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Le Anguane:  non ne avevo mai sentito parlare, devo ammetterlo, conoscevo il Mathariòl,  ma loro no e domenica durante una visita guidata ad un castello le ho conosciute, ne sono rimasta affascinata, e mi sono subito messa a cercare più cose possibile di loro.

La provincia di Treviso è una provincia di acque… l’acqua del Piave ha un valore molto importante per i territori che attraversa e per le sue genti.  Dalle acque sotterranee del Piave, vicino al Montello, hanno origine anche le sorgenti del Sile, l’altro grande fiume che attraversa la provincia di Treviso.

Il Sile ha una temperatura costante; l’acqua sempre limpida anche in città e la scorrevolezza continua.

Ci sono delle creature mitologiche che proteggono le acque trevigiane e si chiamano “Anguane”, una sorta di ninfe che, nelle leggende , assumono una  forma simile alla sirena, specie nel basso Piave e basso Sile, ma non solo, proteggono anche le acque di molti altri posti nel Veneto.

Ma chi è l’Anguana?

Sono creature che vivono vicino alle sorgenti, caverne o altri ambienti acquatici, come si capisce dall’origine etimologica del loro stesso nome, che viene fatto derivare dal latino Acquaneae, cioè abitatrici dell’acqua.

Dalla vita in su sono delle bellissime fanciulle, dalla vita in giù hanno corpo di anguilla o di pesce.

Secondo  altre varianti montane presentano semplicemente dei piedi rovesciati oppure, per probabile contaminazione con la figura mitologica del Mathariòl, hanno gambe caprine.

La metà umana presenta delle caratteristiche particolari; la pupilla dilatabile come gli animali notturni; sono a sangue freddo; la loro pelle è viscida e la folta chioma è costituita da alghe filiformi.

Stanno ritirate durante tutto il giorno, escono all’imboccatura delle grotte o fuori dalle sorgenti al tramonto, a lavare i panni e a cantare.

Il loro canto è ammaliante. Per sottrarsi al loro fascino gli umani devono indossare dei girocolli fatti con virgulti di viburno intrecciati.

Vengono descritte come perfette massaie, eppure la liscia della Anguane era riferita al bucato mal riuscito perché erano abituate a lavare i panni di notte, e anche ricamare lenzuola e fazzoletti, conservati dagli uomini che se ne innamoravano.

Brave madri anche se capaci di uccidere lefanciulle delle quali erano invidiose; mogli devote ma che scomparivano se lo sposo ne pronunciava il nome leggendario.

Ci sono due interpretazioni; la prima è che le Anguane siano personificazioni mitiche dell’ambivalenza dell’acqua. Se questa, da un lato, è vista come fonte di vita e di allegria, dall’altra è certo anche una potenziale occasione di morte. La seconda indica il fortissimo legame con una figura di madre controversa, complessa e articolata, parte di quel mito della fertilità e della figura materna che accompagna da sempre l’uomo.

Alberta Bellussi

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Il 2 giugno è la Festa della Sensa (dell’Ascensione di Gesù al cielo quaranta giorni dopo la Pasqua).

Io ricordo un proverbio che mia nonna diceva sempre in questa giornata: “ se piove el dì della Sensa par quaranta dì nol ne assa senza”. E dicevano che ogni anno tutti aspettavano questo giorno per vedere se il proverbio si ripeteva.

Questa festa poggia le basi nella millenaria storia della Serenissima, il suo intimo rapporto con il Mare e con la pratica della Voga alla Veneta.

Commemora due eventi importanti per la Repubblica: il 9 maggio dell’anno 1000, quando il doge Pietro II Orseolo soccorse le popolazioni della Dalmazia minacciate dagli Slavi; fu l’inizio dell’espansione veneta nell’Adriatico.

E poi l’anno 1177, quando, sotto il doge Sebastiano Ziani, Papa Alessandro III e l’imperatore Federico Barbarossa stipularono a Venezia il trattato di pace che pose fine alla diatriba secolare tra Papato e Impero.

In occasione di questa festa si faceva il rito dello Sposalizio del Mare, festa che si ripete da quasi mille anni; il  Doge, sul Bucintoro, raggiungeva S. Elena all’altezza di San Pietro di Castello; lì ad  aspettarlo  il Vescovo, a bordo di una barca con le sponde dorate, pronto a benedirlo.  Questo evento aveva lo scopo di sottolinea il forte legame della Serenissima col mare e la potenza che aveva raggiunto.  La Festa  aveva un rito  propiziatorio, infatti  il Doge, una volta raggiunta la Bocca di Porto, lanciava  nelle acque un anello d’oro come simbolo di sposalizio.

Ai giorni nostri si ricorda questa festa con un corteo acqueo da San Marco al Lido di imbarcazioni tradizionali a remi, alla cui testa c’è la “Serenissima“, dove prendono posto il sindaco e le altre autorità cittadine.  Si celebra ancora il rito dello sposalizio con il mare per sottolineare il grande legame che ancor oggi lega Venezia al mare;  tutto ciò avviene attraverso una cerimonia di lancio in acqua di un anello e una successiva funzione religiosa nella chiesa di San Nicolò di Lido.

Alberta Bellussi

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In Veneto c’è un modo di dire molto usato quando a una persona piace fare la bella vita.  Il detto completo dice che “ te si come Micheasso te piase magnar, bever e ndar a spasso

L’arte di Michelasso è quella di mangiare, bere e andare a spasso e a chi non piacerebbe?

Ma che origine ha questo detto?

Una possibile origine rimanda alla parola “Miquelet”, che era il soprannome usato, in Francia e in Spagna, per indicare i fedeli che si recavano in pellegrinaggio al santuario di San Michele e che impegnavano molti giorni; solo più tardi anche le varie persone che facevano loro da guida e che ne fecero presto una vera professione. Con il tempo il termine assunse un significato negativo e passò a definire il vagabondo intenzionato il più possibile a evitare il lavoro.

Secondo altri, il detto deriverebbe invece dal nome di un certo Michele Panichi, un ricco fiorentino che si ritirò dagli affari in età ancora giovane e che visse per il resto dei suoi anni senza far nulla.

Il gruppo veneto de Los Massadores ha scritto la ballata di Micheasso che rappresenta proprio l’arte di vivere in questo modo.

La ballata de Michelasso de Los Massadores

No go nessun pensiero, nessuni me comanda

Vivo un dì aa volta guaivo co a me anda

Nol ga nessun pensiero, nesuni lo comanda

El vive un dì a volta guaivo co a so anda

Svejarme bonora no fa serto par mi

Che me also sempre co xe pronta a toea a mexodì

Son sempre tranquio no go mai presa

E trovo sempre l’occasion pa un panin coa sopresa

E mi son Micheasso magno bevo e vo a spasso

Lu xe el Micheasso el magna el beve el va a spasso

Xe pì queo che asso, m’incontento de queo che cato

Me basta queo che trovo

Pitosto de far fadiga me scondo dentro a un fosso

E a voja de fare no a conosso

No go un lavoro ma son sempre al bar

A batar el fante, a perdar tempo e a bagoear

Bevare ombre e sprisetti e contar barxeete

E co passa to nevoda pì vecia mi ghe vardo sempre e tete

E mi son Micheasso magno bevo e vo a spasso

Lu xe el Micheasso el magna el beve el va a spasso

Xe pì queo che asso, m’incontento de queo che cato

Me basta queo che trovo

Pitosto de far fadiga me scondo dentro a un fosso

E a voja de fare no a conosso

Vivo sereno e sensa pretese

Parchè me basta pochi franchi par pagarme e spese a fine mese

Se un giorno el Signore te toe i to schei resta qua

I te mete un paltò de legno e te sì ciavà

No capisso sta xente, xe tuta infervoria

Mi vo vanti tranquio co a me filosofia

No go prorio voja de farme vegner el famoro

Mejo na pansa da bire che na gobba da lavoro

E mi son Micheasso magno bevo e vo a spasso

Lu xe el Micheasso el magna el beve el va a spasso

Xe pì queo che asso, m’incontento de queo che cato

Me basta queo che trovo

Pitosto de far fadiga me scondo dentro a un fosso

E a voja de fare no a conosso

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Ricordo che, quando mi fermavo a dormire dalla nonna a Negrisia, non vedevo l’ora che venisse sera per andare a letto perché mi raccontava sempre le stesse due favole. La camera mi faceva un po’ paura però… si saliva per una scala di legno che ad ogni gradino cigolava…la luce era con una lampadina flebile che dava un’atmosfera un po’ tetra.  I mobili erano di quelli della cultura contadina di un tempo, testiera di legno massiccio lucido e scuro e armadio con quattro ante per farla compita sopra la testiera c’era un quadro a bassorilievo della Madonna con il bambinetto. Il copriletto me lo ricordo era azzurro solfato di raso… a me bimba bionda e sognatrice però interessavano le favole della nonna.

La prima era questa:

Oselin bell’oselin che tempo fa

Bon tempo sior paron ma na cativa nova

E la nonna andava avanti a raccontarmi tutte le cose che accadevano in questa fattoria e io mi divertivo un sacco.

 

Petìn e Petèe

i ‘ndea a sciosee.

Petìn ghe dise a Petèe:

“Petèe, ‘ndéne casa!

col to sac de sciosee.”

“Mi no, eh!”

Ghe dise a Petìn, Petèe.

 

“Eóra ciàme el can che te magne!

Can! magna Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi no, eh, che no mòrseghe  Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

 

“Eóra ciàme el baston che te bastone!

Baston! Bastona el can,

che el can no ‘l mòrsega Petèe,

che Petèe no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi no, eh, che no bastone el can,

che no ‘l mòrsega Petèe,

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so  sac de sciosee!”

 

“Eóra ciàme el fògo!

Fògo! Brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so  sac de sciosee !”

“Mi no, eh, che no bruse el baston

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe,

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee !

 

“Eóra ciàme l’aqua!

Aqua! Stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi no, eh, che no stùe el fògo,

che no ‘l brùsa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

 

“Eóra ciàme el bò!

Bò! Bevi l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brùsa el baston,

che no’l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi no, eh, che no beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee !”

 

“Eóra ciàme ‘a corda!

Corda! Liga el bò,

che no ‘l beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“MI no, eh, che no lighe el bò,

che no beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

 

“Eóra ciàme el sorz !

Sorze! Ròsega ‘a corda,

che no ‘a liga el bò,

che no ‘l beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi no, eh, che no ròseghe ‘a corda,

che no ‘a liga el bò,

che no ‘l beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee !”

 

“Eóra ciàme  el gat !

Gat ! Magna el sorz,

che no ‘l ròsega ‘a corda,

che no ‘a liga el bò,

che no ‘l beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

“Mi sì, eh, che magno ‘sto sorz,

che no ‘l ròsega ‘a corda,

che no ‘a liga el bò,

che no ‘l beve l’aqua,

che no ‘a stùa el fògo,

che no ‘l brusa el baston,

che no ‘l bastona el can,

che no ‘l mòrsega Petèe

che no ‘l vòl vegnér casa co ‘el so sac de sciosee!”

Mi si eh!

 

E cussì

el gat  ciàpa el sorz, che ròsega ‘a corda,

che ‘a liga el bò,

che ‘l beve l’aqua,

che ‘a stùa el fògo,

che ‘l brusa el bastòn,

che bastona el can, che mòrsega Petèe,

che scanpa casa co ‘el so sac de sciosee.

 

Alberta Bellussi

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Le erbette di primavera nella tradizione culinaria veneta

In primavera la natura rifiorisce e nei campi, nelle siepi e lungo gli argini crescono una gran varietà di erbette selvatiche; queste sono molto usate nella gastronomia veneta tradizionale e popolare sono presenti sia nei menù dei ristoranti che nei piatti delle nostre tavole.

Alcune sono davvero molto conosciute:

I bruscandoli, in dialetto, hanno in botanica il nome di   Luppolo selvatico (Humulus Lupulus).

Questa erba venne usata, fin dal Medioevo, per la fabbricazione della birra. I germogli di “bruscandoli” che si trovano lungo le siepi vengono usati per la classica frittata, nel risotto o anche da soli, lessati, conditi con olio, sale e pepe e accompagnati dalle uova sode per via del loro sapore molto simile agli asparagi.

Peverel o rosoline, in dialetto, è la pianta del papavero (Papaver Rhoeas)

Le nuove e fresche piantine di papavero che spuntano in primavera, si trovano spesso nei campi di mais ancora da arare, e sono un’ottima verdura cotta mescolata ad altre erbette.

Radicea o pissacan, in dialetto, sono in botanica il Tarassaco o Dente di leone (Taraxacum officinale) –

Le “radicee” sono senza ombra di dubbio le erbette più diffuse sulle tavole primaverili contadine perché si trovano, facilmente in tutti i prati. Vengono cotte da sole o assieme ad altre erbette, con le uova e possono essere condite anche dadolata di pancetta o lardo che insaporiscono e rendono sfizioso il tutto.

S-ciopet, S-ciopettin o Carletti, in italiano Strigoli o bubboli (Silene Vulgaris)

Sono dei piccoli cespuglietti di un’erba dal colore del fogliame verde-bluastro e un po’ ceroso. Sono molto usati  in cucina per farne il “risotto di carletti” o la frittata. Il loro sapore ricorda molto quello dei piselli freschi.

Le gainee, nome dialettale della Valerianella (Valerianella Locusta)

Un tempo la chiamavano con il nome di “lattuga d’agnello”: per via del periodo in cui spunta nei prati, in concomitanza con la nascita degli agnelli. Questa erbetta selvatica viene mangiata cruda in insalata, o cotta assieme ad altre erbe o verdure. Oggi la si può trovare anche dal fruttivendolo perché viene piantata, ed è facile da coltivare.

Ortiga è l’Ortica (Urtica

È una pianta urticante se si entra in contatto con la pelle ma i suoi germogli sono ottimi per risotti, frittate e anche per ricavarci medicinali e tessuti, già dall’età del bronzo.

Vi regalo un mio racconto agreste sulle erbette.

Il racconto di Maria a radicee e peverel

Maria cresce; diventa una bella bambina dai capelli d’oro.

Il suo sguardo chiaro è trasognato ma sempre attento alle cose del mondo; a metà tra Alice nel Paese delle Meraviglie e Pippicalzelunghe.

Rimangono impressi nel suo essere, come un tatuaggio dell’anima, quegli elementi della campagna veneta che le appartengono visceralmente. Li ha protetti nei cassetti della memoria e nei suoi libri segreti.

…i campi erano tappezzati di macchie gialle e rosse. Invasi di radicee e peverel che diventeranno, presto, soffioni e papaveri. Lei e la nonna si perdevano per quei prati munite di sacchetto e coltello per raccogliere i verdi rosoni e le erbette per farne dell’indimenticabile verdura cotta.

E la nonna che le diceva :” Maria ciol su quee col boton che le e pi bone”.  E lei che minuziosamente guardava ogni pianta di tarassaco e cercava quella che aveva ancora il bocciolo chiuso come le aveva raccomandato la nonna.

La bimba perdeva, poi, il suo sguardo nel rosso appassionato dei papaveri e nella delicatezza dei soffioni.

Amava scappare dentro i campi gialli di erba medica. Buttarsi distesa a pancia in sù. Lì, nascosta dagli alti fiori, rigenerava il suo essere e assorbiva l’energia di Gaia, la terra, e dei colori dei fiori.

Maria, in quella sorta di nascondiglio naturale, guardava il cielo e giocava con le sue amiche a trovare nelle nuvole delle forme di animali. Nel loro gioco fantastico, il cielo era un grande giardino pieno di elefanti, cavalli, cani dove ogni tanto passava anche un piccolo gatto.

Un giorno era in giro con l’amica di sempre Gabriella. Videro un campo di soffioni così pieno che attirò immediatamente la loro curiosità.

Si buttarono a peso morto nel prato e si rotolavano a destra e a sinistra urlando come pazze dalla felicità.

Un po’ alla volta i soffioni si appiccicarono ai loro capelli che diventarono delle splendide parrucche da principesse. Le due bimbe ridevano sistemandosi questi enormi testoni bianchi candidi atteggiandosi come le dame di un tempo.

Correvano e  cantavano spensierate  la loro canzone preferita pomel pomel con queste strane acconciature.

Le parrucche lasciarono il posto alle loro chiome dopo un energico lavaggio fatto dalle mani amorevoli delle mamme che sorrisero  alla follia simpatica delle loro figlie.

…ma su quei meravigliosi e fragili soffioni, Maria aveva più volte sognato di appendersi pensandoli come   una sorta di paracadute per sorvolare le bellezze di questo Pianeta.

Un giorno partì appesa ad un piccolo pelucco di soffione; sorvolò mari, laghi, montagne e pianure. Si svegliò, poi, di soprassalto nel suo lettino giallo come il sole con gli occhi pieni di gioia e incredula del meraviglioso viaggio appena fatto. Maria amava viaggiare e  amerà farlo tutta la vita.

Ogni nuova giornata presentava alla bambina nuove avventure e lei con grande entusiasmo si apprestava a viverle.

Alberta Bellussi

 

 

 

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PAN BISCOTO

Uno, do, tre, quatro,                    

zinque, siè, sete, oto

pan biscoto,                    

biscotin

tira dentro quel bel piedin.

POMO PERO

Pomo, pero,                     

dime el vero                    

dime la santa verità,                    

quala xela?

Ecola qua.

SOTO EL PONTE DE VERONA

Soto al ponte de Verona                    

Ghe xe na vecia scorezona                    

Che scoreza tuto el di                    

Toca proprio a ti

SOTO LA CAPA

Soto la capa del camin                     

Ghe jera on vecio contadin                    

Che sonava la chitara                    

Uno, do, tre sbara.

AULÌ AULÈ

Aulì, aule’

che t’ amuse’

che t’aprofita lusinghe’

aulì, aulè

tu li len blen blu

tu li len blen blu….. (fora!)

UNERO

Unero donero tenero

quara quarea

secia mastea

boton veronese

questo fa  diese (e se contava fin a diese…).

AN

An, fiol d’un can

fiol de un beco,

mori seco.

S’CIOPETIN

S’ciopetin che va a la guera

col s’ciopo par tera

col s’ciopo par man

pin pum pam!

ANEGA

Anega tanega

Pissa budei

Conta fin a trentasei

Trentasei de la malora

Ti te si dentro

E ti te si fora.

Alberta Bellussi

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Oggi è la festa della Candelora 2 febbraio rappresenta la metà dell’inverno nel tempo astronomico.

Il proverbio più famoso veneto dice: ” quando vien la Candelòra de l’inverno semo fora, ma se piove o tira vento ne l’inverno semo drento“.

Vuol dire che il giorno della Candelora segna la fine dell’inverno e il passaggio verso la primavera. Il proverbio è un po’ contradditorio ma sta ad indicare che se il giorno della Candelora si avrà bel tempo, si dovranno aspettare ancora diverse settimane perché l’inverno finisca e arrivi la primavera, invece, se alla Candelora fa brutto, la primavera sta già arrivando.

In Veneto c’è l’usanza di andare in chiesa a prendere la candela benedetta che si accenderà durante l’anno per chiedere protezione alle campagne nei momenti di calamità e tempeste.

La storia dice che, in questo giorno,  si ricorda la presentazione di Gesù al Tempio e la Festa della purificazione della Vergine Maria perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di quaranta giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi. Il 2 febbraio cade proprio dopo 40 giorni dal 25 dicembre, data del parto di Gesù.

Lo stesso giorno negli Stati Uniti si festeggia la “Festa della Marmotta” (Groundhog Day). La tradizione vuole che in questo giorno si guardi il rifugio di una marmotta, se esce e non riesce a  vedere la sua ombra perché il tempo è nuvoloso, l’inverno finirà presto; se invece vedrà  la sua ombra perché è una bella giornata, si spaventerà e tornerà di corsa nella sua tana, e l’inverno continuerà per altre sei settimane.

Alberta Bellussi

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L

È  tempo di Carnevale, periodo dell’anno per il quale non ho mai provato un’esaltante entusiasmo ma, una cosa che mi divertiva da piccina e mi diverte ancora oggi, è tirare i coriandoli e vederli cadere colorando il grigio asfalto di tutti i colori dell’arcobaleno.

Ma lo sai chi ha inventato i coriandoli?

L’ingegner Ettore Fenderl, fu inventore e filantropo italiano. Visse fino all’età di 104 anni nacque a Trieste il 12 febbraio 1862 e morì a Vittorio Veneto il 23 novembre 1966. Possiamo dire che ha vissuto gli anni di un cambio radicale del mondo.  

L’ingegnere conseguì il diploma in ingegneria a Vienna e di ingegnere civile al Politecnico di Milano brevettò, inoltre, una centrale per la produzione dell’acetilene e contribuì a progettare una delle prime metropolitane del mondo, quella di Vienna, ebbe anche molti incarichi, fu imprenditore e fu grande uomo di scienza.

È strano che a distanza di cinquant’anni dalla sua morte, questo interessante personaggio che portava i baffi sia   ricordato nel mondo solo per un’invenzione fatta da ragazzo e non per le sue invenzioni scientifiche, ad esempio introdusse in Italia gli studi sulla radioattività.

La storia racconta che all’età di quattordici anni (1876), era il giorno di Carnevale, e lui era affacciato alla finestra della sua casa di Trieste che guardava la gente che si divertiva in strada, lanciandosi palline di cotone e confetti, come era abitudine. Gli sarebbe piaciuto un sacco andare in mezzo alla folla a correre e divertirsi, ma non aveva i soldi per comprare palline e confetti. Allora Ettore ebbe un’idea creativa, prese della carta colorata e la sminuzzò in tantissimi piccoli pezzettini colorati; riempì uno scatolone e si diede a lanciare manciate di arcobaleno tra i capelli delle maschere in festa. Fu subito imitato da tantissimi presenti e l’invenzione si propagò velocissima a Vienna, Venezia e in tutto il mondo. Così furono inventati i coriandoli e commercializzati.

Nel 1936 si ritirò a vita privata acquistando una proprietà a Vittorio Veneto. Nel 1950 costituì la Fondazione Flavio ed Ettore Fenderl con scopi benefici. Come volle lui stesso, alla sua morte i suoi terreni furono adibiti ad uso sociale tramite la realizzazione del Parco Fender.

Alberta Bellussi

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I dolci del Carnevale in Veneto sono le fritole, le castagnole e i crostoli o galani.

Il mio ruolo di bambina nel fare i crostoli era trattare con la macchinetta la palla di pasta che mi passava la nonna. Agganciavo l’attrezzo al tavolo; inserivo il giusto innesto della manovella con il manico in legno, tipo quello delle corde da saltare; lei mi passava la pasta e mi diceva tirala due tre volte con i rulli larghi e poi sempre più sottili. Quasi come un mago appena la palla di pasta veniva fagocitata dalla macchina ne faceva uscire delle lunghe fasce di pasta che appoggiavo sopra una tovaglia cosparsa di farina 00 perché non si appiccicassero. Dopo aver sottoposto la pasta a gradi sempre più vicini dei rulli ne usciva una striscia sottilissima che la nonna con una piccola rondella tagliava a rettangoli, quasi tutti uguali, facendo, poi,   un taglio in mezzo che era il tocco del vero crostolo. Con i ritagli facevamo i croccantini con la buccia di arancia e limone arrotolata dentro che erano deliziosi.

Noi nella Sinistra Piave li chiamiamo crostoli ma si chiamano galani in veneziano, frappe, chiacchiere e molti altri nomi e sono fatti in tutto lo stivale.

La ricetta dei Costoli o Galani è molto più antica di quella delle frittelle: la sua origine risale ai tempi dei Romani che facevano nella Festa di Primavera, con lo stesso impasto usato per  le lasagne, preparavano dei dolci molto simili ai galani, fritti nel grasso di maiale e inzuccherati che chiamavano frictilia.

In realtà c’è una differenza nello spessore e nella forma tra crostoli, veneti, tipici della terraferma, e galani, veneziani, tipici di Venezia e laguna, ma l’impasto non cambia: i galani sono più sottili e la loro forma richiama quella dei nastri; i crostoli sono grossi rettangoli con la pasta più spessa.

 

500gr farina

100gr zucchero

50gr  burro

2 uova

un pò vino bianco

un pizzico di sale

buccia di limone grattugiata

un cucchiaio di rum o anice

olio per friggere

Zucchero a velo

Amalgamare in un impasto omogeneo tutti gli ingredienti, stando attenti a non creare grumi.

Stendere con il mattarello o la macchinetta della pasta, l’impasto fino ad ottenere una sfoglia sottile. Lasciarlo un po’riposare e poi, con l’aiuto di un mattarello, rendere la sfoglia il più sottile possibile. Tagliarla a rettangoli con delle piccole incisioni al centro e friggere i crostoli di carnevale in olio ben caldo. Scolarli su carta assorbente e spolverarli con zucchero a velo.

Alberta Bellussi

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Mi son Veneta. Aneddoti, curiosità e ricette della tradizione popolare.”

Questo libro è uno scrigno di piccole pillole di “veneticità” e di aspetti dell’identità veneta ratti dalla storia, la lingua e la cultura popolare di questa regione ruspante e legata alle tradizioni di una volta tanto in cucina che nei modi di dire e di fare e nella maniera di raccontarli.

Aspetti da sfogliare per conoscere tantissime curiosità oppure da leggere ai figli e ai nipoti perché sono letture semplici, genuine ma piene di passione; quella passione che esprime il mio amore per la mia terra, il Veneto, ma anche per il mondo.

Lo trovate nelle librerie della Provincia di Treviso e nei bookshoponline.