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Devo ammettere che amo molto la pianta del giuggiolo e ancor di più i suoi frutti e non vedo l’ora che arrivi l’autunno per potermi deliziare degli stessi.

Legata a questo frutto esiste una famosa espressione: “andar in brodo de giugioe” detto antico diffusamente utilizzato per indicare uno stato d’animo di grande soddisfazione e godimento, quasi uscire di sé dalla contentezza; stato che tutti noi speriamo di provare almeno qualche volta nella vita.

 Da dove deriva questa espressione?

Con le giuggiole dalla notte dei tempi si fa un delizioso infuso che sembra inebri i sensi per la sua dolcezza e il suo gusto.

Questo liquore era conosciuto e apprezzato già presso le civiltà del bacino del Mediterraneo, sin dagli antichi Egizi e dai Fenici, i quali crearono i primi preparati di cui siamo a conoscenza.

Tra le fonti storiche più remote che citano i frutti del giuggiolo troviamo le “Storie” di Erodoto, il quale paragonò il gusto dolce della giuggiola a quella del dattero, raccontando che da essa si poteva ottenere una bevanda inebriante utilizzando la sua polpa fermentata. Alcuni studiosi ipotizzano inoltre che nel Libro IX dell’Odissea il “frutto del loto” citato da Omero che portò all’oblio gli uomini di Ulisse sbarcati sull’isola dei Lotofagi, possa in realtà corrispondere ad una specie di giuggiolo selvatico, e dunque l’incantesimo narrato sarebbe stato provocato dalla bevanda alcolica preparata con i frutti inebrianti di questa pianta e non da sostanze narcotiche.

Presso gli antichi romani l’albero del giuggiolo divenne il simbolo del silenzio e fu usato per adornare i templi dedicati alla dea Prudenza; l’uso in ambito religioso non escluse però un utilizzo anche profano da parte delle popolazioni latine, le quali per secoli coltivarono i giuggioli per utilizzare i loro succulenti frutti nella preparazione di infusi liquorosi. Nelle zone di campagna era ritenuta una pianta portafortuna, pertanto presso molte case coloniche si trovava facilmente coltivato un giuggiolo vicino al lato esposto a sud.

Durante il Medioevo le conoscenze e le antiche tradizioni culinarie riuscirono a sopravvivere grazie alla trasmissione dei saperi artigianali di generazione in generazione nel mondo contadino e all’opera di conservazione delle ricette e dei rimedi erboristici nei monasteri.

Nel periodo Rinascimentale la fama delle giuggiole riprese vigore e questo frutto acquisì nuova fama per le sue particolari caratteristiche e la sua utilità.

Fu la potente famiglia dei Gonzaga ad esaltarne l’uso in cucina, la quale possedeva una ricca residenza estiva in prossimità del lago di Garda, denominata “il Serraglio”: qui veniva prodotto e offerto agli ospiti illustri un delizioso liquore a base di giuggiole: il cosiddetto “brodo di giuggiole”- considerato un perfetto accompagnamento di torte e biscotti secchi che potevano essere inzuppati nella bevanda, oppure venire utilizzato come digestivo da sorseggiare a fine pasto.

 

La fama e l’apprezzamento di questa bevanda si diffuse e perdurò nel tempo, tanto che il ‘brodo di giuggiole’ diede origine ad un’espressione metaforica giunta fino a noi. L’uso di questa espressione originaria compare nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612), dove viene menzionata due volte: alla voce ‘succiare’, con un esempio tratto dal “Morgante” di Luigi Pulci, e alla voce castagna, dove per ‘succiola’ si intende la castagna cotta nell’acqua con la sua scorza.

L’epoca dei Gonzaga è ormai lontana, ma la coltivazione dei giuggioli nell’area del Garda e del Basso Veneto esiste ancora.

Dalle sponde del lago, alle colline veronesi e vicentine, fino ai Colli Euganei, le piante di giuggiolo crescono rigogliose grazie al clima mite e ai terreni favorevoli. Nel corso dei secoli la produzione artigianale del “Brodo di Giuggiole” si è tramandata ed è arrivata fino a noi, diventando un prodotto ambito e diffuso localmente, trovando nel piccolo borgo padovano di Arquà Petrarca la culla della sua valorizzazione e della rinascita della sua tradizione.

Si tratta sicuramente di un liquore che ha ancora una distribuzione di nicchia, ma negli ultimi anni ha cominciato a farsi conoscere ed apprezzare anche oltre i confini regionali e nazionali.

LA PREPARAZIONE DEL BRODO DI GIUGGIOLE

Il Brodo di Giuggiole è un infuso idroalcolico naturale a base di frutta autunnale: oltre alle giuggiole mature, si utilizzano le mele cotogne, i melograni e l’uva, mettendo il tutto in infusione con l’aggiunta di zucchero e scorze di limone

La ricetta moderna si basa sull’infusione idroalcolica di giuggiole a piena maturazione, a cui vengono aggiunte mele cotogne, scorze di limone, uva, melograni e altra frutta, intera o in succo, con l’aggiunta di zucchero. La preparazione classica prevede una macerazione piuttosto lunga: i frutti si devono lasciare in infusione per un paio di mesi, dopodichè il liquido ottenuto viene filtrato ed infine imbottigliato. Il prodotto ottenuto è una bevanda liquorosa dalla gradazione alcolica media (24%vol), dal colore rosso ambrato e dal profumo tipico di giuggiole. Il sapore è dolce e fruttato, con un gusto ricco ed avvolgente, particolarmente gradito anche dal pubblico femminile.

Il brodo di giuggiole si conserva abbastanza a lungo come tutti i liquori fruttati, ed è ideale come digestivo servito a temperatura ambiente alla fine dei pasti, ma può essere degustato anche ghiacciato o come ingrediente principale di drink e aperitivi sfiziosi.

Nella stagione invernale è possibile scaldare il brodo di giuggiole, preparando una bevanda calda tipo punch.

Alberta Bellussi

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In veneto l’espressione “casca el palco” ha un significato ben preciso e quando casca il palco si svelano tutte le verità.

Infatti “qua casca el palco” si riferisce più a una montatura, una messa in scena, che, prima o poi, si rivela come tale. Per esempio, uno si spaccia per quello che non è  e un bel giorno lo si vede per quello che è. È un periodo storico dove l’apparenza conta molto e ci sono molti palchi che prima o poi cadranno.

Co casca un palco un se rivela par quel che le.

Lo sai da dove deriva questo modo di dire?

A me si è illuminata la lampadina ieri sera durante  una bellissima serata nei boschi del  Cansiglio, con la guida alpina, per conoscere e ascoltare il bramito, il canto dei cervi innamorati.

Eh sì! Il palco è proprio quello dei cervi.

Il maschio di cervo porta sul capo delle corna che ogni anno si arricchiscono di una nuova ramificazione. Questa meraviglia della natura che i cacciatori usavano come trofeo, viene detta “palco”.

E ogni anno, ad inizio inverno, al cervo “casca il palco” che ricrescerà poi a primavera. Sì, ogni anno, alla fine della stagione degli amoric casde. Il palco del maschio, che può essere più o meno grande a seconda dell’età e dell’alimentazione dell’animale, si riforma tutti gli anni nello stesso modo, con la stessa disposizione di rami e biforcazioni, alle quali si aggiunge un nuovo spuntone lungo qualche centimetro. Se si ha l’occasione di vedere un animale adulto tra febbraio e marzo, si possono notare sulla fronte due abbozzi. Sono le cicatrici dei palchi caduti e il punto di formazione di quelle nuove. Il processo di crescita non è indolore. Il velluto, così si chiama il nuovo tessuto osseo, è fortemente innervato, ricco di sangue e sensibilissimo. In questo periodo i maschi sono molto nervosi e si alimentano con grandi quantità di cibo. I trofei dei maschi adulti possono raggiungere il peso di 15-18 chili.

 Il “palco” del cervo è una messa in scena che serve per acquisire ed imporre autorità sugli altri maschi  e di conseguenza sulle femmine.

Alberta Bellussi

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Come molti detti popolari, la vecchia pratica di “contare le pecore” per addormentarsi arriva  dall’eredità contadina della nostra storia ma da dove deriva più precisamente questa conta “ovina”?

Ce lo racconta una storia che vede protagonista Ezzelino da Romano, ed è raccolta in un libro di fine Duecento intitolato ‘Il Novellino’ e da allora divenne consuetudine contare le pecore per riuscire ad abbandonarsi tra le braccia di Morfeo…

Ezzelino Da Romano era il signore della Marca Trevigiana in epoca medioevale che, grazie alla sua abilità politica e alla violenza con cui si gettava in battaglia, conquistò molte città del Nord-Est italiano, accattivandosi anche il favore dell’Imperatore Federico II di Svevia, uno degli uomini più potenti d’Europa.

A causa del suo temperamento focoso Ezzelino era sempre irrequieto e soffriva di un’inguaribile insonnia che gli impediva di dormire, anche solo per poche ore.

Per distrarsi durante le lunghi nottate in bianco allora, Ezzelino prese presso di sé un cantastorie che lo intrattenesse con canzoni e storielle; il cantastorie, però, dopo qualche tempo non riusciva più a sostenere tutte quelle ore senza riposo ed escogitò uno stratagemma.

Era talmente sfinito che una sera, quando Ezzelino gli intimò di narrare un’altra storia, questi iniziò a raccontare una vicenda il cui protagonista era un contadino proprietario di cento bisonti che lì portò al mercato per scambiarli con delle pecore, due per ognuno di questi.

Durante il suo ritorno, il villano si accorse che, a causa di un forte temporale, il fiume che avrebbe dovuto guadare si era ingrossato a tal punto da impedirgli il passaggio. L’unico modo per attraversalo era quello di utilizzare la barca sgangherata di un pescatore nella quale poteva entrare solo lui e una pecora per volta.

 Il contadino non si perse d’animo: caricò la prima pecora sulla barchetta e cominciò a remare. Con forza e pazienza riuscì a raggiungere l’altra sponda, mise giù la prima pecora e tornò indietro per recuperarne un’altra e così via…mentre parlava, il cantastorie si addormentò.

Ezzelino, infastidito, lo scosse e gli intimò di continuare il racconto ed andare oltre. Ma il favolatore rispose: “Messere, lasciate prima passare tutte le pecore una ad una, poi proseguiremo a raccontare la storia!”.

A quelle parole, Ezzelino da Romano rise e pensò che ci sarebbe voluta tutta la notte perché tutto il gregge passasse all’altra sponda del fiume!

Così per quella notte il cantastorie poté finalmente addormentarsi a un’ora consona e riposarsi e Ezzelino si mise a contare le pecore che guadavano il fiume una ad una.

Alberta Bellussi

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Dei boschi della Serenissima ho sempre sentito parlare.

Nella sua lunga e secolare storia la Repubblica di Venezia ha sempre considerato con grande attenzione e lungimiranza i problemi ambientali perché preservare la laguna voleva dire proteggere la città.  Città e ambiente sono stati, sempre, strettamente legati: acque e boschi erano gli elementi fondamentali del rapporto fra natura e uomo, finalizzato ad un intelligente sfruttamento delle risorse, che mirava alla conservazione del patrimonio ambientale sia della laguna che dell’entroterra.

I boschi delle colline e delle zone montane, erano per Venezia, fonte di prezioso legname, materia prima per la costruzione di edifici e di navi, nel famoso Arsenale. Il legname era per l’economia della Repubblica di Venezia una risorsa di primaria importanza; dai tronchi dei roveri, dei faggi, degli abeti si ricavava, infatti, la materia prima per costruire le navi, che permettevano ai mercanti veneziani di arricchire se stessi e la propria Repubblica mediante i commerci con l’Oriente.

Milioni di alberi, inoltre, furono utilizzati dai Veneziani per fondare la città, edificata su fondazioni di palafitte, e per costruire gli argini a difesa dalle onde del mare aperto.

Grande attenzione fu quindi riservata dal governo della Serenissima alla cura dei boschi delle zone dell’entroterra. II Bosco del Cansiglio ne è un esempio che si può ancora vedere ai giorni nostri; nei secoli è stato sottoposto ad uno sfruttamento equilibrato pur consentendo di ricavare il prezioso legname.

Nella foresta del Cansiglio, appunto, si coltivavano i faggi, che servivano per fare soprattutto i remi delle galee.

Nelle vallate del Cadore, del Comelico, dell’Ampezzano e dell’Agordino, le piante abbattute erano soprattutto abete bianco, abete rosso e larice.  Il bosco degli alberi di S. Marco, che si trovava in località Somadida (Auronzo di Cadore) In quel punto la vallata era protetta dai venti dai Cadini di Misurina e dalle Marmarole, sopra il bosco, a sud, vegliava una montagna detta il Corno del doge, per la sua cima molto simile al copricapo del doge. Qui il sole penetrava poco all’interno della vallata e il clima era, per quasi tutto l’anno, molto rigido per cui le piante crescevano molto lentamente alte e diritte. Erano le piante ideali per realizzare le alberature delle galee, delle cocche da carico e dei galeoni da battaglia della Serenissima.

Il bosco dei remi di S. Marco era localizzato nell’attuale altopiano che sovrasta in Alpago il lago di S. Croce.

Il bosco dei roveri del Montello, vasta collina morenica alla destra del Piave, all’inizio della pianura veneta era un’area dove si coltivavano le querce. Divisa in settori, con un guardiano per ogni settore, era fatto divieto assoluto di entrare nel bosco e pene severissime erano comminate a chi trasgrediva. Il Montello era il bosco protetto dei roveri, (querce) queste erano utilizzata per le parti portanti della nave, le ordinate e la chiglia.

I boschi erano quindi di vitale importanza per la città di Venezia sia per l’equilibrio ambientale che economico.

Il fatto che la tutela dei boschi servisse per evitare il dissesto idrogeologico e l’interramento della laguna era ben chiaro, già, nel 1400. Infatti il segretario del Senato veneziano scriveva nel 1476: «Il diboscamento è causa manifestissima dell’interramento di questa nostra laguna, non avendo le piogge e altre inondazioni alcun ritegno né ostacolo, come avevano dai boschi, a confluire nelle lagune». Così veniva giustificata l’esigenza dei primi provvedimenti legislativi a tutela dei boschi.

La tutela della foresta permetteva anche una migliore difesa del territorio e della laguna stessa. Era ben chiaro, fin da quei tempi, lo stretto rapporto che lega il diboscamento, ed il conseguente dissesto idrogeologico delle zone montane, ai guasti causati dalle inondazioni a valle, fino al pericolo dell’interramento della laguna.

Per la Serenissima era quindi importantissimo tutelare i boschi ci sono alcune testimonianze scritte dai magistrati veneziani dopo le periodiche ispezioni alle foreste.

Così si esprimeva Alvise Mocenigo, podestà di Belluno, dopo un’ispezione al Bosco del Cansiglio nel 1608: «Ho veduto i boschi che ha la Serenità vostra in Alpago – Cansiglio e siccome devono esserle carissimi a guisa di prezioso tesoro, poiché essendo copiosissimi di faggi, avendone la debita cura, suppliranno per sempre abbondantissimamente al bisogno che possa avere di remi per galee la più grossa e potente armata che in qualsivoglia tempo si decidesse di mandar fuori».

Da queste testimonianze si evince l’importanza che la tutela dei boschi ebbe per Venezia e si capisce il motivo della legislazione contro l’abbattimento senza criteri di alberi, emanata dal Senato e dal Consiglio dei Dieci per garantire la conservazione di una così importante risorsa naturale. Concludiamo con le parole di uno di questi divieti, emesso dal doge il 20 febbraio 1687: «Si fa pubblicamente intendere a cadauna sorte di persone, così uomo come donna, fanciulli e fanciulle, nessuno escluso, che non si debbono in alcuna maniera scorzar (togliere la corteccia), tagliar o in altro modo danneggiare i roveri tagliati per l’Arsenal nostro».

Alberta Bellussi

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Leggevo l’altro giorno un articolo di un sondaggio fatto su un campione di 500 italiani sulle regole base della buona educazione il cui esito è stato disastroso.

Non mi sono stupita   perché sembra che buon senso, buona educazione e buone maniere stiano sempre più diventando   “azioni in via di estinzione” nella vita quotidiana. Una parola dal sapore antico comprende tutte queste norme ed è il termine galateo; è un codice che stabilisce le aspettative del comportamento sociale, la norma convenzionale.

Il galateo, questo grande sconosciuto!

Se pensiamo che al giorno d’oggi dare la precedenza ad una signora più anziana o chiedere permesso prima di entrare in una stanza siano formalità evitabili ci sbagliamo di grosso. D’accordo, bisogna ammettere che i tempi sono cambiati e pretendere che un uomo ci apra lo sportello dell’auto per farci sedere o che si congeda con il baciamano è probabilmente una questione fuori luogo però quando ciò  accade, raramente, stupisce piacevolmente.

Il galateo e le regole del “bon ton”, non passeranno mai di moda, anzi, in questo mondo frenetico, il sapersi comportare, sia in privato che pubblico è un grandissimo valore aggiunto per la persona.

 Il galateo è stato scritto proprio in Veneto.

Nel Galateo di Monsignor Della Casa, pubblicato postumo nel 1558. Redatto nell’abbazia di Sant’Eustachio a Nervesa sul Montello, tra il 1552 e il 1555, il Galateo (il cui titolo completo è Trattato di Messer Giovanni Della Casa, il quale sotto la persona d’un vecchio idiota ammaestrante un suo giovanetto, si ragiona de’ modi che si debbono o tenere o schifare nella comune conversazione, cognominato Galateo overo de’ costumi).  E’ un breve trattato in forma di dialogo, in cui si immagina un “vecchio” (dietro il quale è celata la figura dello stesso autore) che impartisce insegnamenti ad un ipotetico giovane diviso in trenta capitoli ripartiti quasi sicuramente dall’editore che detta le regole consone alla conversazione, all’abbigliamento e ai costumi di un gentiluomo. Scopo dell’autore era quello di insegnare al gentiluomo il buon comportamento da tenersi nella vita quotidiana.

Tutta questa serie di norme, che andavano dal corteggiamento alla composizione della tavola, dalla corretta scrittura delle lettere all’organizzazione del matrimonio, dalla comunicazione al contegno, erano dettami importanti per condividere bene il proprio spazio con gli altri.

L’Abbazia di Sant’Eustacchio è un luogo molto bello che merita davvero una visita.

Era un importante monastero benedettino, sopresso nell’ 800 e oggi recentemente restaurato. Essa sorge a Nervesa della Battaglia, in un luogo strategico per la sua posizione sopraelevata e la vicinanza del Piave, che qui offriva numerose possibilità di guado.

Fu fondata prima dell’anno 1062 da Rambaldo III di Collalto e dalla madre Gisla per limitare il potere dei vescovi di Treviso, che avevano tolto loro il controllo della marca trevigiana, con un’istituzione che dipendesse direttamente dal pontefice, il quale dal canto suo non vedeva di buon occhio l’espansione dei vescovi trevigiani, sostenitori dell’imperatore. Nonostante il numero esiguo di monaci presenti, il capitolo poteva contare su vasti possedimenti e sulla protezione dei Collalto. Nel 1231, papa Gregorio IX riconosceva a Sant’Eustachio il controllo di trentacinque tra pievi e cappelle poste in tutto il territorio trevigiano sino a Mestre; diventando di fatto sempre più autonoma.

Durante il XIV secolo i vescovi di Treviso approfittarono delle varie crisi susseguitesi dovute allo scima d’occidente, alla peste e alle invasioni degli Ungari, per estendere la loro influenza su questo capitolo. Nel 1521 Papa Leone X, visto il lento ed inesorabile decadimento del capitolo, dovuto anche anche al malcostume dei suoi frati, soppresse l’Abbazia trasformandola in prepositura commendatizia sottoposta indirettamente al controllo dei Collalto (18 prepositi su 21 erano dei Collalto). Rimanevano anche i vari privilegi e possedimenti e, di conseguenza, i contrasti con il vescovo. Tra il XVI e il XVII secolo questo luogo divenne un importante polo culturale in grado di attrarre personaggi illustri, tra i quali va menzionato sicuramente Monsignor Della Casa, che qui compose il noto Galateo.

Tra il 1744 e il 1819, il complesso fu guidato dal preposito Vinciguerra VII di Collalto, uomo colto e capace che lo trasformò in un’importante azienda agricola retta da esperti e studiosi. Fu grazie a lui che la prepositura sopravvisse alle soppressioni napoleoniche di inizio Ottocento, che invece colpirono la vicina certosa di San Girolamo. In seguito, tuttavia, le autorità ecclesiastiche giudicarono inutile e obsoleta questa istituzione e, nel 1865, essa venne definitivamente soppressa. Dopo la Rotta di Caporetto, l’edificio si ritrovò in prossimità del fronte del Piave e subì pesanti danneggiamenti.

Ora riportato agli antichi splendori grazie al restauro di Giusti.

Alberta Bellussi

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La Pasqua è la festa cristiana per eccellenza.

A Venezia anche la Pasqua è stata influenzata dalle città con le quali la Serenissima si rapportava. Pensiamo infatti come la città di Venezia, più di tutte, per il suo glorioso passato e grazie al commercio abbia potuto confrontarsi con culture e religioni di tutto il mondo, rivedendo il proprio modo di intendere le tradizioni religiose. Basti pensare quanti credo religiosi sono presenti nella città, da uno dei più importanti Ghetti Ebraici del mondo, a San Lazzaro degli Armeni con la chiesa ortodossa, ai copti, alle tantissime chiese cristiane ecc.

Per esempio l’utilizzo dell’uovo è stato preso dalla cultura orientale con la quale Venezia era a contatto quotidiano. L’uovo, da sempre, è considerato il simbolo della vita e della rigenerazione e rispecchia quindi il messaggio pasquale della vittoria della vita sulla morte…

Il giorno della Pasqua si festeggiava con l lauti banchetti e con la preparazione della dolce “fugassa” (focaccia), molto simile all’attuale colomba pasquale; si festeggiava la resurrezione di Cristo, la Sua rinascita e si poneva fine al periodo del digiuno e delle privazioni quaresimali.

A Venezia c’era però anche una festa nella festa; il doge con tutto il suo seguito, effettuava una di quelle “andate”, come si chiamavano i cortei dogali che si svolgevano in determinate ricorrenze, per recarsi, a piedi lungo la Riva, alla chiesa di San Zaccaria e all’annesso monastero, dove veniva accolto, sul portone, dalla badessa congiuntamente alle altre monache.

Il doge veniva quindi accompagnato all’altare maggiore dove, insieme a tutta la Signoria, ascoltava la messa officiata dal Patriarca. Subito dopo si svolgeva un sontuoso banchetto nel refettorio del convento, preparato dalle monache in suo onore. Non solo, in questa occasione, il doge veniva anche omaggiato con un corno dogale, la corona del doge, confezionato dalle stesse monache. La leggenda e la cronaca fanno risalire il primo omaggio del tradizionale corno al doge, alla badessa Agostina Morosini, che offrì il primo al doge Pietro Tradonico (836-864).

Non solo il doge godeva delle bontà gastronomiche pasquali.

Proverbi culinari pasquali

Fugassa e uova entrarono a far parte del cultura culinaria pasquale veneta a tal punto che ne derivarono alcuni proverbi:

“No xè Pasqua sensa fugassa”

 “Xè Pasqua, xè Pasqua che caro che gò, se magna ea fugassa, se beve i cocò”

A Pasqua, trista xè la polastra che no la fa el vovo

 

RICETTA: La fugassa veneta

per uno stampo di carta per focaccia da 750 grammi

Ingredienti

250 g di farina 00

250 g di farina manitoba

70 ml di latte tiepido

4 uova intere medie a temperatura ambiente

12 g di lievito di birra fresco* (aumentate la quantità ( a 20 g) se dovete ridurre i tempi e farla in giornata senza riposo notturno)

150 g di zucchero

100 g di burro temperatura ambiente

1 presa di sale

5 cucchiai di aroma spumadoro oppure buccia di arancia e limone grattugiata

Per glassare:

latte

burro

2 cucchiai di zucchero zucchero in granella

oppure

1 albume

2 cucchiai di zucchero zucchero in granella

mandorle

Istruzioni

Per il lievitino:

In un recipiente di vetro sciogliete il lievito di birra nel latte tiepido, con 20 grammi di zucchero e 100 grammi delle farina che avrete mischiato. Formate la pastella coprite con della pellicola e lasciate riposare, fino al raddoppio (circa 1 ora).

Primo impasto:

Nel recipiente della planetaria, unire 200 grammi di farina, 2 uova e 80 grammi di zucchero. Aggiungete il lievitino e cominciate a lavorare il tutto con il gancio fino a che l’impasto inizia ad incordare.

Unite 50 grammi di burro morbido a piccoli pezzetti e continua a lavorare per circa 30 minuti, finché l’impasto sarà molto morbido e liscio.

Formate una palla con l’impasto e mettete a riposare coperto, al caldo, finché non sarà raddoppiato (circa 1 ora 1 ora e 1/2).

Secondo impasto:

Sempre nella planetaria, aggiungete la restante farina (200g ), 50 grammi di zucchero e le 2 uova, il sale e gli aromi.

Aggiungete l’impasto lievitato e cominciate a lavorare un’altra volta con il gancio finché sarà bello liscio, e unite gli altri 50 grammi di burro morbido a pezzetti.

Continuate a lavorare finché l’impasto sarà bello liscio, molto morbido ed elastico ma non appiccicoso. Ci vorrà un po’ più di tempo, anche 45 minuti. L’impasto sarà pronto quando si staccherà in un unico blocco.

Quindi rimettetelo a riposare, coperto con la pellicola, finché sarà raddoppiato. Io anche tutta la notte a temperatura ambiente (circa 20°C).

finale:

Sgonfiare l’impasto, formate una palla e mettetela nell’apposito stampo e lasciate ancora a lievitare in un posto caldo, coperto, circa 2 ore. L’impasto dovrà arrivare al bordo dello stampo. Lasciate l’impsto scoperto per 10-15 minuti in modo che si formi una leggera pellicola e con una lametta praticare un taglio a croce.

Spennellate il dolce con la “glassa”: per la versione più semplice, che io preferisco, spennellate con un po’ di latte e mettete qualche pezzetto di burro poi cospargete con lo zucchero in granella o semolato. Per la versione più ricca montate a neve l’albume con lo zucchero, spennellate la superficie del dolce e cospargete di zucchero in granella e mandorle.

Mettete in forno caldo statico a 170°C su una placca, a griglia possibilmente, e appena la focaccia si colorerà sopra coprite con un foglio di carta alluminio e portate a cottura finale. Ci vorranno circa 45-50 minuti, fate la prova stecchino e fatela raffreddare su una gratella.

Una volta raffreddata potete conservarla per qualche giorno dentro ad un sacchetto di plastica per alimenti.

Alberta Bellussi

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Qualche tempo fa ho letto un libro sull’influenza del Palladio nel paesaggio americano e mi piaceva condividere con voi alcuni punti che mi hanno resa orgogliosa di questo.

Molti storici e intellettuali ritengono che un uso sapiente dell’architettura sia uno degli elementi che hanno contribuito a creare l’identità di un Paese come l’America.

La Casa Bianca, sede della Presidenza degli Stati Uniti e uno dei simboli del Paese, e  il Campidoglio, edificio sormontato da una cupola centrale sono entrambe di forme palladiane.

Fu il terzo presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, autore della Dichiarazione d’Indipendenza. Thomas Jefferson (1743-1826), colui che scrisse materialmente la Dichiarazione d’Indipendenza e fu il terzo presidente degli USA.

Fu lui, senza ombra di dubbio, l’americano che più di ogni altro contribuì a dare un volto alla nuova nazione attraverso l’arte, l’architettura e il disegno del territorio. Fu un visionario ma anche un pragmatico, un uomo d’azione e insieme un intellettuale che conosceva il latino e il greco e che era convinto che il Nuovo Mondo si potesse costruire solo attraverso la razionalità, la bellezza del paesaggio e l’armonia del vivere, ispirati all’ ideale palladiano

Avete presente quelle vedute aeree delle campagne o delle città degli Stati Uniti tutte suddivise in quadrati regolari?

È stato Jefferson a fare in modo che fosse così, impostando una griglia riferita ai meridiani e paralleli, ispirandosi agli antichi Romani.

Ricordate la Casa Bianca, con il portico su colonne come una villa palladiana?

Jefferson avrebbe voluto addirittura una copia ingrandita della Rotonda di Vicenza, e comunque la casa del Presidente dei nuovi Stati Uniti, nati da una guerra sanguinosa contro una monarchia, doveva ispirarsi all’architettura repubblicana, com’era la Repubblica di Venezia.

Nel 1784, la Repubblica di Venezia era stata il primo Governo a riconoscere l’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Nel 1786 Jefferson arrivò a Venezia con una delegazione composta anche da Thomas Moore e Benjamin Franklin, per prendere visione delle leggi della Serenissima ed adottarle, dopo opportune modifiche, per la Costituzione degli Stati Uniti. Costituzione che è tuttora in vigore in quel Paese.

A Venezia, nella Repubblica Serenissima, venne Jefferson a prendere i fondamenti per quello che anche ora tutti ritengono un ordinamento modello. E conoscere e poi copiare la  ”civiltà della villa”, nata nelle nostre terre, per importare il buon vivere, l’ armonia con la natura, nel Paese che usciva da lotte sanguinose. Dettagli che non molti conoscono e che non sono riportati nei testi scolastici.

Andrea di Pietro della Gondola, figlio di un umile ”tajapiera” padovano, per noi veneti non avrebbe bisogno di presentazioni, è sinonimo di Architettura, non solo per noi veneti, la sua grandezza infatti era arrivata Oltreoceano. Una tale grandezza che nel 2010 il 111º Congresso degli Stati Uniti d’America ha dichiarato Andrea Palladio «Padre dell’architettura americana».

Questo anche in considerazione del fatto che «i monumenti architettonici americani ispirati sia direttamente sia indirettamente dagli scritti, dalle illustrazioni e dai progetti di Palladio formano una grande e inestimabile parte dell’eredità culturale della Nazione» e che «I Quattro Libri dell’Architettura» furono la fonte a cui molti dei grandi edifici classici americani dei secoli XIX e XX trassero ispirazione.

Il discepolo di Palladio Vincenzo Scamozzi, nella sua terra natale, portò a termine numerose opere del maestro, tra cui il celebre Teatro Olimpico a Vicenza. Il Neopalladianesimo riscosse un notevole successo fino al XIX secolo. L’architettura del Palladio dal Veneto ebbe rapida diffusione in tutta Europa. Andrea Palladio stesso venne riconosciuto come il precursore del Neoclassico, il suo stile influenzò le opere di architetti inglesi come Inigo Jones (1573-1652) il primo a importare il neoclassicismo Oltremanica, e Christopher Wren (1632-1723 ). Tra le opere di Wren non si può non ricordare la celeberrima cattedrale di Saint Paul a Londra.

Alberta Bellussi

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In questi giorni di emergenza viene molto usata una parola “Quarantena”.

La parola quarantena prende origine dall’isolamento di 40 giorni di navi e persone prima di entrare nella laguna della Repubblica Serenissima in relazione a quelle in arrivo a Venezia dai possedimenti dalmati (in particolare Ragusa, oggi Dubrovnik). Lo conferma il fatto che quarantena è parola veneziana, in italiano si diceva quarantina. Questo fu messo in atto come misura di prevenzione contro la malattia che imperversava in quel periodo: la peste nera. Tra il 1347 e il 1359 la Peste nera sterminò circa il 30% della popolazione dell’Europa e dell’Asia.

Sono stati i veneziani i più veloci a reagire e a istituire ancora nel primo anno di epidemia (1347) una magistratura con compiti sanitari, nominando tre tutori della salute pubblica divenuti,poi, provveditori alla Sanità, e a ricoverare dal 1403 i passeggeri provenienti da luoghi infetti nell’isola di Santa Maria di Nazareth, detta Nazarethum, nome presto modificato in Lazzaretto.

Venezia fu la prima ad emanare provvedimenti per arginare la diffusione della peste, nei primi anni della Peste Nera nel 1347 , seguì poi Reggio Emilia nel 1374. Nel 1467 Genova seguì l’esempio di Venezia.   Nel 1476 il vecchio ospedale per lebbrosi di Marsiglia fu convertito in un ospedale per gli appestati: il grande lazzaretto di questa città, forse il più completo nel suo genere, è stato edificato nel 1526 sull’isola di Pomgue. Le pratiche in tutti i lazzaretti del Mediterraneo non erano differenti dalle procedure inglesi nei commerci con il sudovest asiatico e con il Nordafrica.

Altre malattie si prestarono alla pratica della quarantena prima e dopo la devastazione della peste:

coloro afflitti da lebbra sono stati storicamente isolati dalla società;

i tentativi atti a contenere l’invasione della sifilide nell’Europa del Nord nel 1490 circa;

l’avvento della febbre gialla in Spagna all’inizio del XIX secolo;

l’arrivo del colera asiatico nel 1831.

Perché 40 giorni?

La scelta dei 40 giorni come lunghezza del periodo di isolamento necessario per evitare il contagio ha delle spiegazioni molto spesso simboliche e legate alla credenza popolare. Ce ne sono varie; potrebbe essere stato ricavato dalle teorie di Ippocrate sulle malattie acute. Per il medico greco, infatti, i 40 giorni rappresentavano un punto di svolta della malattia verso la guarigione. Un’altra teoria è che il numero fosse collegato alle teorie pitagoriche e al significato particolare del numero 4. Certamente il numero 40 ha un valore simbolico e magico fin dall’antichità: corrisponde ai giorni trascorsi da Gesù nel deserto, diventati poi la Quaresima, e durano 40 giorni anche il diluvio universale raccontato nella Genesi e l’Avvento.

Secondo altri studiosi, i primi a identificare un ruolo particolare di questo periodo di tempo sarebbero stati gli astronomi babilonesi che associarono i 40 giorni in cui la costellazione delle Pleiadi non è visibile, tra aprile e maggio, con le piene e le inondazioni primaverili, spesso catastrofiche, ma vitali per l’agricoltura.

Da quel momento il termine di 40 giorni sarebbe passato a indicare un periodo di difficoltà da dover superare per ritrovare la salute.Oggi quarantena ha assunto il valore generico di isolamento precauzionale ed è di durata variabili.

Alberta Bellussi

 

 

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Da dove deriva il nome Carnevale?

Il nome Carnevale deriva dal latino “carnem levare” (togliere la carne), riferito in origine al banchetto che precedeva il mercoledì delle ceneri, giorno a partire dal quale non era consentito mangiare carne.

Il Carnevale di Venezia è uno dei più antichi e famosi del mondo, con i balli in costume, gli spettacoli, le maschere che si aggirano tra calli e canali in un’atmosfera unica. Nella Serenissima durante il periodo di Carnevale era concessa ogni forma di inganno e finzione, tanto che chiunque poteva mascherarsi ed essere ammesso niente meno che alla presenza del Doge; ricchi e poveri, persone benestanti e indigenti, proprietari di vascelli e semplici marinai, cristiani, ebrei, uomini e donne.

A Venezia, nei secoli passati, l’usanza di indossare una maschera, risultando quindi irriconoscibili, andava oltre il periodo di Carnevale. Per questo motivo il governo dovette intervenire a più riprese per rivedere la legislazione in merito.

La maschera veneziana ha, davvero, origini antichissime; il primo documento che parla dell’uso dei travestimenti a Venezia è datato 1094 poi a partire dal 1271 a divenne il centro di scuole e botteghe di mastri artigiani (chiamati mascareri) che elaborarono tecniche sempre più sofisticate.

 

Maschere veneziane più famose

La maschera veneziana più celebre è la Baùta, uno dei travestimenti più comuni nel Carnevale antico, soprattutto a partire dal XVIII secolo. Ancora oggi è una delle figure più richieste, perché può essere indossata sia dagli uomini che dalle donne: è costituita da una particolare maschera bianca, completata dal tabarro, un lungo mantello scuro tradizionale. La baùta veniva utilizzata non solo a Carnevale, ma anche a teatro, alle feste, negli incontri galanti e ogni volta che desiderasse il totale anonimato durante il corteggiamento.

Altra maschera diffusa all’epoca era la Moretta, indossata dalle donne, che consisteva in una maschera tonda nera che si reggeva grazie a un bottone interno trattenuto dalle labbra. Per questo motivo veniva anche detta servetta muta, perché non consentiva né di parlare né di mangiare o bere. Altri costumi tipici per le donne sono la Gnaga, costituito da semplici abiti e una maschera da gatta, e la Colombina, considerata la controparte femminile della bauta. Questa maschera in particolare è molto richiesta perché non copre l’intero viso ma solo la zona degli occhi e può essere retta da un nastro attorno alla testa o da un bastoncino da tenere in mano.

Il Carnevale venne fermato dopo la caduta della Repubblica di Venezia (1797), e l’assoggettamento della città agli Austriaci e ai Francesi, anche se la tradizione venne conservata sulle isole di Murano e Burano. Solo alla fine degli anni ’70, su iniziativa di alcune associazioni e privati cittadini, fu deciso di reintrodurre i festeggiamenti. Il Carnevale tornò ad essere celebrato ufficialmente nel 1979.

Alberta Bellussi

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Basta un po’ di neve e sul Monte Cesen si risveglia il maestoso “l’ippopotamo”. Lo avete mai visto? Si tratta di una pineta verde che ricorda questa animale e che la gente del posto chiama in questo modo. Il Monte per arrivarci si chiama Monte Cesen ed è in Comune di Valdobbiadene con la Cima di Pianezze e la strada si chiama Endimione perchè la leggenda vuole che la dea Selene si sia innamorata del pastore Endimione proprio nel Monte Cesen.
Voi l’avete mai visto?