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La Pasqua è la festa cristiana per eccellenza.

A Venezia anche la Pasqua è stata influenzata dalle città con le quali la Serenissima si rapportava. Pensiamo infatti come la città di Venezia, più di tutte, per il suo glorioso passato e grazie al commercio abbia potuto confrontarsi con culture e religioni di tutto il mondo, rivedendo il proprio modo di intendere le tradizioni religiose. Basti pensare quanti credo religiosi sono presenti nella città, da uno dei più importanti Ghetti Ebraici del mondo, a San Lazzaro degli Armeni con la chiesa ortodossa, ai copti, alle tantissime chiese cristiane ecc.

Per esempio l’utilizzo dell’uovo è stato preso dalla cultura orientale con la quale Venezia era a contatto quotidiano. L’uovo, da sempre, è considerato il simbolo della vita e della rigenerazione e rispecchia quindi il messaggio pasquale della vittoria della vita sulla morte…

Il giorno della Pasqua si festeggiava con l lauti banchetti e con la preparazione della dolce “fugassa” (focaccia), molto simile all’attuale colomba pasquale; si festeggiava la resurrezione di Cristo, la Sua rinascita e si poneva fine al periodo del digiuno e delle privazioni quaresimali.

A Venezia c’era però anche una festa nella festa; il doge con tutto il suo seguito, effettuava una di quelle “andate”, come si chiamavano i cortei dogali che si svolgevano in determinate ricorrenze, per recarsi, a piedi lungo la Riva, alla chiesa di San Zaccaria e all’annesso monastero, dove veniva accolto, sul portone, dalla badessa congiuntamente alle altre monache.

Il doge veniva quindi accompagnato all’altare maggiore dove, insieme a tutta la Signoria, ascoltava la messa officiata dal Patriarca. Subito dopo si svolgeva un sontuoso banchetto nel refettorio del convento, preparato dalle monache in suo onore. Non solo, in questa occasione, il doge veniva anche omaggiato con un corno dogale, la corona del doge, confezionato dalle stesse monache. La leggenda e la cronaca fanno risalire il primo omaggio del tradizionale corno al doge, alla badessa Agostina Morosini, che offrì il primo al doge Pietro Tradonico (836-864).

Non solo il doge godeva delle bontà gastronomiche pasquali.

Proverbi culinari pasquali

Fugassa e uova entrarono a far parte del cultura culinaria pasquale veneta a tal punto che ne derivarono alcuni proverbi:

“No xè Pasqua sensa fugassa”

 “Xè Pasqua, xè Pasqua che caro che gò, se magna ea fugassa, se beve i cocò”

A Pasqua, trista xè la polastra che no la fa el vovo

 

RICETTA: La fugassa veneta

per uno stampo di carta per focaccia da 750 grammi

Ingredienti

250 g di farina 00

250 g di farina manitoba

70 ml di latte tiepido

4 uova intere medie a temperatura ambiente

12 g di lievito di birra fresco* (aumentate la quantità ( a 20 g) se dovete ridurre i tempi e farla in giornata senza riposo notturno)

150 g di zucchero

100 g di burro temperatura ambiente

1 presa di sale

5 cucchiai di aroma spumadoro oppure buccia di arancia e limone grattugiata

Per glassare:

latte

burro

2 cucchiai di zucchero zucchero in granella

oppure

1 albume

2 cucchiai di zucchero zucchero in granella

mandorle

Istruzioni

Per il lievitino:

In un recipiente di vetro sciogliete il lievito di birra nel latte tiepido, con 20 grammi di zucchero e 100 grammi delle farina che avrete mischiato. Formate la pastella coprite con della pellicola e lasciate riposare, fino al raddoppio (circa 1 ora).

Primo impasto:

Nel recipiente della planetaria, unire 200 grammi di farina, 2 uova e 80 grammi di zucchero. Aggiungete il lievitino e cominciate a lavorare il tutto con il gancio fino a che l’impasto inizia ad incordare.

Unite 50 grammi di burro morbido a piccoli pezzetti e continua a lavorare per circa 30 minuti, finché l’impasto sarà molto morbido e liscio.

Formate una palla con l’impasto e mettete a riposare coperto, al caldo, finché non sarà raddoppiato (circa 1 ora 1 ora e 1/2).

Secondo impasto:

Sempre nella planetaria, aggiungete la restante farina (200g ), 50 grammi di zucchero e le 2 uova, il sale e gli aromi.

Aggiungete l’impasto lievitato e cominciate a lavorare un’altra volta con il gancio finché sarà bello liscio, e unite gli altri 50 grammi di burro morbido a pezzetti.

Continuate a lavorare finché l’impasto sarà bello liscio, molto morbido ed elastico ma non appiccicoso. Ci vorrà un po’ più di tempo, anche 45 minuti. L’impasto sarà pronto quando si staccherà in un unico blocco.

Quindi rimettetelo a riposare, coperto con la pellicola, finché sarà raddoppiato. Io anche tutta la notte a temperatura ambiente (circa 20°C).

finale:

Sgonfiare l’impasto, formate una palla e mettetela nell’apposito stampo e lasciate ancora a lievitare in un posto caldo, coperto, circa 2 ore. L’impasto dovrà arrivare al bordo dello stampo. Lasciate l’impsto scoperto per 10-15 minuti in modo che si formi una leggera pellicola e con una lametta praticare un taglio a croce.

Spennellate il dolce con la “glassa”: per la versione più semplice, che io preferisco, spennellate con un po’ di latte e mettete qualche pezzetto di burro poi cospargete con lo zucchero in granella o semolato. Per la versione più ricca montate a neve l’albume con lo zucchero, spennellate la superficie del dolce e cospargete di zucchero in granella e mandorle.

Mettete in forno caldo statico a 170°C su una placca, a griglia possibilmente, e appena la focaccia si colorerà sopra coprite con un foglio di carta alluminio e portate a cottura finale. Ci vorranno circa 45-50 minuti, fate la prova stecchino e fatela raffreddare su una gratella.

Una volta raffreddata potete conservarla per qualche giorno dentro ad un sacchetto di plastica per alimenti.

Alberta Bellussi

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Qualche tempo fa ho letto un libro sull’influenza del Palladio nel paesaggio americano e mi piaceva condividere con voi alcuni punti che mi hanno resa orgogliosa di questo.

Molti storici e intellettuali ritengono che un uso sapiente dell’architettura sia uno degli elementi che hanno contribuito a creare l’identità di un Paese come l’America.

La Casa Bianca, sede della Presidenza degli Stati Uniti e uno dei simboli del Paese, e  il Campidoglio, edificio sormontato da una cupola centrale sono entrambe di forme palladiane.

Fu il terzo presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, autore della Dichiarazione d’Indipendenza. Thomas Jefferson (1743-1826), colui che scrisse materialmente la Dichiarazione d’Indipendenza e fu il terzo presidente degli USA.

Fu lui, senza ombra di dubbio, l’americano che più di ogni altro contribuì a dare un volto alla nuova nazione attraverso l’arte, l’architettura e il disegno del territorio. Fu un visionario ma anche un pragmatico, un uomo d’azione e insieme un intellettuale che conosceva il latino e il greco e che era convinto che il Nuovo Mondo si potesse costruire solo attraverso la razionalità, la bellezza del paesaggio e l’armonia del vivere, ispirati all’ ideale palladiano

Avete presente quelle vedute aeree delle campagne o delle città degli Stati Uniti tutte suddivise in quadrati regolari?

È stato Jefferson a fare in modo che fosse così, impostando una griglia riferita ai meridiani e paralleli, ispirandosi agli antichi Romani.

Ricordate la Casa Bianca, con il portico su colonne come una villa palladiana?

Jefferson avrebbe voluto addirittura una copia ingrandita della Rotonda di Vicenza, e comunque la casa del Presidente dei nuovi Stati Uniti, nati da una guerra sanguinosa contro una monarchia, doveva ispirarsi all’architettura repubblicana, com’era la Repubblica di Venezia.

Nel 1784, la Repubblica di Venezia era stata il primo Governo a riconoscere l’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Nel 1786 Jefferson arrivò a Venezia con una delegazione composta anche da Thomas Moore e Benjamin Franklin, per prendere visione delle leggi della Serenissima ed adottarle, dopo opportune modifiche, per la Costituzione degli Stati Uniti. Costituzione che è tuttora in vigore in quel Paese.

A Venezia, nella Repubblica Serenissima, venne Jefferson a prendere i fondamenti per quello che anche ora tutti ritengono un ordinamento modello. E conoscere e poi copiare la  ”civiltà della villa”, nata nelle nostre terre, per importare il buon vivere, l’ armonia con la natura, nel Paese che usciva da lotte sanguinose. Dettagli che non molti conoscono e che non sono riportati nei testi scolastici.

Andrea di Pietro della Gondola, figlio di un umile ”tajapiera” padovano, per noi veneti non avrebbe bisogno di presentazioni, è sinonimo di Architettura, non solo per noi veneti, la sua grandezza infatti era arrivata Oltreoceano. Una tale grandezza che nel 2010 il 111º Congresso degli Stati Uniti d’America ha dichiarato Andrea Palladio «Padre dell’architettura americana».

Questo anche in considerazione del fatto che «i monumenti architettonici americani ispirati sia direttamente sia indirettamente dagli scritti, dalle illustrazioni e dai progetti di Palladio formano una grande e inestimabile parte dell’eredità culturale della Nazione» e che «I Quattro Libri dell’Architettura» furono la fonte a cui molti dei grandi edifici classici americani dei secoli XIX e XX trassero ispirazione.

Il discepolo di Palladio Vincenzo Scamozzi, nella sua terra natale, portò a termine numerose opere del maestro, tra cui il celebre Teatro Olimpico a Vicenza. Il Neopalladianesimo riscosse un notevole successo fino al XIX secolo. L’architettura del Palladio dal Veneto ebbe rapida diffusione in tutta Europa. Andrea Palladio stesso venne riconosciuto come il precursore del Neoclassico, il suo stile influenzò le opere di architetti inglesi come Inigo Jones (1573-1652) il primo a importare il neoclassicismo Oltremanica, e Christopher Wren (1632-1723 ). Tra le opere di Wren non si può non ricordare la celeberrima cattedrale di Saint Paul a Londra.

Alberta Bellussi

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In questi giorni di emergenza viene molto usata una parola “Quarantena”.

La parola quarantena prende origine dall’isolamento di 40 giorni di navi e persone prima di entrare nella laguna della Repubblica Serenissima in relazione a quelle in arrivo a Venezia dai possedimenti dalmati (in particolare Ragusa, oggi Dubrovnik). Lo conferma il fatto che quarantena è parola veneziana, in italiano si diceva quarantina. Questo fu messo in atto come misura di prevenzione contro la malattia che imperversava in quel periodo: la peste nera. Tra il 1347 e il 1359 la Peste nera sterminò circa il 30% della popolazione dell’Europa e dell’Asia.

Sono stati i veneziani i più veloci a reagire e a istituire ancora nel primo anno di epidemia (1347) una magistratura con compiti sanitari, nominando tre tutori della salute pubblica divenuti,poi, provveditori alla Sanità, e a ricoverare dal 1403 i passeggeri provenienti da luoghi infetti nell’isola di Santa Maria di Nazareth, detta Nazarethum, nome presto modificato in Lazzaretto.

Venezia fu la prima ad emanare provvedimenti per arginare la diffusione della peste, nei primi anni della Peste Nera nel 1347 , seguì poi Reggio Emilia nel 1374. Nel 1467 Genova seguì l’esempio di Venezia.   Nel 1476 il vecchio ospedale per lebbrosi di Marsiglia fu convertito in un ospedale per gli appestati: il grande lazzaretto di questa città, forse il più completo nel suo genere, è stato edificato nel 1526 sull’isola di Pomgue. Le pratiche in tutti i lazzaretti del Mediterraneo non erano differenti dalle procedure inglesi nei commerci con il sudovest asiatico e con il Nordafrica.

Altre malattie si prestarono alla pratica della quarantena prima e dopo la devastazione della peste:

coloro afflitti da lebbra sono stati storicamente isolati dalla società;

i tentativi atti a contenere l’invasione della sifilide nell’Europa del Nord nel 1490 circa;

l’avvento della febbre gialla in Spagna all’inizio del XIX secolo;

l’arrivo del colera asiatico nel 1831.

Perché 40 giorni?

La scelta dei 40 giorni come lunghezza del periodo di isolamento necessario per evitare il contagio ha delle spiegazioni molto spesso simboliche e legate alla credenza popolare. Ce ne sono varie; potrebbe essere stato ricavato dalle teorie di Ippocrate sulle malattie acute. Per il medico greco, infatti, i 40 giorni rappresentavano un punto di svolta della malattia verso la guarigione. Un’altra teoria è che il numero fosse collegato alle teorie pitagoriche e al significato particolare del numero 4. Certamente il numero 40 ha un valore simbolico e magico fin dall’antichità: corrisponde ai giorni trascorsi da Gesù nel deserto, diventati poi la Quaresima, e durano 40 giorni anche il diluvio universale raccontato nella Genesi e l’Avvento.

Secondo altri studiosi, i primi a identificare un ruolo particolare di questo periodo di tempo sarebbero stati gli astronomi babilonesi che associarono i 40 giorni in cui la costellazione delle Pleiadi non è visibile, tra aprile e maggio, con le piene e le inondazioni primaverili, spesso catastrofiche, ma vitali per l’agricoltura.

Da quel momento il termine di 40 giorni sarebbe passato a indicare un periodo di difficoltà da dover superare per ritrovare la salute.Oggi quarantena ha assunto il valore generico di isolamento precauzionale ed è di durata variabili.

Alberta Bellussi

 

 

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Da dove deriva il nome Carnevale?

Il nome Carnevale deriva dal latino “carnem levare” (togliere la carne), riferito in origine al banchetto che precedeva il mercoledì delle ceneri, giorno a partire dal quale non era consentito mangiare carne.

Il Carnevale di Venezia è uno dei più antichi e famosi del mondo, con i balli in costume, gli spettacoli, le maschere che si aggirano tra calli e canali in un’atmosfera unica. Nella Serenissima durante il periodo di Carnevale era concessa ogni forma di inganno e finzione, tanto che chiunque poteva mascherarsi ed essere ammesso niente meno che alla presenza del Doge; ricchi e poveri, persone benestanti e indigenti, proprietari di vascelli e semplici marinai, cristiani, ebrei, uomini e donne.

A Venezia, nei secoli passati, l’usanza di indossare una maschera, risultando quindi irriconoscibili, andava oltre il periodo di Carnevale. Per questo motivo il governo dovette intervenire a più riprese per rivedere la legislazione in merito.

La maschera veneziana ha, davvero, origini antichissime; il primo documento che parla dell’uso dei travestimenti a Venezia è datato 1094 poi a partire dal 1271 a divenne il centro di scuole e botteghe di mastri artigiani (chiamati mascareri) che elaborarono tecniche sempre più sofisticate.

 

Maschere veneziane più famose

La maschera veneziana più celebre è la Baùta, uno dei travestimenti più comuni nel Carnevale antico, soprattutto a partire dal XVIII secolo. Ancora oggi è una delle figure più richieste, perché può essere indossata sia dagli uomini che dalle donne: è costituita da una particolare maschera bianca, completata dal tabarro, un lungo mantello scuro tradizionale. La baùta veniva utilizzata non solo a Carnevale, ma anche a teatro, alle feste, negli incontri galanti e ogni volta che desiderasse il totale anonimato durante il corteggiamento.

Altra maschera diffusa all’epoca era la Moretta, indossata dalle donne, che consisteva in una maschera tonda nera che si reggeva grazie a un bottone interno trattenuto dalle labbra. Per questo motivo veniva anche detta servetta muta, perché non consentiva né di parlare né di mangiare o bere. Altri costumi tipici per le donne sono la Gnaga, costituito da semplici abiti e una maschera da gatta, e la Colombina, considerata la controparte femminile della bauta. Questa maschera in particolare è molto richiesta perché non copre l’intero viso ma solo la zona degli occhi e può essere retta da un nastro attorno alla testa o da un bastoncino da tenere in mano.

Il Carnevale venne fermato dopo la caduta della Repubblica di Venezia (1797), e l’assoggettamento della città agli Austriaci e ai Francesi, anche se la tradizione venne conservata sulle isole di Murano e Burano. Solo alla fine degli anni ’70, su iniziativa di alcune associazioni e privati cittadini, fu deciso di reintrodurre i festeggiamenti. Il Carnevale tornò ad essere celebrato ufficialmente nel 1979.

Alberta Bellussi

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Basta un po’ di neve e sul Monte Cesen si risveglia il maestoso “l’ippopotamo”. Lo avete mai visto? Si tratta di una pineta verde che ricorda questa animale e che la gente del posto chiama in questo modo. Il Monte per arrivarci si chiama Monte Cesen ed è in Comune di Valdobbiadene con la Cima di Pianezze e la strada si chiama Endimione perchè la leggenda vuole che la dea Selene si sia innamorata del pastore Endimione proprio nel Monte Cesen.
Voi l’avete mai visto?

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Anche se non è chiara la datazione dell’invenzione degli occhiali rimanda ai vetri delle fornaci di Murano ma I primi documenti sicuramente veri e ancora esistenti intorno a questa invenzione sono localizzabili in Veneto, in particolare a Treviso all’interno della Sala del Capitolo del convento domenicano della chiesa di San Nicolò, a partire dal dipinto del cardinale Ugone di Provenza eseguito da Tommaso da Modena nel 1352. Questo affresco è una delle prime testimonianze dell’uso degli occhiali al mondo.
Alberta Bellussi

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Io appartengo alla specie di chi ama andare a funghi; e solo chi appartiene a questa categoria  forse potrà capire alcuni passaggi di questa mia piccola disquisizione.
Il “fungaiolo seriale” non vede l ‘ora che arrivi l’autunno perché porta con sè il miglior periodo per la raccolta dei funghi chiodini soprattutto. La magia delle giornate persa dentro le siepi, nei boschi tra foglie scricchiolanti, profumo di muschio e di umidità leggera, il terreno che nasconde veri e propri tesori.
Il fungaiolo seriale possiede un patrimonio accumulato in anni di esperienza che è costituito dai posti dove andare a funghi in pianura, in collina e in montagna. Sono geo-informazioni che non condivide quasi con nessuno o solo con una persona fidata con la stessa “patologia autunnale”.
Il periodo in cui può sfogare questa passione si limita a un mese più o meno dipende dal tempo, dall’umidità.
In questi giorni ti prende la fissa già dalla mattina quando ti alzi che appena hai un minuto, tiri fuori le scarpe da funghi dal baule dell’auto, il cestino e vai a buttare un occhio nella siepe per vedere se quei piccoli puntini sono cresciuti; in due/tre giorni diventano bellissimi chiodini e devi tenerli d’occhio che non passi qualcun altro a fregarteli.
In montagna e in collina è diverso ce ne sono, quasi sempre, molti ma in pianura ognuno ha i suoi posti anche se qualcuno a volte butta l’occhio nella siepe patrimonio altrui e se li trova cresciuti, con mossa furtiva e veloce li frega.
Amo andare a campi, siepi, boschi…. Amo il profumo dei boschi…i colori dell’autunno e buttare l’occhio su alberi e ceppaie e vedere che mi regalano dei bellissimi “brochet” di chiodini.
Tra i funghi più belli in assoluto, per me, ci sono i chiodini di cassia (acacia) e di noseler (nocciolo)… sono profumati, turgidi, eleganti e generosi.
Quando butti lo sguardo e tra le foglie o i fili d’erba intravedi le cappelline dei chiodini ti prende una sorta di emozione mista a gratificazione e compiacenza verso le tue capacità di ricercatore. Allunghi la mano con delicatezza, scosti le foglie e i fili d’erba. Li raccogli con delicatezza.
È una passione che ho fin da piccola, mi alzavo alle 5 per andare a controllare le soche prima di andare a scuola e anticipare gli anziani del luogo…che prima provavano nervoso per questa mia passione e poi anno dopo anno sono stata sdoganata da loro e sono ormai una di loro; anzi sono una delle poche donne ad aver raccolto la loro eredità e il loro sapere sui funghi locali.
Il vero fungaiolo seriale ama trovarli e poi, il più delle volte, li regala e accontenta tutti quelli della sua cerchia a cui basta mangiarli.
Ma come si raccolgono i funghi?
Raccogliere funghi è una vera e propria esperienze che sollecita tutti i sensi e che richiede molta più attenzione di quello che sembri in realtà; forse non lo avreste mai pensato, ma raccogliere funghi non solo richiede abilità e conoscenze specifiche, ma è anche rischioso se fatto in montagna o in collina: perchè spesso si procede fuori sentiero, su terreni ripidi e scivolosi, con il rischio di cadere e farsi male, e perché se non si conosce perfettamente quello che si è raccolto, si potrebbero ingerire sostanze tossiche e velenose. I funghi fanno parte di una categoria a sé stante, quindi non sono ortaggi né frutti. Sono funghi.
Dal punto di vista nutrizionale, i funghi sono da considerare alla stregua di “verdure e ortaggi”. Poco calorici, composti per circa il 90% di acqua, sono rimineralizzanti, e una buona fonte di fibre proteine vegetali, glucidi, lipidi, vitamine. Le proteine dei funghi hanno un alto valore biologico, pari all’80,4%: pensate che i fagioli secchi e la carne di vitello ne hanno in percentuale inferiore: rispettivamente 50 e 74,3%.

Tra i funghi commestibili si sono il il chiodino, la trombetta dei morti, il prataiolo, la colombina verde, fungo di San Giorgio, Sanguinello, piopparello, mazza da tamburo, spugnola, morchella conica, rotonda esculenta), gamba secca, gallinaccio, fungo dell’inchiostro, ovulo buono, porcino.

Come pulire e preparare i funghi chiodini
Per pulire i funghi chiodini eliminare la parte finale dei gambi, quindi sciacquateli sotto l’acqua corrente per eliminare la terra, foglie o rametti.
Per eliminare le tossine contenute nei funghi chiodini, procedere alla bollitura e alla schiumatura quindi: in una pentola dai bordi alti, portarli a bollore nell’acqua che rilasciano a cui aggiungerete un pugno di sale grosso.
Quando l’acqua bolle procedere con la schiumatura per almeno 15 minuti: eliminare appunto la schiuma che si forma man mano sulla superficie dell’acqua in ebollizione, utilizzando un mestolo forato.
Dopo 15-20 minuti scolare i chiodini, asciugarli con un canovaccio pulito e ora potete utilizzarli per la preparazione della vostra ricetta oppure potete congelarli raccogliendoli in sacchetti appositi o metterli sott’olio o sotto aceto.
Come prepararli
Prendete un tegame e mettete al suo interno dell’olio extravergine di oliva in cui farete rosolare lo spicchio di aglio interno con i funghi. Salate e pepate i chiodini facendoli cuocere a fiamma moderata e a pentola semicoperta, mescolando di tanto in tanto con l’aiuto di un cucchiaio di legno; quando i funghi saranno divenuti belli teneri unitevi del prezzemolo fresco tritato se vi va. I funghi sono ottimi serviti con la polenta o usati per risotti e tagliatelle.
Alberta Bellussi

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Una foto pubblicata su una pagina facebook jesolana mi ha incuriosito assai perché era una cosa che non avevo mai visto in vita mia.

La foto ritrae un vigile, sopra la piccola rotatoria rialzata al centro della strada, che dirige il traffico e sotto di lui doni di ogni tipo. Ho scoperto che era una pratica nota in quella Italia creativa e fiorente degli anni ’60 e ho pensato solo nel Belpaese possono accadere certe cose.

Chissà chi di voi se lo ricorda questo piccolo cammeo aperto sul passato?

In effetti, era un’usanza nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale e continuata, poi, per più di 20 anni; era il 1946, quando per aiutare le famiglie dei vigili urbani, che all’epoca non versavano in situazioni economiche particolarmente rosee, il 6 gennaio, il giorno dell”Epifania, era consuetudine degli automobilisti  fare loro dei regali per ringranziarli dell’opera svolta.

Bottiglie di liquore, pacchi di pasta, salumi, dolciumi e tanto altro ben di Dio che i veneti, ma non solo (questa pratica  era nata a Torino e poi diffusasi in tutta Italia),  depositavano attorno alle pedane di centro strada sulle quali i vigili urbani, fino agli anni sessanta, disciplinavano il traffico perché ancora non erano entrati in funzione i semafori.  L’andirivieni dei donatori era incessante per tutta la mattinata, quasi a suggellare un patto di amicizia con i cittadini. Erano molti anche gli automobilisti che, in brevissima sosta, scaricavano i doni davanti alla pedana, contraccambiati dal sorriso dei vigili: forse gli stessi che qualche giorno prima avevano loro elevato la contravvenzione. Ma se non ci fossero stati loro, che disordine sarebbe stato agli incroci nelle nostre città.

Alberta Bellussi

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Quante volte abbiamo usato l’espressione “rosso Tiziano” per indicare una determinata tonalità di colore; colore che prende il nome proprio dal pittore veneto di Pieve di Cadore Tiziano Vecellio, attivo nel XVI secolo nella Repubblica di Venezia, e conosciuto in tutto il mondo.

Tiziano era un artista innovativo e particolarmente poliedrico, nella sua arte si cimentò sia nel sacro che nel profano, ma è sicuramente noto per aver ripreso gli insegnamenti di Giorgione e per aver prestato una grande attenzione ai colori utilizzati nei propri dipinti. Lui utilizzava le tempere poco diluite e spesso  impastandole quasi direttamente nella tela.  La scuola veneziana, grazie a Tiziano, riuscì a proporre una reale alternativa al primato del disegno proposto da Michelangelo, avviando la cosiddetta scuola del colore tonale e ottenendo i consensi e numerose commissioni da parte dei nobili dell’epoca.

La sua attenzione per il colore era molto forte e il rosso delle sue tele così particolare e unico che lo caratterizzò tanto da prendere il suo nome.

È il colore con cui rivestiva i personaggi dei suoi ritratti, una tonalità di rosso calda, forte, accesa che assumeva significati diversi in base ai soggetti del quadro e a ciò che dovevano esprimere: la passione, la sensualità, il potere.

Il rosso Tiziano è un colore da sempre molto apprezzato ed utilizzato, nelle opere d’arte e anche come tinta per i capelli.

Già nel 1500 le dame amavano cambiare capigliatura e colore e,  da quel periodo ad oggi, il rosso Tiziano va sempre di moda, con le sue sfumature rossicce vicine anche al biondo, in quanto ricorda i capelli di Lesbia, l’amante di Catullo, emblema di raffinatezza ed eleganza.

Alberta Bellussi

 

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Chissà se anche voi siete curiosi come me e vi siete chiesti perché a Jesolo è ricorrente la figura del drago; esiste Piazza Drago, nello stemma del Comune c’è un drago…ma a voi non sembra una cosa un po’ strana sicuramente non casuale. Io ho voluto capire.

Non pare ci sia una documentazione scritta da dove derivi il drago rosso dello stemma cittadino ma ci sono delle spiegazioni orali.

La prima interpretazione lo vede legato alle origini de “la Valle Drago Jesolo”.

Infatti la laguna Nord di Venezia, che apparteneva al territorio dell’antica Jesolo, venne trasformata, poi, dalla Serenissima Repubblica di Venezia in valle da caccia e da pesca, grazie a delle chiuse  che regolavano il flusso marino proveniente dalla  mare aperto.  In questa valle i nobili e i ricchi veneziani venivano a cacciare ogni tipo di uccello presente in questo bellissimo territorio.

Nella lingua veneta il verbo cacciare è detto “trar”; anche adesso molti anziani dicono “vae a trae” con il significato di vado a caccia.  Sembra che proprio da questo verbo derivi  la “ Valle del Traco Jexolo”,  nome riportato su alcune carte topografiche del 1500,  diventato poi nella lingua orale  “Valle del Draco Gexolo” e quindi in “Valle del Drago Jexolo” ed infine in “Valle del Drago Jesolo”.

La fantasia popolare, poi, ha legato il nome di questa valle del drago a storie di draghi, streghe, anime vaganti dei quali si sentivano i loro  lamenti nelle notti nebbiose della laguna.

Nello stemma della città ci sono dei  riferimenti simbolici molto interessanti.

Il drago alato ha il capo “equino”, il dorso dinosaurico con riferimenti al cavalluccio marino ed ali di pipistrello. Inoltre l’estremità della coda è a freccia.

La testa equina  richiama all’antica città di Jesolo (secoli V-XI) che sorgeva su un’isola chiamata “Equilium”, deriverebbe dal latino equus “cavallo” e sarebbe legato all’allevamento di cavalli, una delle principali attività a cui si dedicavano le popolazioni venetiche.

Il dorso di dinosauro costituisce il richiamo alla storia antica di Jesolo; la città nel IX secolo ebbe un grande periodo di decadenza e abbandono a cui, qualche secolo dopo nel XV sec,  seguì la rinascita,

La posizione da cavalluccio marino evidenzia la città di mare mentre le ali di pipistrello non trovano riscontri storici. La coda a freccia,  invece, è  simbolo di aggressività e di capacità di attaccare. Infine le cinque torri della corona, simbolo della città medioevale, sono riservate ai comuni con il titolo di “Città” come lo è Jesolo.

La Valle Dragojesolo

Nutro un amore speciale per la natura incontaminata e un legame forte con la laguna veneta che offre scorci selvaggi e autentici in ogni suo angolo. L’ho girata in bici, in barchetta per poter assaporarne le sue pieghe e i suoi segreti. Non so se lo sapete ma la Valle Dragojesolo  esiste ancor’oggi e si estende su una  superficie che è pari a 1192 ettari;  essa è suddivisa in tre sottobacini: Valle dei Orcoli, Valle di S. Micei ed appunto Valle Dragojesolo.

Valle Dragojesolo rappresenta una delle valli più isolate dalla laguna viva, essendo chiusa tra Valle Cavallino a sud-ovest e Valle Fosse, a nord-ovest, mentre sui lati rimanenti appare circondata dall’alveo del basso Sile e dalla terraferma.  I paesaggi di Valle Dragojesolo sono notevolmente vari nella zona di Lio Grande. La maggior parte della superficie è occupata dall’acqua poi  si passa alle distese di barena, ai canneti ed agli arbusteti selvatici.

Questa Valle ospita garzette bianche e aironi rossi che fanno il nido su rovi e tamerici disposti a frangivento presso vecchie peschiere nel settore sud di Valle S. Micei.

Le anatre provenienti dal Grande Nord europeo vi svernano a migliaia, ma vi nidifica anche un folto contingente di specie tipiche della zona, dal falco di palude martin pescatore, dall’averla cenerina alla cutrettola capocenerino.

Le specie ittiche allevate sono quelle tradizionali delle valli venete, con particolare frequenza di cefali, anguille e orate. Se ci fate un giro ricordatevi  che siete ospiti della natura e la dovete rispettare.

Alberta Bellussi