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L’Isola della Certosa, 24 ettari a nord ovest da Venezia dal cui centro dista poche centinaia di metri e pochi istanti di barca, ha ospitato nei secoli passati un complesso monastico di cui si vuole oggi recuperare la memoria, e in età napoleonica fu convertita a uso militare: un forte. L’sola della Certosa è un luogo  di chiese e monasteri fin dal 1422, oggi rimangono  poche rovine. L’isola si trova a NE della città di Venezia, tra San Pietro di Castello e il Lido. Un canale largo una ventina di metri la separa dall’isola delle Vignole. Fu sede di un monastero Agostiniano fin dal 1199 e ceduta in seguito ad una comunità di Certosini (1424).

Dopo anni di abbandono, la rinascita con il velista Alberto Sonino, della società Vento di Venezia che gestisce da una decina d’anni l’isola e la darsena Venezia Certosa Marina. Tra gli obiettivi c’è anche il recupero della Certosa stessa. Un edificio di pregio che testimonia la lunga storia religiosa dell’isola in cui abbiamo trovato anche opere d’arte e reperti archeologici.

Oltre ai monaci, nell’isola vi era una comunità di agricoltori che coltivavano l’isola a vigneti e orti.

Una leggenda vi vuole però sepolto il tesoro della Zecca di Venezia.

ll 12 maggio 1797 Napoleone occupa Venezia. È la prima volta nella sua lunga storia che la città cade in mani nemiche e subisce un saccheggio di proporzioni colossali, si parla del 70-80% dei suoi beni artistici razziato. Su un tesoro però i nuovi padroni non riescono a mettere le mani: l’oro della Zecca di Stato. Forse per questo hanno poi utilizzato la Zecca per fondere l’ingente patrimonio delle reliquie, per lo più bizantine, in possesso di chiese e monasteri veneziani soppressi.

Tre senatori, d’altrettante nobili famiglie, sovrintendevano al funzionamento del cuore monetario della Repubblica e questi, probabilmente prima della capitolazione ai francesi, devono aver pensato di mettere tali sostanze al sicuro, dove i nuovi occupanti non andassero a frugare. Tra le varie ipotesi sul nascondiglio del tesoro, una si incentra sull’isola della Certosa, una delle più belle e curate della laguna a quel tempo, che godeva dell’attenzione delle più eminenti famiglie le quali l’avevano eletta a loro Pantheon. Pare quindi che il Savio Cassier con i suoi collaboratori possedessero qui, nel chiostro piccolo, dei loculi e proprio di questi si siano serviti per occultare il tesoro della Serenissima, in attesa di tempi migliori.

Chissà poi che strade avrà preso il gruzzolo nascosto di cui non si fa più cenno in alcun documento. Forse i nobiluomini disperando in un ritorno della Serenissima all’antica gloria, se lo sono spartito fra loro o forse la fortuna giace ancora sepolta da qualche parte sull’isola…

Per questo si ritiene che ancora oggi, sull’isola, una vera fortuna in oro attenda ancora di essere scoperta. Da qualche parte in questo parco potrebbe essere nascosto un tesoro grandissimo.

Alberta Bellussi

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Nel paesaggio autunnale sono i colori delle foglie a rubare il nostro sguardo e a rendere i giardini e i viali una tavolozza di colori dal verde, al giallo, al rosso, al marrone. Foglie, foglie di tutti i colori sugli alberi e sul suolo ma c’è un frutto arancione che colora l’autunno e l’inverno delle nostre campagne: il caco.

Il cachi è uno dei frutti autunnali per eccellenza, dotato di numerose proprietà nutritive, si dice che se vuoi vivere più a lungo, ne dovresti mangiane parecchi!

Per i cinesi considerato l’albero delle sette virtù: è infatti longevo, ottimo per far nidificare gli uccelli, fa molta ombra, la legna è molto buona da ardere e ancora il fogliame produce concime di ottima qualità, raramente viene attaccato dai parassiti e poi è esteticamente bellissimo grazie ai suoi frutti colorati.

La conosci la leggenda contadina per la quale dentro i semi di caco è possibile trovare una delle tre posate che suggerisce come sarà il tempo durante l’inverno?

Si prende il seme contenuto nel caco lo si taglia longitudinalmente e si osserva la posata impressa dentro che ci darà il suggerimento di come saranno le previsioni meteo sull’inverno.

In particolare se la forma assunta dal germoglio somiglia a

la forchetta indica un inverno mite;

il coltello indica un freddo pungente;

il cucchiaio un inverno con abbondante neve.

A me è uscito un cucchiaio e a voi?

Alberta Bellussi

 

 

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Burano è nota al mondo per la delicatezza e l’eleganza dei suoi preziosi merletti.

L’isola si trova nella laguna di Venezia ed è un luogo magico: piccole casette colorate, biscotti buonissimi, ristorantini con le migliori specialità di pesce… e soprattutto merletti!

Molto spesso nella tradizione popolare sono le leggende e racconti tramandati oralmente a contenere piccole perle di letteratura sulle origini di usi e costume; questo accade sin dai tempi più antichi.

Le merlettaie sono davvero un’attrazione dell’isola e anche le più grandi case di moda internazionali si sono spesso servite di questi finissimi ricami.

Una romantica leggenda narra che un tempo lontano a Burano abitasse un pescatore di nome Nicolò, bello e affascinante, tanto da essere lo scapolo più ambito dell’isola.

Tutte le ragazze lo volevano ma lui aveva occhi solo per Maria, la donna che amava follemente.

Pochi giorni prima delle nozze Nicolò si trovava in mare a pescare quando cominciò a sentire un canto dolcissimo… Di lì a poco la sua barchetta era circondata da un gruppo di donne bellissime: le affascinanti Sirene.

Il buranello, come novello Ulisse, non si fece incantare e pensò a quanto grande era l’amore suo per Maria nessuna donna gli aveva fatto battere il cuore come lei e resistette al richiamo suadente per amore della sua bella.

La Regina delle Sirene, ammirata dalla prova di fedeltà del pescatore colpì con la coda il fianco della barca sollevando una massa candida di schiuma che formò un magnifico velo da sposa fatto come un merletto finemente ricamato.

Nicolò donò l’oggetto alla sua sposa il giorno delle nozze e Maria, brillava di gioia e amore con al capo il suo splendido merletto.

Il giorno delle nozze fu tanta l’ammirazione che suscitò questo prezioso dono che le donne di Burano con l’ago e un filo sottilissimo impararono a confezionare un tessuto che fosse all’altezza del dono fiabesco.

Nacque così il merletto di Burano!

Alberta Bellussi

 

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Come molti detti popolari, la vecchia pratica di “contare le pecore” per addormentarsi arriva  dall’eredità contadina della nostra storia ma da dove deriva più precisamente questa conta “ovina”?

Ce lo racconta una storia che vede protagonista Ezzelino da Romano, ed è raccolta in un libro di fine Duecento intitolato ‘Il Novellino’ e da allora divenne consuetudine contare le pecore per riuscire ad abbandonarsi tra le braccia di Morfeo…

Ezzelino Da Romano era il signore della Marca Trevigiana in epoca medioevale che, grazie alla sua abilità politica e alla violenza con cui si gettava in battaglia, conquistò molte città del Nord-Est italiano, accattivandosi anche il favore dell’Imperatore Federico II di Svevia, uno degli uomini più potenti d’Europa.

A causa del suo temperamento focoso Ezzelino era sempre irrequieto e soffriva di un’inguaribile insonnia che gli impediva di dormire, anche solo per poche ore.

Per distrarsi durante le lunghi nottate in bianco allora, Ezzelino prese presso di sé un cantastorie che lo intrattenesse con canzoni e storielle; il cantastorie, però, dopo qualche tempo non riusciva più a sostenere tutte quelle ore senza riposo ed escogitò uno stratagemma.

Era talmente sfinito che una sera, quando Ezzelino gli intimò di narrare un’altra storia, questi iniziò a raccontare una vicenda il cui protagonista era un contadino proprietario di cento bisonti che lì portò al mercato per scambiarli con delle pecore, due per ognuno di questi.

Durante il suo ritorno, il villano si accorse che, a causa di un forte temporale, il fiume che avrebbe dovuto guadare si era ingrossato a tal punto da impedirgli il passaggio. L’unico modo per attraversalo era quello di utilizzare la barca sgangherata di un pescatore nella quale poteva entrare solo lui e una pecora per volta.

 Il contadino non si perse d’animo: caricò la prima pecora sulla barchetta e cominciò a remare. Con forza e pazienza riuscì a raggiungere l’altra sponda, mise giù la prima pecora e tornò indietro per recuperarne un’altra e così via…mentre parlava, il cantastorie si addormentò.

Ezzelino, infastidito, lo scosse e gli intimò di continuare il racconto ed andare oltre. Ma il favolatore rispose: “Messere, lasciate prima passare tutte le pecore una ad una, poi proseguiremo a raccontare la storia!”.

A quelle parole, Ezzelino da Romano rise e pensò che ci sarebbe voluta tutta la notte perché tutto il gregge passasse all’altra sponda del fiume!

Così per quella notte il cantastorie poté finalmente addormentarsi a un’ora consona e riposarsi e Ezzelino si mise a contare le pecore che guadavano il fiume una ad una.

Alberta Bellussi

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l Lago di Misurina è, sicuramente, uno dei laghi più belli d’Italia.

È un lago naturale che si trova nel Cadore, in provincia di Belluno, a 1.754 metri di altitudine ed è molto grande. Ha un perimetro di 2,6 chilometri ed è profondo circa 5 metri. D’estate è un’importante meta di turismo, ma anche in inverno solitamente il lago si ghiaccia completamente e diventa completamente calpestabile. Questo lago oltre ad essere famoso per le proprietà benefiche della sua acqua che rende l’aria curativa per chi soffre di disturbi respiratori, custodisce la sua origine in una delle più famose leggende delle Dolomiti.

La conoscete?

La leggenda narra la storia di Misurina, figlia unica del re Sorapiss, governatore delle terre comprese tra le Tofane, l’Antelao, le Marmarole e le Tre Cime di Lavaredo.

Misurina era una bambina viziata, molto capricciosa e dispettosa, ma era anche una bambina molto graziosa.

Per il re Sorapiss, rimasto vedovo, era l’unica ragione di vita. Il re giustificava quindi il comportamento della bambina dando la colpa di tutto alla sofferenza che la piccola provava per la mancanza della figura materna.

Al compimento dell’ottavo anno di età, Misurina venne a conoscenza dell’esistenza di una fata che viveva sul Monte Cristallo e che possedeva uno specchio magico, il quale dava il potere di leggere i pensieri di chiunque vi si specchiasse. Misurina supplicò lungamente il padre affinché le procurasse lo specchio, che desiderava a ogni costo, finché Sorapiss cedette e l’accompagnò. La fata resistette a lungo, perché non voleva accontentare quella bimba capricciosa ma, di fronte alle lacrime di Sorapiss, finì per acconsentire, ponendo però una condizione, nella speranza che il re e sua figlia rinunciassero. La fata possedeva un bellissimo giardino ricco di fiori stupendi sul Monte Cristallo, ma l’eccesso di sole li appassiva prematuramente.  Sicché chiese, in cambio dello specchio, che Sorapiss accettasse di essere trasformato in una montagna, che proteggesse con la propria ombra il giardino della fata. Il re acconsentì.

Quando Misurina ricevette lo specchio e venne informata del patto, non si scompose, anzi, si mostrò entusiasta all’idea che suo padre, per renderla felice, diventasse una montagna, sulla quale lei avrebbe potuto correre e giocare. Ma in quello stesso istante, mentre Misurina contemplava lo specchio, Sorapiss cominciò a trasformarsi, gonfiandosi e cambiando colore: i capelli divennero alberi e le rughe crepacci.

Misurina si accorse improvvisamente di trovarsi in alto, sulla montagna che era stata suo padre e, rivolgendo lo sguardo in basso, fu colta da un capogiro e precipitò nel vuoto. Il re Sorapiss, nei suoi ultimi istanti di vita, dovette così assistere impotente alla tragica morte di sua figlia, sicché dai suoi occhi ancora aperti sgorgarono così tante lacrime da formare due ruscelli, i quali si raccolsero a valle formando un immenso lago, che prese il nome di Misurina. Lo specchio, cadendo, si infranse tra le rocce e i frammenti furono trascinati a valle dai ruscelli di lacrime del re, dove ancora oggi danno riflessi multicolori e che rendono ancora oggi il Lago di Misurina un luogo unico al mondo.

Alberta Bellussi

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I boschi del Montello, il Cansiglio, i boschi vicino al Piave e non solo, un po’ in tutto il Veneto vi sono luoghi di misteri e leggende tramandate oralmente, di generazione in generazione, fin dall’origine dei tempi.

Si racconta infatti che tutta la zona sia stata, da sempre abitata, da creature magiche tipiche del folklore veneto come: fate, anguane, draghi, spiritelli vari e anche il Diavolo, o altri piccoli diavoletti scontrosi e antipatici in una sorta di contrapposizione continua tra bene e male

Ma non li avete mai visti?

Può essere perché sono discreti e timidi non amano farsi vedere dai comuni mortali, tanto che, dato che nei boschi sono presenti fenomeni carsici che creano spesso doline e grotte, si nascondono quasi tutto il giorno da occhi indiscreti e curiosi per uscire al tramonto e di notte.

Ma da cosa hanno origine queste leggende magiche e fantastiche?

Probabilmente la fauna della zona, ricca di aquile reali, gufi reali (tipici portafortuna nella storia mondiale), pippistrelli, rapaci vari, scoiattoli, ghiri, volpi, donnole, faine, oltre a tassi, daini, caprioli, cervi e cinghiali ma anche di una flora molto ricca e variopinta.

Proprio a questa flora appartiene la pianta dei “Mamai”, chiamati anche “Lino delle Fate”.

Si presentano con un fusto che arriva anche a 60 centimetri e proprio in questo periodo, estivo, la pianta fiorisce mettendo pennacchi piumosi attorcigliati alla base.

Il pennacchio, bagnato nel latte di calce ed esposto al sole, diventa presto vellutato come la pelle di gatto, o pelliccia morbida che si dice “mamao” appunto in dialetto veneto.

Il nome con il quale sono invece, universalmente conosciute queste piante, è Stipa pennata ma spesso viene chiamata anche “Lino delle fate”.

 Perché?

La leggenda vuole che le fate, alla ricerca di tessuti speciali per i loro splendidi abiti, scendano a valle dalle loro foreste incantate per cogliere i lunghi fiori piumosi di questa particolare pianta, per poi tessere le loro vesti argentate e luccicanti.

“La festa dei Mamai si svolge da moltissimo tempo nel paese di Moriago, lungo le rive del Piave,  e potete provare a cercarle: dicono che lascino alle loro spalle un luccichio di polvere magica e un intenso profumo di fiori…

Alberta Bellussi

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Le Anguane:  non ne avevo mai sentito parlare, devo ammetterlo, conoscevo il Mathariòl,  ma loro no e domenica durante una visita guidata ad un castello le ho conosciute, ne sono rimasta affascinata, e mi sono subito messa a cercare più cose possibile di loro.

La provincia di Treviso è una provincia di acque… l’acqua del Piave ha un valore molto importante per i territori che attraversa e per le sue genti.  Dalle acque sotterranee del Piave, vicino al Montello, hanno origine anche le sorgenti del Sile, l’altro grande fiume che attraversa la provincia di Treviso.

Il Sile ha una temperatura costante; l’acqua sempre limpida anche in città e la scorrevolezza continua.

Ci sono delle creature mitologiche che proteggono le acque trevigiane e si chiamano “Anguane”, una sorta di ninfe che, nelle leggende , assumono una  forma simile alla sirena, specie nel basso Piave e basso Sile, ma non solo, proteggono anche le acque di molti altri posti nel Veneto.

Ma chi è l’Anguana?

Sono creature che vivono vicino alle sorgenti, caverne o altri ambienti acquatici, come si capisce dall’origine etimologica del loro stesso nome, che viene fatto derivare dal latino Acquaneae, cioè abitatrici dell’acqua.

Dalla vita in su sono delle bellissime fanciulle, dalla vita in giù hanno corpo di anguilla o di pesce.

Secondo  altre varianti montane presentano semplicemente dei piedi rovesciati oppure, per probabile contaminazione con la figura mitologica del Mathariòl, hanno gambe caprine.

La metà umana presenta delle caratteristiche particolari; la pupilla dilatabile come gli animali notturni; sono a sangue freddo; la loro pelle è viscida e la folta chioma è costituita da alghe filiformi.

Stanno ritirate durante tutto il giorno, escono all’imboccatura delle grotte o fuori dalle sorgenti al tramonto, a lavare i panni e a cantare.

Il loro canto è ammaliante. Per sottrarsi al loro fascino gli umani devono indossare dei girocolli fatti con virgulti di viburno intrecciati.

Vengono descritte come perfette massaie, eppure la liscia della Anguane era riferita al bucato mal riuscito perché erano abituate a lavare i panni di notte, e anche ricamare lenzuola e fazzoletti, conservati dagli uomini che se ne innamoravano.

Brave madri anche se capaci di uccidere lefanciulle delle quali erano invidiose; mogli devote ma che scomparivano se lo sposo ne pronunciava il nome leggendario.

Ci sono due interpretazioni; la prima è che le Anguane siano personificazioni mitiche dell’ambivalenza dell’acqua. Se questa, da un lato, è vista come fonte di vita e di allegria, dall’altra è certo anche una potenziale occasione di morte. La seconda indica il fortissimo legame con una figura di madre controversa, complessa e articolata, parte di quel mito della fertilità e della figura materna che accompagna da sempre l’uomo.

Alberta Bellussi

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Ormai chi mi segue nella pagina del Ilcuoreveneto lo sa che sono affascinata e attenta a quei modi di dire che erano nel parlare dei nostri nonni e che, ogni tanto,  escono, anche a noi,  in mezzo ai discorsi del vivere quotidiano.

Ascolto il linguaggio dei ragazzi e mi rendo sempre più conto che il loro disquisire manca di questi detti coloriti e carichi di veneticità e un po’ mi dispiace.

L’altro giorno ero in Posta e mi piace parlare con gli anziani, mentre attendo il mio turno, e un signore di 86 anni  mi raccontava della sua Cinquecento parcheggiata fuori, mi ha detto: “ la e dei tempi de Marco Caco ma la se mantien come na signorina”.

Uè! mi si è accesa la lampadina, anche mia nonna parlava spesso di sto Marco Caco per dire che una cosa era tanto ma tanto vecchia, in modo ironico, ma non solo e allora ho provato a cercare per capire chi fosse.

Di notizie sul signor Caco ce ne sono davvero poche, sembra, però, che il nome con il quale è “comunemente” conosciuto sia la storpiatura di Marco Cacamo. Lui era un  valoroso condottiero che si contraddistinse nella lotta tra veneziani e padovani alla Torre delle Bebbe, nel 1214.

Si tratta della “guerra del castello d’amore”. La vicenda ha inizio a Treviso, il 19 maggio 1214, festa di Pentecoste, dove era stato allestito, secondo la tradizione popolare di quella città, un castello di legno, addobbato a festa, dagli spalti del quale si affacciavano per difenderlo le fanciulle più belle della città.

Erano accorsi giovani anche dalle città vicine: Padova, Venezia e Chioggia. Avanzavano nell’impresa tenendosi uniti attorno al vessillo della propria città. Nella finzione le armi della contesa sarebbero state innocue, ovvero fiori, dolci, confetti e battute spiritose.

Ben presto si venne alle mani e la gara degenerò in zuffa, quindi in una vera e propria battaglia quando i padovani ebbero la malaugurata idea di stracciare e vilipendere lo stendardo veneziano.  Davanti allo sfregio del gonfalone di San Marco, veneziani e chioggiotti sfoderarono le armi e non ci fu una sanguinosa carneficina solo grazie all’intervento del sovrintendente della gara, Torello Salinguerra.  Ma la lotta, momentaneamente interrotta venne ripresa su iniziativa dei padovani che, alleati con un gruppo di trevigiani, si presentarono ai confini del territorio di Chioggia per riprendere le ostilità, guidati dal capitano Geremia da Peraga, decisi ad ottenere la rivincita ma anche i vantaggi sulle saline.

Ottennero risultati positivi scendendo d’improvviso nei territori di Cavarzere e Cavanella d’Adige, riuscendo anche ad occupare la Torre di Bebe, a Chioggia,  che pure era stata difesa strenuamente dai chioggiotti capitanati dal coraggioso Marco Cacamo detto Caco.

Il contrattacco, con l’appoggio di un contingente veneziano, ebbe inizio il 21 ottobre 1214 e fu coronato da una serie di successi.

La compagnia di trevigiani accorsi in aiuto dei padovani venne sconfitta e si procedette al recupero dei castelli, nei quali si erano annidati i nemici, compreso Geremia da Peraga, che cadde nelle mani alleate.

La pace venne siglata il 9 aprile del 1215 e le clausole rivelarono la vera natura della contesa: la restituzione dei territori sottratti alla Repubblica di Venezia e il divieto ai padovani di avvicinarsi alla laguna.

Quindi essere dell’epoca di Marco Caco significa avere circa 800 anni.

Alberta Bellussi

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Non so voi, ma io ricordo mia nonna che ogni volta che c’erano una serie di eventi atmosferici strani, anomali mi ripeteva vari detti veneti che andavano a giustificare il fortunale o la siccità.

E quando verso fine giugno si verificavano dei temporali tremendi era sempre colpa “dea mare di san Piero”, “la madre di san Pietro”; questi fenomeni si manifestano nei giorni vicini alla festività dei santi Pietro e Paolo, il 29 di giugno.

Ma dove nasce questa leggenda?

Questo detto poggia le sue radici su una leggenda italiana ma soprattutto veneta che viene tramandata oralmente di generazione in generazione. Si racconta, infatti, che la madre di San Pietro non fosse per nulla buona e caritatevole nemmeno con le persone di famiglia che le erano vicine; anzi sembra fosse davvero cattiva e che maltrattasse le persone. Quando morì, per la sua condotta di vita, venne spedita velocemente all’Inferno anche se suo figlio cercò in tutti i modi di impedirlo, usando anche la sua autorità.

Sappiamo che proprio Pietro era il capo della prima comunità cristiana di Roma. Il Vangelo di Matteo riporta: – 18- E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19- A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Egli fu martirizzato crocifisso a testa in giù, perché predicava la fratellanza universale, l’amore tra le persone, la conversione al bene e anche la conciliazione tra i popoli; le sue azioni e le sue parole erano considerate scandalose rispetto a ciò che diffondeva il potere romano che adorava l’imperatore come una divinità e quindi non potevano esistere altre divinità all’infuri di lui.

Era il momento in cui il cristianesimo stava mettendo le radici ma non era facile; Pietro fu il primo Papa e in Paradiso era il responsabile degli ingressi di tale luogo, infatti viene sempre raffigurato con due grosse chiavi in mano e da sempre si dice che quando moriamo sarà San Piero ad aprirci o meno le porte.

Tornando “alla mare de San Piero” lui decise di prendere questo incarico che gli permetteva di  stare sulla porta del Paradiso perché da lì poteva vedere anche l’inferno dove era finita sua mamma.

Un giorno chiese di poterla vedere ma gli fu negata. Continuò a insistere finché dopo tante lusinghe presso il Padre Eterno gli venne concessa. Poteva vederla una volta all’anno nei giorni della sua festa, il 29 di giugno, che guarda caso si trova proprio nel periodo astrale del solstizio d’estate.

Gli angeli del cielo costruirono una scala di corda e la calarono fino a farla giungere vicino alla porta degli inferi, dove si trovava la donna. Accadde che le persone che erano negli inferi si accorsero della scala preparata per farla uscire e moltissimi si attaccarono scatenando un grandissimo caos perché tutti volevano uscire.  La scala, dal peso, si ruppe togliendole definitivamente ogni possibilità per poter accedere al Paradiso. San Pietro dal Paradiso non smise mai di intercedere per poter rivedere la mamma e ma ogni volta che si aprivano le porte dell’Inferno si scatenava il finimondo perché tutti sospettavano che la donna volesse scappare.  Proprio a questi episodi si riferiscono certi fenomeni atmosferici fatti di lampi e tuoni e grande fragore che capitano proprio nel periodo che comprende la festa dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno.

Stiamo a osservare quest’anno se la “mare de San Piero” aprirà le porte dell’Inferno e scatenerà il disastro anche quest’anno o no?  Semmai c’è sempre la candela della “Zerioa” accesa che, nella tradizione veneta, scaccia i temporali estivi e le catastrofi ma magari ne parleremo in futuro.

Alberta Bellussi

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Quale donna non si emoziona al regalo di un bocciolo di rosa rosso passione da parte del proprio amato?

Lo sapevi che questa romantica tradizione nasce a Venezia?

Ci sono due versioni una tragica e una più allegra ma entrambe sottolineano l’importanza dell’Amore.

Il 25 aprile giorno della festa del patrono di Venezia, l’evangelista Marco, i Veneziani rivivono un’antica tradizione. E’ usanza, infatti, regalare alla propria donna un bocciolo di rosa rossa in dialetto per l’appunto bòcolo. Le origini di questa usanza sono antichissime.

 

La tradizione poggia le sue radici sulla leggenda del Boccolo di San Marco dove si racconta dell’amore di due giovani, così forte e intenso da essere tramandato nella tradizione veneziana proprio con un fiore, il bòcolo.

La storia dice che, nella seconda metà del IX secolo, la figlia del Doge Orso I Partecipazio, Maria detta Vulcana perché aveva i capelli di un rosso fiammeggiante, amava ricambiata un giovane di umili origini, un certo Tancredi.

Il Doge di Venezia non avrebbe ovviamente approvato la loro unione, così la fanciulla consigliò all’amato di arruolarsi nelle truppe dell’imperatore Carlo Magno a combattere contro i mori di Spagna  per ottenere la gloria necessaria per aspirare alla sua mano. Il giovane si distinse valorosamente in guerra ma fu ferito mortalmente in un roseto.

Prima di morire però affidò all’amico Orlando un bocciolo tinto col il rosso del suo sangue perché lo consegnasse alla sua amata come estremo pegno d’amore. Il 25 aprile, il giorno dopo aver ricevuto da Orlando il messaggio d’amore dell’innamorato, Maria fu trovata morta nel suo letto con il bocciolo sul petto.

Ancora oggi si racconta che il fantasma di Maria, nel giorno di San Marco, il 25 aprile, si aggiri per Venezia, pallida presenza senza colore, se non per quel fiore rosso stretto al petto provata dalla morte del suo grande amore.

La tradizione della festa del Bocolo: storia di un amore a lieto fine

La Festa del Boccolo di Venezia ha però anche una versione meno tragica.  Questa parla di un amore a prima vista tra due giovani appartenenti a due rami nemici della stessa famiglia, i cui orti furono per lungo tempo divisi da un roseto senza fiori.

Questa pianta iniziò a rifiorire proprio il 25 aprile, di fronte allo sbocciare del nuovo amore. Quel roseto proveniva dal luogo di sepoltura di San Marco Evangelista e fu donato, molti anni prima, ad un marinaio della Giudecca di nome Basilio, antenato dei due giovani, quale premio per la sua partecipazione al trafugamento delle spoglie del Santo.  Proprio da questo roseto l’innamorato staccò un bocciolo che donò alla fanciulla, ripristinando così la pace tra le due famiglie.

Non so quale sia la versione che vi piace di più ma sempre di amore e passione si tratta e il simbolo è quel bocciolo di rosa rossa che viene regalato, ancor oggi, alla propria amata in segno d’Amore.

Alberta Bellussi