgeva su un’isola chiamata “Equilium”, deriverebbe dal latino equus “cavallo” e sarebbe legato all’allevamento di cavalli, una delle principali attività a cui si dedicavano le popolazioni venetiche.

Il dorso di dinosauro costituisce il richiamo alla storia antica di Jesolo; la città nel IX secolo ebbe un grande periodo di decadenza e abbandono a cui, qualche secolo dopo nel XV sec,  seguì la rinascita,

La posizione da cavalluccio marino evidenzia la città di mare mentre le ali di pipistrello non trovano riscontri storici. La coda a freccia,  invece, è  simbolo di aggressività e di capacità di attaccare. Infine le cinque torri della corona, simbolo della città medioevale, sono riservate ai comuni con il titolo di “Città” come lo è Jesolo.

La Valle Dragojesolo

Nutro un amore speciale per la natura incontaminata e un legame forte con la laguna veneta che offre scorci selvaggi e autentici in ogni suo angolo. L’ho girata in bici, in barchetta per poter assaporarne le sue pieghe e i suoi segreti. Non so se lo sapete ma la Valle Dragojesolo  esiste ancor’oggi e si estende su una  superficie che è pari a 1192 ettari;  essa è suddivisa in tre sottobacini: Valle dei Orcoli, Valle di S. Micei ed appunto Valle Dragojesolo.

Valle Dragojesolo rappresenta una delle valli più isolate dalla laguna viva, essendo chiusa tra Valle Cavallino a sud-ovest e Valle Fosse, a nord-ovest, mentre sui lati rimanenti appare circondata dall’alveo del basso Sile e dalla terraferma.  I paesaggi di Valle Dragojesolo sono notevolmente vari nella zona di Lio Grande. La maggior parte della superficie è occupata dall’acqua poi  si passa alle distese di barena, ai canneti ed agli arbusteti selvatici.

Questa Valle ospita garzette bianche e aironi rossi che fanno il nido su rovi e tamerici disposti a frangivento presso vecchie peschiere nel settore sud di Valle S. Micei.

Le anatre provenienti dal Grande Nord europeo vi svernano a migliaia, ma vi nidifica anche un folto contingente di specie tipiche della zona, dal falco di palude martin pescatore, dall’averla cenerina alla cutrettola capocenerino.

Le specie ittiche allevate sono quelle tradizionali delle valli venete, con particolare frequenza di cefali, anguille e orate. Se ci fate un giro ricordatevi  che siete ospiti della natura e la dovete rispettare.

Alberta Bellussi

 

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L’altro giorno la vista di una foto per una mia futura escursione mi ha aperto un cassetto della memoria che non ricordavo nemmeno più di avere e come d’incanto un mondo a me noto mi è tornato nitido. Ogni tanto alla mia mente bizzarra accade questa cosa magica… negli anni della mia vita, con una testa sempre curiosa e vivace di conoscere, ne ho messe cose dentro i cassetti della mia biblioteca interiore.

Ed ecco, alla vista di una foto dei Cadini del Brenton nella Valle del Mis mi è venuto in mente un bellissimo corso monografico che frequentai all’Università grazie al quale avevo conosciuto i romanzi dello scrittore bellunese Dino Buzzati.

Mi sono tornate vive le emozioni di quel grande rispetto per la montagna che aveva lo strano personaggio di “Barnabo delle Montagne” o nel “ Segreto del bosco vecchio” quella natura che ha qualcosa di speciale;  si difende e si protegge da sola dalle barbarie del colonello Procolo che la vuole distruggere.

Ricordavo una bellissima descrizione dell’autore sulle valli bellunesi e in particolare la Valle del Mis e sono riuscita a trovarla.

“Esistono da noi valli

che non ho mai visto da nessun’altra parte…

Invece esistono: con la stessa solitudine,

gli stessi inverosimili dirupi

mezzo nascosti da alberi e cespugli

pencolanti sull’abisso le cascate d’acqua…

La valle del Mis per esempio con le sue vallette laterali

che si addentrano in un intrico di monti selvaggi e senza gloria,

dove sì e no passa un pazzo ogni trecento anni,

non allegre, se volete, alquanto arcigne forse, e cupe.

Eppure commoventi per le storie che raccontano,

per l’aria d’altri secoli, per la solitudine paragonabile a quella dei deserti”

(tratto da La mia Belluno).

e ancora

“Le impressioni più forti che ho avute da bambino appartengono alla terra dove sono nato, la valle di Belluno, le selvatiche montagne che la circondano e le vicinissime Dolomiti

Così scriveva Dino Buzzati (1906-1972), cronista del Corriere della Sera e scrittore, autore di romanzi immortali come “Il deserto dei tartari”, “ Il segreto del bosco vecchio” e “Bàrnabo delle montagne”.

I Cadini del Brenton in Val del Mis sono nel  Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi – Sospirolo (Belluno)

La passeggiata inizia proprio ai margini del lago artificiale del Mis, è piacevole e non troppo impegnativa e lo spettacolo che vi aspetta vale sicuramente un giro da quelle parti.

 

I 15 cadini attorno ai quali si snoda il sentiero scendono a gradoni nella valle dove l’acqua cristallina e gelida scorre levigando la pietra. Lo scroscio delle cascate, l’intensità dei colori e le farfalle nere che danzano nell’aria sono uno spettacolo naturale unico e irripetibile, rigenerante per i sensi e per la mente.

I Cadini del Brenton sono sicuramente meta consigliata per gli amanti della natura; sono uno spettacolo della natura.

Alberta Bellussi

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Le Anguane:  non ne avevo mai sentito parlare, devo ammetterlo, conoscevo il Mathariòl,  ma loro no e domenica durante una visita guidata ad un castello le ho conosciute, ne sono rimasta affascinata, e mi sono subito messa a cercare più cose possibile di loro.

La provincia di Treviso è una provincia di acque… l’acqua del Piave ha un valore molto importante per i territori che attraversa e per le sue genti.  Dalle acque sotterranee del Piave, vicino al Montello, hanno origine anche le sorgenti del Sile, l’altro grande fiume che attraversa la provincia di Treviso.

Il Sile ha una temperatura costante; l’acqua sempre limpida anche in città e la scorrevolezza continua.

Ci sono delle creature mitologiche che proteggono le acque trevigiane e si chiamano “Anguane”, una sorta di ninfe che, nelle leggende , assumono una  forma simile alla sirena, specie nel basso Piave e basso Sile, ma non solo, proteggono anche le acque di molti altri posti nel Veneto.

Ma chi è l’Anguana?

Sono creature che vivono vicino alle sorgenti, caverne o altri ambienti acquatici, come si capisce dall’origine etimologica del loro stesso nome, che viene fatto derivare dal latino Acquaneae, cioè abitatrici dell’acqua.

Dalla vita in su sono delle bellissime fanciulle, dalla vita in giù hanno corpo di anguilla o di pesce.

Secondo  altre varianti montane presentano semplicemente dei piedi rovesciati oppure, per probabile contaminazione con la figura mitologica del Mathariòl, hanno gambe caprine.

La metà umana presenta delle caratteristiche particolari; la pupilla dilatabile come gli animali notturni; sono a sangue freddo; la loro pelle è viscida e la folta chioma è costituita da alghe filiformi.

Stanno ritirate durante tutto il giorno, escono all’imboccatura delle grotte o fuori dalle sorgenti al tramonto, a lavare i panni e a cantare.

Il loro canto è ammaliante. Per sottrarsi al loro fascino gli umani devono indossare dei girocolli fatti con virgulti di viburno intrecciati.

Vengono descritte come perfette massaie, eppure la liscia della Anguane era riferita al bucato mal riuscito perché erano abituate a lavare i panni di notte, e anche ricamare lenzuola e fazzoletti, conservati dagli uomini che se ne innamoravano.

Brave madri anche se capaci di uccidere lefanciulle delle quali erano invidiose; mogli devote ma che scomparivano se lo sposo ne pronunciava il nome leggendario.

Ci sono due interpretazioni; la prima è che le Anguane siano personificazioni mitiche dell’ambivalenza dell’acqua. Se questa, da un lato, è vista come fonte di vita e di allegria, dall’altra è certo anche una potenziale occasione di morte. La seconda indica il fortissimo legame con una figura di madre controversa, complessa e articolata, parte di quel mito della fertilità e della figura materna che accompagna da sempre l’uomo.

Alberta Bellussi

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Il 2 giugno è la Festa della Sensa (dell’Ascensione di Gesù al cielo quaranta giorni dopo la Pasqua).

Io ricordo un proverbio che mia nonna diceva sempre in questa giornata: “ se piove el dì della Sensa par quaranta dì nol ne assa senza”. E dicevano che ogni anno tutti aspettavano questo giorno per vedere se il proverbio si ripeteva.

Questa festa poggia le basi nella millenaria storia della Serenissima, il suo intimo rapporto con il Mare e con la pratica della Voga alla Veneta.

Commemora due eventi importanti per la Repubblica: il 9 maggio dell’anno 1000, quando il doge Pietro II Orseolo soccorse le popolazioni della Dalmazia minacciate dagli Slavi; fu l’inizio dell’espansione veneta nell’Adriatico.

E poi l’anno 1177, quando, sotto il doge Sebastiano Ziani, Papa Alessandro III e l’imperatore Federico Barbarossa stipularono a Venezia il trattato di pace che pose fine alla diatriba secolare tra Papato e Impero.

In occasione di questa festa si faceva il rito dello Sposalizio del Mare, festa che si ripete da quasi mille anni; il  Doge, sul Bucintoro, raggiungeva S. Elena all’altezza di San Pietro di Castello; lì ad  aspettarlo  il Vescovo, a bordo di una barca con le sponde dorate, pronto a benedirlo.  Questo evento aveva lo scopo di sottolinea il forte legame della Serenissima col mare e la potenza che aveva raggiunto.  La Festa  aveva un rito  propiziatorio, infatti  il Doge, una volta raggiunta la Bocca di Porto, lanciava  nelle acque un anello d’oro come simbolo di sposalizio.

Ai giorni nostri si ricorda questa festa con un corteo acqueo da San Marco al Lido di imbarcazioni tradizionali a remi, alla cui testa c’è la “Serenissima“, dove prendono posto il sindaco e le altre autorità cittadine.  Si celebra ancora il rito dello sposalizio con il mare per sottolineare il grande legame che ancor oggi lega Venezia al mare;  tutto ciò avviene attraverso una cerimonia di lancio in acqua di un anello e una successiva funzione religiosa nella chiesa di San Nicolò di Lido.

Alberta Bellussi