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Leggevo l’altro giorno un articolo di un sondaggio fatto su un campione di 500 italiani sulle regole base della buona educazione il cui esito è stato disastroso.

Non mi sono stupita   perché sembra che buon senso, buona educazione e buone maniere stiano sempre più diventando   “azioni in via di estinzione” nella vita quotidiana. Una parola dal sapore antico comprende tutte queste norme ed è il termine galateo; è un codice che stabilisce le aspettative del comportamento sociale, la norma convenzionale.

Il galateo, questo grande sconosciuto!

Se pensiamo che al giorno d’oggi dare la precedenza ad una signora più anziana o chiedere permesso prima di entrare in una stanza siano formalità evitabili ci sbagliamo di grosso. D’accordo, bisogna ammettere che i tempi sono cambiati e pretendere che un uomo ci apra lo sportello dell’auto per farci sedere o che si congeda con il baciamano è probabilmente una questione fuori luogo però quando ciò  accade, raramente, stupisce piacevolmente.

Il galateo e le regole del “bon ton”, non passeranno mai di moda, anzi, in questo mondo frenetico, il sapersi comportare, sia in privato che pubblico è un grandissimo valore aggiunto per la persona.

 Il galateo è stato scritto proprio in Veneto.

Nel Galateo di Monsignor Della Casa, pubblicato postumo nel 1558. Redatto nell’abbazia di Sant’Eustachio a Nervesa sul Montello, tra il 1552 e il 1555, il Galateo (il cui titolo completo è Trattato di Messer Giovanni Della Casa, il quale sotto la persona d’un vecchio idiota ammaestrante un suo giovanetto, si ragiona de’ modi che si debbono o tenere o schifare nella comune conversazione, cognominato Galateo overo de’ costumi).  E’ un breve trattato in forma di dialogo, in cui si immagina un “vecchio” (dietro il quale è celata la figura dello stesso autore) che impartisce insegnamenti ad un ipotetico giovane diviso in trenta capitoli ripartiti quasi sicuramente dall’editore che detta le regole consone alla conversazione, all’abbigliamento e ai costumi di un gentiluomo. Scopo dell’autore era quello di insegnare al gentiluomo il buon comportamento da tenersi nella vita quotidiana.

Tutta questa serie di norme, che andavano dal corteggiamento alla composizione della tavola, dalla corretta scrittura delle lettere all’organizzazione del matrimonio, dalla comunicazione al contegno, erano dettami importanti per condividere bene il proprio spazio con gli altri.

L’Abbazia di Sant’Eustacchio è un luogo molto bello che merita davvero una visita.

Era un importante monastero benedettino, sopresso nell’ 800 e oggi recentemente restaurato. Essa sorge a Nervesa della Battaglia, in un luogo strategico per la sua posizione sopraelevata e la vicinanza del Piave, che qui offriva numerose possibilità di guado.

Fu fondata prima dell’anno 1062 da Rambaldo III di Collalto e dalla madre Gisla per limitare il potere dei vescovi di Treviso, che avevano tolto loro il controllo della marca trevigiana, con un’istituzione che dipendesse direttamente dal pontefice, il quale dal canto suo non vedeva di buon occhio l’espansione dei vescovi trevigiani, sostenitori dell’imperatore. Nonostante il numero esiguo di monaci presenti, il capitolo poteva contare su vasti possedimenti e sulla protezione dei Collalto. Nel 1231, papa Gregorio IX riconosceva a Sant’Eustachio il controllo di trentacinque tra pievi e cappelle poste in tutto il territorio trevigiano sino a Mestre; diventando di fatto sempre più autonoma.

Durante il XIV secolo i vescovi di Treviso approfittarono delle varie crisi susseguitesi dovute allo scima d’occidente, alla peste e alle invasioni degli Ungari, per estendere la loro influenza su questo capitolo. Nel 1521 Papa Leone X, visto il lento ed inesorabile decadimento del capitolo, dovuto anche anche al malcostume dei suoi frati, soppresse l’Abbazia trasformandola in prepositura commendatizia sottoposta indirettamente al controllo dei Collalto (18 prepositi su 21 erano dei Collalto). Rimanevano anche i vari privilegi e possedimenti e, di conseguenza, i contrasti con il vescovo. Tra il XVI e il XVII secolo questo luogo divenne un importante polo culturale in grado di attrarre personaggi illustri, tra i quali va menzionato sicuramente Monsignor Della Casa, che qui compose il noto Galateo.

Tra il 1744 e il 1819, il complesso fu guidato dal preposito Vinciguerra VII di Collalto, uomo colto e capace che lo trasformò in un’importante azienda agricola retta da esperti e studiosi. Fu grazie a lui che la prepositura sopravvisse alle soppressioni napoleoniche di inizio Ottocento, che invece colpirono la vicina certosa di San Girolamo. In seguito, tuttavia, le autorità ecclesiastiche giudicarono inutile e obsoleta questa istituzione e, nel 1865, essa venne definitivamente soppressa. Dopo la Rotta di Caporetto, l’edificio si ritrovò in prossimità del fronte del Piave e subì pesanti danneggiamenti.

Ora riportato agli antichi splendori grazie al restauro di Giusti.

Alberta Bellussi

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Chi mi conosce sa che io e il Piave abbiamo un rapporto stretto quasi simbiotico ma non solo io, molte delle persone che lo vivono ce l’hanno.

È un fiume con il quale le nostre popolazioni hanno un legame forte indissolubile, quasi da determinarne delle caratteristiche caratteriali e antropologiche. Il Piave è il quinto fiume d’Italia per lunghezza fra quelli sfocianti in mare. I suoi principali affluenti alpini di destra raccolgono le acque delle principali valli glaciali: l’ Ansiei raccoglie le acque della valle Auronzana e sfocia nel Piave a Cima Gogna; il Boite passa lungo la valle Ampezzana e sbocca a Perarolo ; il Maè fluisce lungo la valle Zoldana ed esce a Longarone, infine il Cordevole scorre lungo la valle Agordina e sfocia nel Piave presso Sedico.

Il Piave è sempre stato chiamato al femminile, “la Piave”, dai nostri antenati, per il valore di fertilità che si è sempre dato alle acque; una sorta di grande mamma. A determinare il mutamento al maschile, nel 1918 il Vate delle retrovie, Gabriele D’Annunzio, decise che non poteva essere femmina. “Maschio doveva diventare, per Dio, se aveva respinto il nemico dopo Caporetto”  e poi è stata la celeberrima “Leggenda del Piave”. Quel “il Piave mormorò…” cantato dai soldati, mascolinizzò definitivamente il fiume.

Il Piave nasce a circa 2000 metri di altitudine dalle pendici del monte Peralba, nelle alpi Carniche e sfocia a Cortellazzo nel comune di Jesolo, presso la laguna del Mort. Il bacino idrografico del Piave, presenta un’estensione di circa 4013 kmq di cui circa 3900 kmq in territorio Veneto ed è, a livello regionale, il bacino più esteso. Un’ampia zona del bacino è compresa nel territorio della Provincia di Treviso, dove il fiume scorre per un tratto di circa 60 km, da Segusino a Zenson di Piave. Il fiume Piave ha un bacino prevalentemente montano, che si considera idrograficamente chiuso a Nervesa della Battaglia e sfocia in Adriatico presso Porto Cortellazzo dopo un percorso di circa 222 km. Ai fini degli approvvigionamenti, tuttavia, la superficie include anche un territorio di bassa pianura di circa 510 kmq, compreso approssimativamente tra i comuni di S. Donà di Piave e di Eraclea, che recapita le proprie acque di drenaggio attraverso le opere di bonifica poco a monte della foce del fiume Piave. In quasi tutta questa zona, l’alveo fluviale si distende su un ampio letto ghiaioso che in alcuni punti raggiunge i 4 km di larghezza e si disperde in una serie di rami secondari che lambiscono isole di deiezione ed erosione dette “grave”.

Le forme più note, le cosiddette “Grave di Papadopoli”, rappresentano un interessante aspetto geomorfologico del corso del Piave, nonché una zona di passo primaverile ed autunnale di numerosi uccelli migratori. Quest’area si distingue per la sua estensione: 750 ettari di area coltivata a viti, peschi e asparagi. Purtroppo il sistema è parzialmente compromesso dalle escavazioni in alveo per l’estrazione di ghiaia e ciottoli . A valle di Ponte di Piave il fiume comincia ad assumere la natura propria del fiume di pianura, scorrendo entro sponde fisse, sulle quali sono state costruite le arginature di contenimento delle piene. L’originario quadro idrologico del bacino del Piave è stato profondamente modificato nel corso di quest’ultimo secolo a causa degli usi irrigui e soprattutto di quelli idroelettrici delle acque. La stima complessiva del volume d’acqua prelevato dal Piave per scopi idroelettrici, in massimo regime di utilizzo, è di circa 150 m3/, un valore pari alla metà della portata di piena ordinaria attuale. Una parte di questo volume viene ritornata al fiume in tempi diversi e difficilmente valutabili, un’altra è destinata all’irrigazione della pianura trevigiana, e un’ultima parte infine, viene veicolata al bacino del Livenza. Nel bacino del Piave si trova il maggior numero di laghi del Veneto, sia naturali che di origine artificiale, localizzati principalmente nella zona montana, in maggioranza nell’alto corso e nel Cadore.

Il Piave è un fiume dal carattere forte e dalla grande personalità. Noto per la turbolenza del suo corso, il Piave fino a tutta l’età romana sfociava in corrispondenza dell’estremità settentrionale dell’odierna laguna di Venezia, unendo le proprie acque a quelle del Brenta e del Sile e raggiungendo il mare attraverso l’odierno canale di San Felice in corrispondenza del porto di Lido. In seguito alla spaventosa alluvione del 589, tramandataci da Paolo Diacono, il fiume deviò verso nord il tratto finale del proprio corso, sfociando poco a sud di Jesolo, in corrispondenza dell’attuale foce del Sile, detta anche per l’appunto Piave Vecchia. Successivamente, tale nuovo corso venne prima regimentato dalla Repubblica di Venezia e quindi definitivamente deviato per bonificare la circostante zona malarica e per allontanare dalle rotte navigabili da e per Venezia i cospicui sedimenti trasportati dal fiume e dal vicino Sile. Nel 1680, dunque, venne realizzato un taglio che spostò ancora più a nord la foce, lasciando il vecchio letto ad accogliere le acque del Sile. L’insufficiente arginamento del fiume causò tuttavia già pochi anni dopo l’allagamento delle campagne tra Bagaggiolo e Ca’ Tron, con la creazione di un vasto lago poi prosciugato in epoca successiva grazie alla creazione di nuovi argini. Il fiume Piave è considerato sacro alla patria in virtù degli avvenimenti storici accaduti sulle sue sponde durante la prima guerra mondiale. La parte meridionale del corso del Piave divenne una linea strategica importante nel novembre 1917, in corrispondenza della ritirata avvenuta in seguito a Caporetto. Dopo il passaggio sulla riva destra del resto delle armate italiane e la distruzione dei ponti, il fiume divenne la linea di difesa contro le truppe austriache e tedesche che, nonostante svariati tentativi, non riuscirono mai ad attestarsi stabilmente oltre la sponda destra del fiume, pur riuscendo a varcarla in più punti, penetrando in profondità in territorio “destra Piave” in particolare presso Meolo. La linea di difesa italiana resistette fino all’ottobre 1918 quando, in seguito alla battaglia di Vittorio Veneto, gli avversari furono sconfitti. Dopo l’armistizio del 4 novembre 1918, il generale Lorenzo Barco si occupò del problema della riparazione e del ripristino degli argini del Piave e di altri fiumi veneti e friulani (Monticano, Livenza, Tagliamento), danneggiati in seguito alle vicende belliche. L’opera di ricostruzione, che si mantiene ancora ai giorni nostri, fu terminata in tempo per proteggere le popolazioni dalle possibili inondazioni a seguito delle piene invernali e primaverili. Furono impiegati circa 9.500 uomini e 330 ufficiali.

Fiume che nei secoli è stato punto di riferimento per le nostre terre; luogo di svago e di divertimento e anche portatore di grandi tragedie come le alluvioni e scenario di guerra; fiume al quale noi trevigiani ci sentiamo fortemente legati e al quale perdoniamo tutto. Fiume che segna l’appartenenza forte ad un territorio che lo connota fortemente. Il Piave scorre lento e silenzioso ma quanto la sua portata si carica dell’acqua delle piogge e dei ghiacciai inizia di nuovo a mormorare….e la sua voce si sente da lontano.

Vi regalo una mia poesia al Piave:

La gente del Piave

La sua curva sinuosa

solca il Veneto

dai monti al mare,

portando nel fluire

natura,

valori,

tradizioni,

retaggi di una storia tragica e cruda.

Il paesaggi ghiaioso e brullo

accoglie

lepri e fagiani,

trote e marcandole,

salici e acacie, 

donne e uomini.

Le genti del Piave

ne respirano il profumo,

sono coccolate dalla sua brezza,

dai suoi sassi e dalle sue pietre,

dall’incedere lento e delicato

che diventa 

impetuoso e violento.

Le genti del Piave

appartengono al fiume,

scorre nel loro sangue.

Chi ama il Piave

lo respira,

lo vive,

sente i suoi ritmi,

è robusto e temprato alla fatica

come quel cavallo veneto

da sempre chiamato “Razza Piave”.

 

Alberta Bellussi

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Bello il Sile e belli i segreti del suo paesaggio con il cimitero dei burci.

Questi resti di imbarcazioni appartengono a quei tasselli di una storia veneta che da sempre mi affascina e che mi sembra siano piccoli anelli della catena che forma il nostro DNA culturale.

Il cimitero dei burci nel Parco del Sile, rappresenta il sito archeologico più vasto che ospita questa tipologia di imbarcazioni.

Il burcio era una barca locale da lavoro, utilizzata in Veneto tra il Medioevo e gli anni ’70 del ‘900 ed è da tempo estinto.

E’ una grande barca il cui fondo, piatto, arrivava fino all’estremità superiore della prua. Di costruzione molto solida, adibita al trasporto e usata nella bassa valle Padana, principalmente sui canali veneti, sul Po sino a Pavia e sul Po di Volano sino a Ferrara. Veniva costruito a Chioggia, Padova, nel Delta, Adria e le sue dimensioni erano molto diverse, con portata variabile dalle 35 alle 180 tonnellate.  La parte esterna dello scafo, immersa nell’acqua, impregnata di pece, era di colore nero e i fianchi, di colori vivaci, a volte venivano decorati.

I tre uomini necessari per portare il burcio, erano il paròn, il marinéro e il morè.

Il paròn era il capitano, il marinéro (marinaio) eseguiva le manovre e il morè (mozzo) si occupava dei pasti e delle pulizie. Due strette aperture quadrangolari (fondèi) con una porticina in legno sul fasciame di coperta, una davanti e una dietro, permettevano di calarsi “sotto prora” (sòto pròa) o “sotto poppa” (sòto pupa), dove c’erano gli alloggi di barcari e capobarca.

Il burcio era tutto: era la casa e lo strumento di lavoro. Nonostante gli spazi fossero ristretti, non mancava niente.  Per il riposo vi erano delle cuccette, riparate alla meglio dall’umidità con della tela cerata. Tale accorgimento tuttavia serviva a poco e “Tante volte dormiimo bagnai…” e dormire con le coperte bagnate, soprattutto d’inverno, magari dopo una pioggia che arrivava a penetrare tra le fessure sul legname, non era una bella esperienza. Per scaldarsi però si faceva presto: la cucina economica in cui ardeva la legna garantiva tepore.

I burci sono ben noti negli studi e ricerche etnografiche ed antropologiche, ma di fatto queste imbarcazioni erano mai state studiate ed indagate su basi tecnico-archeologiche.

Essi sono stati parte della storia socio-economica del Sile e dei territori limitrofi sono un ulteriore tassello della cultura veneta dalla quale veniamo.

L’abbandono dei burci è avvenuto in un periodo storico-economico segnato dall’avvento del moderno trasporto su gomma, trasformando completamente il paesaggio fluviale e le attività ad esso legate. Documentare questi relitti è anche e soprattutto un modo di raccontare e far rivivere la memoria degli uomini e delle donne del territorio, che per generazioni hanno costruito, armato e navigato su queste imbarcazioni.

Oggetti che sono icone di un pezzo della nostra storia passata che ci appartiene e che la dobbiamo gelosamente tutelare ma che spesso lasciamo sfumare e perdiamo per pigrizia.

Vi invito a fare una bellissima passeggiata nel paesaggio del Sile.

Alberta Bellussi

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Chissà se anche voi siete curiosi come me e vi siete chiesti perché a Jesolo è ricorrente la figura del drago; esiste Piazza Drago, nello stemma del Comune c’è un drago…ma a voi non sembra una cosa un po’ strana sicuramente non casuale. Io ho voluto capire.

Non pare ci sia una documentazione scritta da dove derivi il drago rosso dello stemma cittadino ma ci sono delle spiegazioni orali.

La prima interpretazione lo vede legato alle origini de “la Valle Drago Jesolo”.

Infatti la laguna Nord di Venezia, che apparteneva al territorio dell’antica Jesolo, venne trasformata, poi, dalla Serenissima Repubblica di Venezia in valle da caccia e da pesca, grazie a delle chiuse  che regolavano il flusso marino proveniente dalla  mare aperto.  In questa valle i nobili e i ricchi veneziani venivano a cacciare ogni tipo di uccello presente in questo bellissimo territorio.

Nella lingua veneta il verbo cacciare è detto “trar”; anche adesso molti anziani dicono “vae a trae” con il significato di vado a caccia.  Sembra che proprio da questo verbo derivi  la “ Valle del Traco Jexolo”,  nome riportato su alcune carte topografiche del 1500,  diventato poi nella lingua orale  “Valle del Draco Gexolo” e quindi in “Valle del Drago Jexolo” ed infine in “Valle del Drago Jesolo”.

La fantasia popolare, poi, ha legato il nome di questa valle del drago a storie di draghi, streghe, anime vaganti dei quali si sentivano i loro  lamenti nelle notti nebbiose della laguna.

Nello stemma della città ci sono dei  riferimenti simbolici molto interessanti.

Il drago alato ha il capo “equino”, il dorso dinosaurico con riferimenti al cavalluccio marino ed ali di pipistrello. Inoltre l’estremità della coda è a freccia.

La testa equina  richiama all’antica città di Jesolo (secoli V-XI) che sorgeva su un’isola chiamata “Equilium”, deriverebbe dal latino equus “cavallo” e sarebbe legato all’allevamento di cavalli, una delle principali attività a cui si dedicavano le popolazioni venetiche.

Il dorso di dinosauro costituisce il richiamo alla storia antica di Jesolo; la città nel IX secolo ebbe un grande periodo di decadenza e abbandono a cui, qualche secolo dopo nel XV sec,  seguì la rinascita,

La posizione da cavalluccio marino evidenzia la città di mare mentre le ali di pipistrello non trovano riscontri storici. La coda a freccia,  invece, è  simbolo di aggressività e di capacità di attaccare. Infine le cinque torri della corona, simbolo della città medioevale, sono riservate ai comuni con il titolo di “Città” come lo è Jesolo.

La Valle Dragojesolo

Nutro un amore speciale per la natura incontaminata e un legame forte con la laguna veneta che offre scorci selvaggi e autentici in ogni suo angolo. L’ho girata in bici, in barchetta per poter assaporarne le sue pieghe e i suoi segreti. Non so se lo sapete ma la Valle Dragojesolo  esiste ancor’oggi e si estende su una  superficie che è pari a 1192 ettari;  essa è suddivisa in tre sottobacini: Valle dei Orcoli, Valle di S. Micei ed appunto Valle Dragojesolo.

Valle Dragojesolo rappresenta una delle valli più isolate dalla laguna viva, essendo chiusa tra Valle Cavallino a sud-ovest e Valle Fosse, a nord-ovest, mentre sui lati rimanenti appare circondata dall’alveo del basso Sile e dalla terraferma.  I paesaggi di Valle Dragojesolo sono notevolmente vari nella zona di Lio Grande. La maggior parte della superficie è occupata dall’acqua poi  si passa alle distese di barena, ai canneti ed agli arbusteti selvatici.

Questa Valle ospita garzette bianche e aironi rossi che fanno il nido su rovi e tamerici disposti a frangivento presso vecchie peschiere nel settore sud di Valle S. Micei.

Le anatre provenienti dal Grande Nord europeo vi svernano a migliaia, ma vi nidifica anche un folto contingente di specie tipiche della zona, dal falco di palude martin pescatore, dall’averla cenerina alla cutrettola capocenerino.

Le specie ittiche allevate sono quelle tradizionali delle valli venete, con particolare frequenza di cefali, anguille e orate. Se ci fate un giro ricordatevi  che siete ospiti della natura e la dovete rispettare.

Alberta Bellussi

 

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L’altro giorno la vista di una foto per una mia futura escursione mi ha aperto un cassetto della memoria che non ricordavo nemmeno più di avere e come d’incanto un mondo a me noto mi è tornato nitido. Ogni tanto alla mia mente bizzarra accade questa cosa magica… negli anni della mia vita, con una testa sempre curiosa e vivace di conoscere, ne ho messe cose dentro i cassetti della mia biblioteca interiore.

Ed ecco, alla vista di una foto dei Cadini del Brenton nella Valle del Mis mi è venuto in mente un bellissimo corso monografico che frequentai all’Università grazie al quale avevo conosciuto i romanzi dello scrittore bellunese Dino Buzzati.

Mi sono tornate vive le emozioni di quel grande rispetto per la montagna che aveva lo strano personaggio di “Barnabo delle Montagne” o nel “ Segreto del bosco vecchio” quella natura che ha qualcosa di speciale;  si difende e si protegge da sola dalle barbarie del colonello Procolo che la vuole distruggere.

Ricordavo una bellissima descrizione dell’autore sulle valli bellunesi e in particolare la Valle del Mis e sono riuscita a trovarla.

“Esistono da noi valli

che non ho mai visto da nessun’altra parte…

Invece esistono: con la stessa solitudine,

gli stessi inverosimili dirupi

mezzo nascosti da alberi e cespugli

pencolanti sull’abisso le cascate d’acqua…

La valle del Mis per esempio con le sue vallette laterali

che si addentrano in un intrico di monti selvaggi e senza gloria,

dove sì e no passa un pazzo ogni trecento anni,

non allegre, se volete, alquanto arcigne forse, e cupe.

Eppure commoventi per le storie che raccontano,

per l’aria d’altri secoli, per la solitudine paragonabile a quella dei deserti”

(tratto da La mia Belluno).

e ancora

“Le impressioni più forti che ho avute da bambino appartengono alla terra dove sono nato, la valle di Belluno, le selvatiche montagne che la circondano e le vicinissime Dolomiti

Così scriveva Dino Buzzati (1906-1972), cronista del Corriere della Sera e scrittore, autore di romanzi immortali come “Il deserto dei tartari”, “ Il segreto del bosco vecchio” e “Bàrnabo delle montagne”.

I Cadini del Brenton in Val del Mis sono nel  Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi – Sospirolo (Belluno)

La passeggiata inizia proprio ai margini del lago artificiale del Mis, è piacevole e non troppo impegnativa e lo spettacolo che vi aspetta vale sicuramente un giro da quelle parti.

 

I 15 cadini attorno ai quali si snoda il sentiero scendono a gradoni nella valle dove l’acqua cristallina e gelida scorre levigando la pietra. Lo scroscio delle cascate, l’intensità dei colori e le farfalle nere che danzano nell’aria sono uno spettacolo naturale unico e irripetibile, rigenerante per i sensi e per la mente.

I Cadini del Brenton sono sicuramente meta consigliata per gli amanti della natura; sono uno spettacolo della natura.

Alberta Bellussi

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Avio De Lorenzo: il tronco è già statua

Una delle frasi più famose di Michelangelo recita:  “Ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla”.

Trascorrendo qualche ora con lo scultore del legno Avio De Lorenzo di Costalta di Cadore, nel Simposio di Cordignano, ho avvertito dalle sue parole appassionate e partecipate che  quando parla del legno che plasma ne parla come di una materia  viva dotata di un carattere,  un profumo, un colore ma soprattutto della possibilità latente che porta con sè;  ha già una forma che prende vita da un’idea. Il tronco nel pensiero creativo dell’artista è già statua.

Nella mia mente, il lavoro di uno scultore mi è sempre sembrato estremamente affascinante e parlando con lo scultore Avio De Lorenzo ne ho avuto la riconferma.

Se ci pensate per un momento: da un pezzo grezzo unico, in questo caso un tronco, poco a poco, comincia ad apparire una “forma”, quel tronco che aveva una sua vita nell’albero viene   ad avere un  nuovo “significato”. Forma e significato rappresenteranno la materializzazione di un’idea che si trovava nella mente dello scultore.

Se ci pensate la statua si trova già dentro il tronco;  l’atto creativo sta nell’eliminare tutto ciò che di superfluo   impedisce alla statua di venire alla luce e di manifestarsi. Lo scultore con il suo agire  di sega, sgorbie e scalpelli “libera” la statua che è dentro quel tronco di legno o blocco di pietra. Lo scultore dà vita.

“ Ogni tipo di  legno ha una sua durezza e una sua plasmabilità- afferma Avio” ed è proprio quella che permette all’idea dell’artista di essere liberata. Il legno ha una sua vita nuova oltre l’albero ma ne conserva il profumo del bosco.

I soggetti “liberati” da Avio de Lorenzo sono molto spesso soggetti sacri ma ci sono anche  molte figure di  donne realizzate con linee morbide e volti protesi verso l’alto che richiamano l’ideale di bellezza classica.  La sinuosità con cui plasma le sue statue e le linee armoniose, mai spezzate o violente, fanno sì che  le creazioni  di De Lorenzo diffondano dolcezza e serenità.

Nelle sue ultime produzioni l’artista esprime nell’arte la contrapposizione tra le forme naturali del materiale e la geometria astratta del suo pensiero abbandonando la linea realista per entrare in una dimensione più astratta quasi onirica.

Avio De Lorenzo  vive e lavora a Costalta di Cadore (BL), un paese magico abbarbicato sulle Dolomiti Orientali il cui senso di appartenenza è molto forte nell’artista, sottolinea spesso le sue origini cadorine.

Da parecchi anni lo scultore partecipa a Simposi di sculture su legno ma anche su neve e ghiaccio; espone in mostre personali e collettive. Le sue opere sono presenti in diverse città dell’ America del Nord.

Mauro Corona dice spesso “Vivere è come scolpire, occorre togliere, tirare via il di più, per vedere dentro ”.

Scolpire è come una metafora della vita; abbiamo un grande tronco e siamo noi a plasmare la statua della nostra vita; siamo gli scultori della nostra esistenza come Avio De Lorenzo lo è della materia a cui da vita.

Alberta Bellussi

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 Il Veneto è ricco di cose molto interessanti, i labirinti sono una di queste.

Nella nostra Regione ce ne sono diversi e ben conservati; sono davvero delle   straordinarie architetture vegetali.

Il primo e anche il più famoso   quello di Strà, è sito nel giardino di Villa Pisani. La sua forma è circolare, inscritta in un quadrilatero irregolare. È un labirinto a scelte, cioè un irrigarten; l’ingresso uscita è sulla base del quadrilatero. Si tratta di un tipico labirinto d’amore, le cui prime forme compaiono in Francia tra la fine del ‘300 e l’inizio del ‘400 con il nome di Maison Dèdalus.

Il secondo è a Valsanzibio, nei Colli Euganei, nella Villa Barbarigo. Ha forma quadrata con belvedere centrale a cui si accede direttamente; l’ingresso e l’uscita non coincidono e si trovano al centro, alla base del belvedere.

A Verona, nel giardino di Palazzo Giusti, si trova il terzo labirinto veneto, più piccolo degli altri e con le siepi che non superano il metro d’altezza. La forma è quadrata, a 11 spire, con sala quadra al centro, senza torretta o belvedere e con un solo percorso, con andata e ritorno per la stessa via.

Uno molto grande si trova a Socchieva, alle porte di Belluno, nella Villa Paganigaggia. Il labirinto è la copia di quello di Strà per la forma, le dimensioni e la torretta centrale; il percorso è invece estremamente semplificato.

L’ultimo arrivato è il Labirinto Borges della Fondazione Cini, un labirinto arboreo creato per celebrare e ricordare lo scrittore argentino Jorge Luis Borges a 25 anni dalla morte. Il Labirinto Borges, ricostruzione del giardino-labirinto che l’architetto Randoll Coate progettò in suo onore. L’immagine del labirinto è centrale nella poetica di Jorge Luis Borges. Essa costituisce un’allegoria della complessità del mondo, la cui intelligibilità non è afferrabile attraverso la sola ragione.

L’opera è stata realizzata dalla Fondazione Cini, che si trova sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia. Il Labirinto è stato pensato come un terzo chiostro, dopo il Chiostro del Palladio e il Chiostro dei Cipressi. Il giardino, che davanti a sè ha il bacino di San Marco, occupa un’area di 2.300 metri quadrati, per quasi 3 km lineari di sviluppo delle siepi. Le piante di bosso sono tagliate ad un’altezza di 75 centimetri da terra.

Se pensiamo al passato, il primo labirinto che conosciamo è quello legato al mito di Cnosso.  Apollodoro, scrittore del I secolo a.C., ci descrive la storia di Teseo il quale, grazie alla complicità di Arianna, riesce a uccidere il terribile Minotauro (il mostro metà uomo e metà toro), nascosto al centro del dedalo di Cnosso, a Creta, e a trovare poi la via d’uscita.

Il labirinto è un simbolo che ricorre con enorme frequenza nella storia dell’umanità. Esso è presente in culture, miti e religioni più disparate, ma anche nell’arte e nella filosofia. La storia dei labirinti è complessa, intricata e affascinante, così come lo sono i percorsi che li strutturano. Essi compaiono in civiltà ed epoche diverse ed in luoghi lontani come il Perù, Creta, l’Egitto, l’India, la Grecia, la Cina, e l’Europa.

Alla fine, poi, a livello simbolico ciascuno di noi si rapporta con il proprio labirinto.

Incontrando numerosi ostacoli nel corso della vita e tentando di superarli, non facciamo altro che iniziare un percorso di crescita entrando e uscendo di continuo da labirinti quotidiani.

Il messaggio iniziatico del labirinto è presente in ogni istante del nostro vivere.

 Ma, tra i molti interrogativi che possiamo porci, uno merita particolare attenzione: qual è la via di uscita del labirinto?          

Alberta Bellussi

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Alvisopoli!

Non sapevo  dov’era e non ne conoscevo i segreti e le curiosità.

Un libro regalato mi ha aperto una finestra su una piccola pagina di storia veneta che non conoscevo.

Mi è parso strano perché da sempre sono curiosa delle cose bizzarre del Veneto e del mondo. Ma Alvisopoli mi  è proprio sfuggita.

Sulle Tracce di una rosa perduta” di Andrea di Robilant, erede di Lucetta Memmo, è il titolo del libro che mi ha permesso questa nuova conoscenza.

Beh la storia rocambolesca di questa rosa mi ha intrigato e ho pensato di raccontarvela.

E’ una rosa antichissima di una specie quasi sicuramente estinta, sopravvissuta allo stato inselvatichito nel bosco ultra bisecolare di Alvisopoli.

La pianta, secondo precise testimonianze documentate nel libro, da Parigi era stata portata ad Alvisopoli dalla  nobildonna veneziana Lucietta Memmo, consorte di Alvise, e impiantata nel bosco-giardino di Alvisopoli, nel primo decennio dell’Ottocento.

Alvisopoli era stata realizzata nei primi anni dell’Ottocento dal nobile veneziano Alvise, un cultore degli ideali illuministici del tempo, che aveva fatto costruire in un ampio possedimento di famiglia, nelle vicinanze di Fossalta di Portogruaro, una mitica città utopica, autonoma sul piano istituzionale, sociale, economico, culturale, architettonico e religioso.

Per dare un cenno della sua importanza basti dire che ad Alvisopoli era stata impiantata una tipografia gestita inizialmente dal mitico tipografo Niccolò Bettoni, più tardi editore della celeberrima traduzione dell’Illiade (1810) di Vincenzo Monti e nel 1807 della prima edizione dei “Sepolcri” l’immortale capolavoro di Ugo Foscolo.

Nel bosco di Alvisopoli  è stata rinvenuta questa  interessante “rosa antica”. Sfuggita, con l’abbandono del parco, alla coltura giardiniera, si comporta oggi come una specie di sottobosco, con una discreta presenza di esemplari anche in zone molto ombreggiate. Questa rosa appartiene al cosiddetto gruppo delle “Rose cinesi” e assomiglia molto a un’antica rosa denominata “Le Vesuve”, importata da Parigi per l’appunto da Lucietta.

E’ una rosa molto particolare  il fiore varia di colore da un rosso intenso del bocciolo al rosa, per diventare da ultimo bianco e candido. Fiorisce due volte all’anno, in inverno e in primavera.

Secondo molti botanici  potrebbe trattarsi di esemplari unici.

 La rosa non ha un nome ma molti l’hanno battezzata “Lucetta” dal nome della nobildonna che ebbe cura di trasportarla da Parigi, assieme a tante altre piante di fiori, fino al bosco di Alvisopoli. Sarebbe un modo appropriato per ricordare questa nobildonna veneziana dal “pollice verde”, innamorata della natura.

Nel 1813 muore Alvise, poi è rimasta a Lucetta la gestione dell’area, come è scritto nel libro dell’ultimo erede di Lucia Memmo, Andrea di Robilant, il quale racconta la storia di questa rosa pregiata.

Il WWF aveva una concessione con l’Ater proprietario dell’area e anche del bosco che gestiva a sue spese, in cambio dell’affitto di alcune stanze all’interno della Villa Mocenigo. Quando il WWF non potè più utilizzare gli obiettori di coscienza che lavoravano gratuitamente per il WWF al posto del servizio militare non riuscì più a tenere in ordine il bosco e tutto andò in degrado.

Pare che adesso intervenga il Comune che ha ottenuto un finanziamento per il recupero e la gestione del bosco che potrà di nuovo essere riaperto al pubblico.

 La rosa ha resistito dall’Ottocento ad oggi passando attraverso la storia, i passaggi di proprietà e gli eventi del mondo e  continuerà  a sbocciare anche in futuro. Meriterebbe di essere valorizzata, conosciuta, anche riprodotta.

Alvisopoli e la rosa rarissima erano inserite in un circuito nazionale, per cui ogni anno avevamo migliaia di visitatori. Uno strumento di conoscenza del territorio, una vera e propria eccellenza.

A Fossalta di Portogruaro c’è l’unico esemplare al mondo di una rosa fantastica che abbiamo chiamato  “Lucetta”e Alvisopoli,città utopistica, con le sue mille cose interessanti cadute in degrado, sempre per il solito motivo, la mancanza di risorse.

Speriamo davvero ci sia un intervento che renda, di nuovo, visitabile questo luogo e che protegga questa rosa dal vestito delicato e bizzarro  ma al tempo stesso forte e coriacea da resistere nei secoli.

Alberta Bellussi

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Segreti e curiosità sulla Chiesetta dei Templari di Tempio di Ormelle

L’Ordine dei Cavalieri Templari nasce in occasione delle Crociate intorno al 1120, subito dopo la prima crociata nel 1096. Fu fondato allo scopo di aiutare i cristiani che si recavano in Terrasanta a completare il loro pellegrinaggio senza essere torturati ed uccisi  perché le  strade verso quella meta  erano infestate da ladri e  predoni . Ugo di Payns,  proprio nella città santa di Gerusalemme, aveva fondato insieme ad altri otto compagni, tutti cavalieri francesi dotati delle armi tipiche della loro condizione sociale, spada lancia e scudo, un nuovo ordine religioso-militare, detto dei “Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio”, prefiggendosi di proteggere la Terrasanta dai saraceni. Analogamente agli ordini religiosi, i cavalieri pronunciavano i voti solenni di povertà, obbedienza e castità. L’ordine venne ufficialmente proclamato, il 29 marzo 1139, dalla Bolla Omne Datum Optimum di Innocenzo II e definitivamente dissolto tra il 1312. Nel corso della sua esistenza l’Ordine Templare svolse sostanzialmente tre azioni, oltre a quella religiosa: l’attività militare, la coltivazione delle terre, la gestione di sistemi economici e finanziarie.

 

I templari entrarono nelle attività bancarie quasi per caso. I nuovi membri che si univano all’Ordine erano nobili e ricchi; donavano ingenti somme di denaro o proprietà all’Ordine, poiché tutti dovevano prendere il voto di povertà. Grazie anche ai vari privilegi papali, la potenza finanziaria dei Cavalieri fu assicurata fin dall’inizio. Poiché i templari mantenevano denaro contante in tutte le loro case e templi, fu nel 1135 che l’ordine cominciò a prestare soldi ai pellegrini spagnoli che desideravano viaggiare fino alla Terra Santa e di seguito anche agli altri. Sembra che la “màson” di Tempio di Ormelle fosse proprio una di queste “cassaforti” dei Cavalieri edificata nella metà del XII secolo.   La màson ossia un’enclave templare isolata, costruita lontano dal centro abitato di Tempio.  Era una piccola cittadina fortificata, da una cinta muraria,  dove dentro vivevano i Templari e tenevano custoditi i loro tesori, che spesso erano le monete d’oro e i loro segreti Vi sono due elementi importanti che caratterizzano quest’area e sono il rapporto con l’idrografia locale e la simbiosi con il territorio rurale: acqua e natura. La chiesa originaria, un rustico in stile romanico,  infatti, sorge sopra i canali di due piccoli corsi d’acqua il Lia e la Piavesella e l’altare sorgeva proprio sopra l’incrocio degli stessi .  La posizione e la struttura degli edifici erano, un tempo, studiate in funzione dell’effetto energetico ricercato: l’architettura serviva a creare una sinergia tra le emissioni telluriche (naturali o modificate artificialmente) e le radiazioni cosmiche.  Le chiese romaniche furono costruite, spesso  sulla verticale di un corso d’acqua sotterraneo o  sull’incrocio di due corsi d’acqua;  la Chiesetta di Tempio ne è un esempio. Le antiche chiese, i templi, i luoghi di guarigione, erano tutti posti in luoghi che emettevano una grande quantità di radiazioni benefiche. I sacerdoti, gli aruspici, i costruttori sapevano dove erigere  gli edifici per ottenere il massimo beneficio: soprattutto sapevano come costruire per esaltare gli effetti positivi. Accadeva spesso nei restauri che queste caratteristiche venissero snaturate e non rispettate e anche nel caso di Tempio è avvenuto ciò.  La chiesa fu restaurata nel 1628, al principio del ‘800, nel 1903 – fu ampliata e modificata nel 1923; verso gli anni cinquanta l’edificio fu oggetto di un infelice ampliamento nella zona del portico che turbò l’impianto originario. Possiamo, comunque,  godere di alcuni interessanti  affreschi che il tempo e l’azione dell’uomo non hanno rovinato.  L’edificio è localizzata vicino agli antichi tracciati stradali  romani come la via Postumia  e la  via Tridentum e dalle diverse e parallele vie  che attraversavano la pianura ed  era, in origine,  composto di un casamento con campanile sulla sinistra. La muratura  laterale è costituita da un grande portico basato su pilastri  rotondi e ottogonali con capitelli a forma di foglia che accoglieva i pellegrini. Le colonne di sezione rotonda rappresentano il mondo femminile e e quelle ottogonali il mondo maschile; dall’unione dei due scaturisce la vita.

Dopo la soppressione dell’Ordine nel 1312, la chiesa di S. Giovanni del Tempio passò agli ospedalieri di S. Giovanni più comunemente chiamati Cavalieri di Malta e dipendenti dal Granpriorato di Venezia. Questo Priorato aveva il diritto di eleggere e presentare all’Ordinario diocesano, per l’approvazione, il sacerdote (che a Tempio fu curato o rettore dal 1565 e parroco dopo il 1684), al quale doveva essere affidata la cura delle anime della “villa”. Dagli atti della visita pastorale del 1544 risulta che  possedeva in commenda la chiesa,  il rev. mo e ill.mo Rainuccio Farnese nipote del Papa Paolo III ed arcivescovo di Napoli. Nel 1797, per le leggi napoleoniche, i beni del Priorato furono demaniati e venduti all’asta; da quell’epoca, la giurisdizione ecclesiastica passò completamente al vescovo di Ceneda. all’esterno campeggia sul sagrato la croce simbolo dei Templari. Le mura furono salvate dalla Soprintendenza agli inizi degli anni ’50, quando il valore della chiesa, ormai fatiscente, si era conservato solo nelle storie dei contadini.

Alberta Bellussi